Music by VICE

La prima volta al Club To Club

Dato che i live report sono una palla, abbiamo chiesto a Irene Graziosi di andarci con Sofia Viscardi e raccontare un po’ di cose sulla loro vita, la musica e Torino.

di Irene Graziosi
08 novembre 2019, 1:45pm

Flume live al Club To Club. Foto: Stefano Mattea/Club To Club

Appuntini è un format nato casualmente durante un viaggio in Indonesia. Per il Club To Club mi è stato chiesto di riproporlo.

Holly Herndon è una musicista piuttosto sofisticata. Ha costruito un’intelligenza artificiale canora di nome Spawn che ha nutrito con la sua voce, quella dei suoi coristi e perfino del pubblico, sebbene Spawn non fosse ancora pronto per esibirsi giovedì sera alle OGR. Il concerto è evocativo: il gruppo di Holly è abbigliato con delle tuniche e tutti si muovono e ululano ricordando un rituale premoderno. I visual di Dario Alva ricordano i prodotti grafici delle intelligenze artificiali, come se ne possono trovare in quelle gallerie di Repubblica che annunciano la sensazionale abilità di produrre immagini di gatti tramite il machine learning. Di solito apro la galleria in questione e vengo pervasa da una sensazione vagamente sinistra: pur avendo tutti i requisiti formali per essere gatti (orecchie, baffi, coda), mi ricordano più un prodotto del mio inconscio onirico.

Gli universi creati dall’intelligenza artificiale mi fanno pensare ai processi con cui entrambe le realtà, quella virtuale e quella reale, vengono composte. Da una parte ci sono i gatti veri, composti da atomi e molecole e poi da proteine e cellule e organi e sangue e baffi e così via, dall’altra ci sono i gatti delle intelligenze artificiali, che sono composti dalle rappresentazioni superficiali di questi ultimi. E questi gatti virtuali danno l’impressione di stare per decomporsi, come se non fossero stabili, perché in effetti non c’è alcuna geometria solida a sostenerli, solo il prodotto grafico finale. Mi ricordo delle lezioni di educazione tecnica alle medie, non sapevo fare niente, il compasso era un mio nemico, e allora prendevo le tavole altrui e copiavo i prismi dei miei compagni e producevo un disegno storto, di cui non sapevo ricostruire il processo geometrico. L’intelligenza artificiale mi fa pensare alle tavole di tecnica copiate.

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Holly Herndon live al Club To Club. Foto: Luigi De Palma/Club To Club

Questi visual, comunque, non sono stati creati da un’intelligenza artificiale.

Anche Sofia è affascinata dai visual che accompagnano il concerto di Holly Herndon, in particolare da quelli in cui un laptop viene come stirato nello spazio e i suoi confini sembrano colare sullo schermo mentre sul palco i coristi si esibiscono in coreografie scomposte ma armoniche. Mantiene gli occhi azzurri fissi sugli schermi laterali e mi dice di essere sorpresa da quanto i visual siano interconnessi con la musica e lo show. Mi piace viaggiare con lei perché ogni volta mi svela le sue considerazioni su ciò che la porto a vedere – e mi stupisce la sua sensibilità ancora grezza ma acuta per le cose che osserva, che per me ormai sono familiari ma che lei apprezza senza alcuna sovrastruttura di sorta.

Sofia ha 21 anni e un milione e mezzo di follower su Instagram da quando è adolescente. È diventata famosa grazie a YouTube, che utilizzava per raccontare la propria vita e le proprie vicissitudini adolescenziali mentre il suo seguito cresceva a dismisura senza che lei se ne rendesse troppo conto. L’ho conosciuta che aveva 20 anni e insieme abbiamo ristrutturato e riformato il suo canale YouTube. Inizialmente non notavo troppo la differenza di età che ci divideva, perché malgrado al tempo avessi appena compiuto 27 anni, mi portavo dietro lo strascico del ricordo di una vita ancora protetta dai confini tardo-adolescenziali, l’assenza di responsabilità, gli esami, lavori che richiedevano poco impegno e pagavano di conseguenza, molti giorni in cui la sveglia non era obbligatoria. Ma ora che ci penso non credo che siano questi elementi esterni a modulare la vita e a determinare il grado di maturità e consapevolezza degli esseri umani, anzi, mi pare che questi ultimi siano la conseguenza di ciò che un essere umano è in grado di fare e dare in un dato momento. Ho sempre più spesso l’impressione che ciò che cambia drasticamente dai venti ai trent’anni sia la percezione del tempo e del valore delle cose, e credo che questi due aspetti siano strettamente intrecciati.

