Un altro pop è possibile: liberiamoci dei Canova

Il nuovo album della band milanese va esattamente nella direzione opposta a quella che speravamo per l'itpop.
Giacomo Stefanini
Milan, IT
canova

Vi ricordate di Boris 3? La stagione della serie cult in cui allo sfigatissimo regista René Ferretti sembrava essere capitato finalmente tra le mani il progetto della vita, Medical Dimension, tutto ultramoderno e concentrato sulla qualità? Ecco, Medical Dimension era la promessa dell'esplosione indie. Finalmente nelle classifiche italiane avremmo trovato musica che pescava dalla scena urban, dalle novità straniere, dal fermento delle periferie (intese come vere periferie e periferie musicali, insomma, l'underground), che fornisse una piattaforma per identità sottorappresentate. Ma sappiamo che fine fa Medical Dimension in Boris 3: prima viene fatta fallire da un'industria che vuole dimostrare che l'unico metodo di fare la fiction è quello tradizionale; poi si ritrasforma in Occhi Del Cuore, la sua sorella scema e nazional-popolare. È questo ciò che ci troviamo davanti con album come Vivi Per Sempre dei Canova.

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canova vivi per sempre

La copertina di Vivi Per Sempre. Cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Che cos’è che fa annoiare così tanto il serpente della musica italiana da costringerlo a mangiarsi la propria coda in un gesto disperato? Il pop in Italia assomiglia a una mappa terrapiattista, con un muro di ghiaccio invalicabile attorno e una forza centripeta che trascina tutto come lo scarico di un lavandino. Al centro dello scarico, immagino, il terribile mostro dei ghiacci: Luciano Ligabue. O qualcosa del genere. Non dovrei nemmeno stare qui a spiegarvi perché il nuovo album dei Canova mi ha spinto alle riflessioni riportate qua sopra, tra l'altro appuntate sul mio iPhone mentre, in preda alla febbre e all'insonnia, tentavo di ignorare la giostra del mio cervello alle 4 di mattina. Dovrebbe essere lampante. Basta premere play su ognuna delle nove canzoni dell'album e skippare avanti di circa 55 secondi per trovare, invariabilmente, un ritornellone in cui Matteo Mobrici sale di tonalità, mentre il resto della band ci dà dentro per suonare qualcosa di trascinante e liberatorio. A volte c'è un "la la la". In alcuni casi si sente lo spettro degli Oasis, in altri quello dei Coldplay, in altri ancora quello di Cesare Cremonini (e c'è una mezza citazione di Lucio Dalla). È tutto molto noioso.

Ma sono sicuro che i Canova in questo disco hanno messo molto di se stessi, e sono anche perfettamente consapevole che si tratta di un gruppo amato dal pubblico. Forse sono io che sono arido e che non riesco a farmi conquistare, eppure quando azzeccano il "ritratto" lo colgo, per esempio in "Shakespeare", una canzone senza ritornello, dritta, con un testo che è una piccola poesia. Il problema è il resto dell'album, che scivola addosso come la radio in autogrill, senza quasi fare attrito. Sono i testi che sembrano prodotti da un generatore automatico di romanticismo all'italiana (sì, anche quello che in teoria parla della gentrification di Londra), è l'idea di queste voci educate che gorgheggiano nei dischi "rock" italiani da tempo immemore e che, con gli "spostati" della nuova generazione indie, pensavamo di esserci lasciati alle spalle—e invece. Tutti a scuola di canto sono andati. L'appello che Noisey Italia vuole lanciare, prendendo a pretesto l'album dei Canova, è quello per un pop non più pop. Basta con i canoni, basta con la tradizione, basta con i bravi cantanti. Un altro pop è possibile, un pop sguaiato, spontaneo, rumoroso, imprevedibile. Noi vogliamo crederci. Giacomo è su Instagram. Segui Noisey su Instagram, Twitter e Facebook.

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