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Holly Herndon live al Club To Club. Foto: Luigi De Palma/Club To Club

Giovedì stesso, subito prima della mia partenza per il C2C ho chiamato mia madre per aggiornarla sui miei spostamenti, e lei mi ha raccontato di essere in ospedale nel reparto psichiatrico dove mia sorella era appena stata ricoverata. Mia sorella è un essere umano che verrebbe comunemente definito matto, tra problemi di tossicodipendenza, disturbi dell’umore e relazionali da ormai così tanti anni che ho smesso di ricordarmi un momento in cui la mia situazione familiare sia stata serena. Ma in realtà, ora che ho quasi trent’anni, trovo che il suo cervello sia un turbinio di meraviglie, soprattutto se paragonato a quello dei molti adulti apparentemente funzionali e mortalmente noiosi che mi capita di incontrare nella vita.

Quando studiavo neuroscienze mi colpì molto un filone di esperimenti che avevano – mi spiace – come soggetti sperimentali topi e cani. La cosa che avevano scoperto gli scienziati era che a parità di stressor, e quindi di stimolo doloroso, le cavie soffrivano molto di meno quando questi input dannosi venivano preannunciati da un qualche altro segnale, per esempio una luce che si accende subito prima di una scossa. Se invece gli stimoli dolorosi venivano somministrati casualmente, le cavie sentivano di non avere più alcun potere di previsione o controllo, ed entravano in una situazione di impotenza perpetua. La vita con i tossici è più o meno così, nella mia esperienza. Non è una conclusione a cui sono arrivata in fretta, anzi, temo di averci messo più del dovuto. Per qualche ragione, forse complice la giovane età di mia sorella, o forse la percezione del tempo di quando si è ragazzini a cui accennavo prima, ho sempre avuto la speranza sotterranea che si trattasse di una fase. È solo da un paio d’anni che mi sembra di aver accettato lo stato delle cose, a seguito di una di quelle disgrazie tipiche della vita di chi si droga che ha coinvolto violentemente la mia famiglia e ha formalmente posto fine alla mia narrazione del “tanto poi passa”. Meglio così, ho l’impressione che la sensazione di impotenza appresa nei confronti di questo aspetto della mia vita mi abbia allenata all’idea per cui non abbiamo alcun controllo sulle cose, una linea filosofica che mi accorgo essere piuttosto utile in molti altri campi della mia esistenza dal momento in cui quella sensazione di frustrazione viene assorbita e tramutata in accettazione rassegnata.

È praticamente impossibile vedere un familiare che soffre e si infligge autonomamente così tanto dolore senza chiedersi dov’è che si è sbagliato. Si è stati troppo severi? Non sono stata una sorella abbastanza brava? Sicuramente non l’ho protetta quanto avrei potuto, non riuscivo a liberarmi dal senso di oppressione che provavo ad avere vicino questa ragazzina di 4 anni più piccola di me che mi emulava in tutto quello che facevo, per quanto egoistico possa essere, mi rendo conto solo oggi. Ma mai si è cretini come quando si è adolescenti. Invece di vedere quei gesti come un qualcosa di amorevole, l’unica cosa che riuscivo a provare era un senso di fagocitazione identitaria che iniziava con i furti di vestiti e terminava con Emma che prendeva lezioni di musica nella mia stessa scuola. Forse nessuno di noi l’ha protetta abbastanza, o forse qualunque cosa avessimo fatto avrebbe avuto come risultato lo stesso finale. Non so più dirlo, cerco di non chiedermelo più.

Qualche volta guardo Sofia, più giovane di me e alla ricerca di se stessa, e mi ricordo di Emma, o meglio, mi fa venire in mente come avrei voluto che il mio rapporto con Emma fosse stato. E un po’ me ne vergogno, perché è sempre un retaggio della ricerca di senso nello svolgersi delle cose, e allora interrompo quel ricordo.

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James Blake live al Club To Club. Foto: Ilaria Ieie/Club To Club

A un certo punto durante il festival siamo state riconosciute da un tipo gentile che si è fermato a chiacchierare con noi. Poco prima di lasciarci ha posto a Sofia una domanda che le fanno spesso: com’è avere 21 anni ed essere famosa? Lei risponde sempre con grande educazione. “Sono abituata, sono diventata famosa su YouTube senza farci troppo caso, e a un certo punto è diventato normale esserlo”.

Credo sia solo una delle numerose risposte che possono essere date a questa domanda, il che non la rende meno onesta. Sicuramente ci si abitua a tutto e sicuramente Sofia non fa più coscientemente caso alla sua popolarità. Eppure è una delle cose che ha più forgiato la sua vita e la sua identità. Molti di noi non hanno vissuto con Instagram fin da quando erano ragazzini, e anche chi l’ha fatto il più delle volte è stato libero di essere chi voleva essere, o meglio, di rappresentarsi come voleva—che poi la propria rappresentazione sia più o meno aderente al vero credo dipenda dal grado di adesione che si ha verso se stessi e dall’immagine ideale che si vorrebbe dare agli altri. O forse, oltre al grado di adesione al sé, c’entra il livello di consapevolezza con il quale si sta decidendo di rappresentarsi. Non ne sono ancora sicura, anche se sono degli interrogativi che mi pongo spesso, da quando conosco Sofia ancora di più.

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Floating Points live al Club To Club. Foto: Stefano Mattea/Club To Club

Come tutte le persone che hanno attirato ingenti masse di persone su internet, Sofia è stata coperta di insulti nel corso della sua vita. Le hanno dato del cancro, della merda, della troia e chi più ne ha più ne metta. Eppure non è questo a turbarla, come non mi sembra sia l’hating ciò che turba di più le persone che sono soggette a una grande attenzione mediatica. Mi pare che il problema sia più ascrivibile alle aspettative del pubblico che non ti odia, piuttosto che a quello che ti odia.

Insomma, a un certo punto, soprattutto se il tuo comparire in pubblico viene legato al profitto derivante dai brand che usano esseri umani per veicolare messaggi positivi, e quindi a un profilo sobrio che può essere appetibile per i suddetti brand, la tua persona si scinde in due identità distinte, una rappresentata e posata, cortese ed elegante, e una intima, organica, che a volte si perde via schiacciata dalle aspettative che gli altri nutrono su di te e dal non avere spazio per coltivarsi in assenza di influenze esterne che ti chiedono più o meno implicitamente di stare al mondo in un determinato modo.

Una cosa che mi colpisce di Sofia è la sua fissazione per la foto profilo di WhatsApp. Io non ci faccio molto caso, whatsapp è un social che uso senza considerarlo tale. Non mi rappresento su WhatsApp, non ci penso. Per Sofia invece è l’unico social in cui la sua foto del profilo può essere aderente a chi avverte di essere in quel momento, perché è certa che chi la vede sia come minimo abbastanza intimo da avere il suo numero di telefono, e quindi a non relegarla a un’icona bidimensionale rassicurante che popola la gallery di storie di Instagram. Qualche volta mi mostra una rosa di foto che non posterebbe mai su Instagram, e io devo indicare la mia preferita, e se combacia con la sua allora è soddisfatta e la usa dicendomi di sentirsi se stessa.

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Kelsey Lu live al Club To Club. Foto: Stefano Mattea/Club To Club

Mi colgo sempre più spesso a osservare Sofia, anche perché parte del mio lavoro da autrice consiste proprio nel districarla e tirare fuori delle cose che lei contiene ancora in nuce. Vygotskij, uno psicologo sovietico del secolo scorso, teorizzava che l’apprendimento degli esseri umani fosse a carico dell’ambiente circostante, e che quindi i bambini apprendessero determinate cose grazie all’intervento degli adulti che rendevano possibile ciò che lo studioso chiamava Zona Prossimale di Sviluppo, ossia quell’area che intercorre tra ciò che un bambino sa fare e ciò che un bambino potenzialmente potrebbe fare e che sta agli adulti colmare. Ho ripensato a Vygotskij una volta in cui Sofia mi aveva chiesto di raggiungerla a casa in un momento di sconforto, e dopo aver parlato un po’ mi ha indicato un libro che teneva sul comodino, una guida al piacere femminile molto ben fatta, e mi ha detto: “Tu per me sei come questo libro, so che se ho un problema tu lo hai già elaborato, e allora te ne parlo e magari non lo risolvo, ma tu mi dici di averlo risolto, quindi so che posso farlo anche io a un certo punto”.

Durante il concerto di Holly, Sofia si è seduta per terra nel padiglione senza alcuna esitazione, ipnotizzata dai coristi svolazzanti sul palco. Le ho scattato una foto in cui ha gli occhi un po’ chiusi e sembra un quokka, è una foto buffa. Se l’è messa come profilo di WhatsApp e poi ha detto: “Qui a nessuno frega nulla di chi sono, di come sono vestita o di cosa sto bevendo, è bellissimo, siamo tutti uguali”. Immagino lo sia stato per davvero, e credo anche che i festival, tutti, ma in particolare quelli che hanno a che fare con il clubbing, vivano di questo senso di libertà in cui si è tutti uguali, al buio, senza pit, senza privé, solo con altre persone che, esattamente come te, stanno ballando in uno spazio sperabilmente avvertito come sicuro, fottendosene del resto.

Dopo Holly c’è stato il set di Spiritual Sauna, con Virginia Ricci in consolle. Virginia ha circa cinque anni più di me. L’ho conosciuta qualche anno fa quando mi sono trasferita a Milano e ho scoperto di abitare a un isolato da casa sua. Ha una fisicità ferina, sensuale. Malgrado sia esile, quando si siede, quando cammina, quando entra in una stanza sembra occupare tutto lo spazio disponibile. Si muove come un gatto e impollina tutti i presenti in qualunque situazione, facendo sentire ciascuno la persona più interessante di tutti. Dalla pista vedo la sua silhouette che si staglia sui visual—più sobri di quelli di Holly—la mandibola appuntita che scompare e riappare dalle ciocche di capelli che le danzano attorno sui beat. Quando avevo 18 anni leggevo i suoi articoli su VICE e non mi raccapezzavo di come una ragazza potesse essere così carismatica e sicura di sé. Non ne avevo mai incontrata una così. Mi ricordo distintamente che pensai che avrei voluto essere come lei da grande, senza paura.

Giovedì io e Sofia siamo tornate a casa presto, un po’ inebriate da Holly e dal primo giorno di vacanza dopo infinite settimane e weekend passati a lavorare. Ho raccontato a Sofia di mia sorella, accennandoglielo e basta, perché mi ricordo che alla sua età non riuscivo a comprendere completamente alcune cose, non per mancanza di intelligenza naturalmente, ma per mancanza di esperienza con il dolore, che in linea di massima non è interessante per nessuno, neanche per chi lo prova.

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Battles live al Club To Club. Foto: Ilaria Ieie/Club To Club

Venerdì sera prima di andare al Lingotto siamo finite in un bar torinese che si chiama Pietro. Aveva un che di romano: era affollato, i drink costavano poco e tutti gli avventori bevevano fuori parlando a voce alta. Io e Sofia siamo andate lì per raggiungere Marianna arrivata a Torino quella sera stessa. Marianna la conosco dal primo anno di università. Ho presentato Marianna e Sofia e sono andata a prendere da bere. Al mio ritorno mi sono fermata un attimo alla vista di loro due appoggiate su una car2go parcheggiata di fronte al bar. Hanno entrambe la gambe lunghe e affusolate, con le caviglie sottili che sembrano editate con photoshop anche nella vita reale. Hanno entrambe gli occhi chiari e i capelli biondi, anche se i capelli di Marianna una decina di anni fa erano color miele, come quelli di Sofia, mentre ora sono ramati. Ricordo quando aveva deciso di tingerseli di rosso e ricordo anche i nostri dubbi sulla scelta che riguardavano appunto la possibilità di rivedere un giorno il biondo originale—il colore rosso è un colore tanto attraente quanto subdolo, attecchisce perfettamente su qualunque tipo di pigmento colorandolo per sempre.

Io e Marianna eravamo iscritte entrambe a Psicologia e Salute, a Roma, e io la notai all’uscita dell’aula dove entrambe avevamo affrontato il primo esame della nostra carriera universitaria. Aveva i capelli lunghissimi e luminosi, indossava una giacca rossa con i bottoni d’oro, un pezzo vintage di Yves Saint Laurent, dei collant neri e le Dr Martens. Aveva anche degli enormi occhiali con la montatura spessa che le rimpicciolivano il viso, già un po’ nascosto dalla valanga di capelli. Poi qualche anno fa si è operata e ora non li indossa più. Qualche volta, quando la vedo uscire senza occhiali, ho ancora l’istinto di ricordarglieli, malgrado siano passati almeno cinque anni da quando ha smesso di usarli. Marianna, con o senza occhiali, è sempre stata molto sensuale, di una sensualità conturbante e vagamente storta, gli occhi azzurri a tratti concentrati e a tratti acquosi, ma in modo languido, come se la sua sensualità fosse da ricercare proprio in quell’opacità espressiva e ondulatoria.

Vederla accanto a Sofia mi fa un certo effetto. Sono entrambe persone con cui ho avuto e ho tuttora un rapporto che spesso verte verso la simbiosi, un rischio che io e Marianna abbiamo imparato a evitare dopo averne visto le conseguenze nel corso degli anni.

Entriamo al Lingotto per il concerto di James Blake. Il suo ultimo disco l’ho ascoltato fino allo sfinimento lo scorso inverno, in un periodo della mia vita complicato e confuso, che faccio a fatica a mettere a fuoco. Mi ero appena trasferita a casa di una mia amica dopo la fine di una relazione intensa che mi aveva lasciata svuotata – a volte anche le relazioni sono elementi che ci forniscono subdolamente un’identità prefabbricata e di rappresentanza, un po’ come le intelligenze artificiali, che indossiamo comodamente e di cui ci dimentichiamo finché non ci accorgiamo di essere sempre stati nudi.

A metà del concerto di James Blake chiedo a Marianna e Sofia di andare ad ascoltare le Let’s Eat Grandma nell’altro palco, un duo di ragazze inglesi giovanissime e bizzarre che fanno synthpop sognante e si muovono sul palco come bambole di porcellana, a volte buttandosi per terra come se si fossero improvvisamente accorte di essere prive di ossa, o come quelle capre che cadono quando si spaventano.

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Let's Eat Grandma live al Club To Club. Foto: Ilaria Ieie/Club To Club

Mentre fluttuiamo nel corridoio che ci conduce dai Battles a Flume e da Skee Mask a Slickback, Sofia e Marianna mi precedono chiacchierando. Le guardo camminare con le gambe sottili; poco prima di entrare al Lingotto entrambe, in momenti diversi, mi hanno chiesto se sembrassero grasse.

A ventotto anni posso dire che è la prima volta in cui non penso al grasso. Non perché sia particolarmente magra, ho avuto periodi francamente anoressici e senza mestruazioni in cui il mio corpo mi sembrava comunque deforme. La pelle della pancia, che nelle foto di quel periodo amenorreico è spalmata sulle mie costole come se fosse stirata e tenuta insieme dietro la schiena da un paio di mollette, ora è più morbida, e ho smesso di farci caso.

Credo che i disturbi alimentari sottosoglia siano una delle esperienze più comuni nella vita delle donne. Bere intere bottiglie d’acqua tra un boccone e l’altro, masticare chewing gum continuamente, scegliere se bere alcol o cenare, tentare routine di esercizi fisici a casa dove nessuno può vederti, vestire larghe, passare ore davanti allo specchio a ispezionarsi ogni centimetro di grasso che si può pizzicare tra indice e pollice, contare i secondi di masticazione finché il cibo non si trasforma in un bolo senza sapore e solo allora mandarlo giù. Qualche volta si ha l’impressione che il proprio corpo sia ciò che ci separa dal sentirsi integre, dall’avere un’identità stabile. Pensare al proprio corpo per non pensare a nient’altro.

Qualche settimana fa Sofia mi ha chiesto timidamente come si facesse a smettere di esserne ossessionate, dal grasso. Soprattutto perché nel momento in cui non lo si è più il corpo smette di essere teso, smette di essere affamato e allora cosa succede? Ritorna a essere coperto di grasso mentre noi non ce ne curiamo più? Qualche volta ho la sensazione che ci si affezioni alle proprie nevrosi, perché in un modo o nell’altro ci sollevano dalla responsabilità di definirci altrimenti. E per le donne è ancora difficile definirsi attraverso simboli meno concreti del corpo, in un universo che ci continua a raccontare che quello è tutto ciò che siamo.

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Slikback live al Club To Club. Foto: Ilaria Ieie/Club To Club

Mentre Slikback suona—uno dei set più belli del festival—la pista si svuota e mi sembra che le uniche persone esistenti siamo io, Sofia, Marianna e Virginia, che intanto ci ha raggiunte. Le vedo che ballano insieme, si mescolano, a volte non riconosco più chi è chi. È la prima volta che Marianna conosce le mie persone di Milano, eppure sembra che sia sempre stata con noi. Mi rasserena, perché come molti che cambiano città, qualche volta ho la sensazione di essere una persone diversa a seconda della città in cui mi trovo, ed è stancante. È un periodo in cui sto provando a ricucire le reti smagliate di anni di pellegrinaggi in cui mi sembra di aver lasciato distrattamente dei brandelli in giro per l’Italia. Sofia mi abbraccia e mi dice che da grande vorrebbe essere come me, e io penso a Virginia, e poi le costringo ad abbracciarci tutte anche se loro, forse, volevano solo ballare.

Una volta tornate nell’Airbnb di Marianna all’alba, Sofia si è sdraiata accanto a me. Sentivo le sue dita che grattavano contro quello che ho pensato essere il cuscino, e non capivo se quei movimenti stessero avvenendo nel sonno o in una veglia inquieta. Le ho preso la mano che grattava e l’ho appoggiata sulla mia spalla, lasciando che le nostre dita si intrecciassero. Ha smesso di grattare, e sono rimasta un po’ lì, con la testa vuota e un filo di concentrazione arrotolato attorno alla percezione del contatto fisico. Dopo poco, mi è sembrato che le nostre mani si stessero fondendo tra di loro, e che poi avessero formato una nuova amalgama, ma con la mia spalla questa volta, e immaginavo a occhi chiusi di non avere confini corporei e che io e Sofia fossimo l’una la continuazione dell’altra.

Alcuni non apprezzano il Lingotto come location del Club To Club, ma io lo trovo accogliente. Mi piacciono le sale grandi, mi piace il corridoio lungo dove di tanto in tanto posso vedere le facce degli altri esseri umani. Mi piacciono i piloni accanto cui tutti si danno appuntamento nella folla – sbagliando perennemente. Io e Sofia ci siamo cercate per un’ora sabato continuando a scriverci di essere proprio sotto al pilone, dai, quello a sinistra, ora dietro, ora alla destra. Poi abbiamo capito di essere sotto due piloni diversi. Sono affezionata alle aree per il fumo, e mi piace l’ampio spazio dietro i mixer da cui le persone sbucano ballando mentre si avvicinano ai palchi, come se nessuno le vedesse – me compresa. È il quarto anno che presenzio al festival, e mi sono affezionata. Ci sono alcuni rituali che ti danno un senso di continuità esistenziale. Il primo anno ricordo di essermi follemente innamorata al Club To Club durante un set di Four Tet. Il terzo anno mi stavo lasciando con il set di Aphex Twin. Il secondo anno ancora pensavo che quella di mia sorella fosse una fase.

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Black Midi live al Club To Club. Foto: Ilaria Ieie/Club To Club

I Chromatics hanno fatto un concerto pazzesco. La soddisfazione che provo quando un live è all’altezza delle aspettative rientra sicuramente nella lista delle cose che rendono la mia vita migliore, al pari del sesso, dei calamari alla griglia e dello svegliarsi struccate. Questa volta le luci del corridoio sono blu, e Marianna e Sofia lo percorrono scivolando tra le persone, allontanandosi e riavvicinandosi come anguille nella folla.

Mi precedono e si insinuano nella foresta di persone che aspettano Floating Points, che quando inizia giustifica da solo l’intero festival. Per tanto tempo ho fatto fatica ad apprezzare la musica astratta – laddove per astratta intendo senza un testo o una struttura familiare. Poi con il tempo, già da grande, ho iniziato ad ascoltare elettronica, ambient, jazz e musica sperimentale e ricordo che inizialmente avevo la sensazione che quei suoni che non riuscivo a collocare o a prevedere mi stessero aprendo nuove vie sinaptiche, rendendo il mio pensiero più ampio e interessante. Mentre ascolto Floating Points mi sembra che il mio cervello si attorcigli attorno al suono e il filo dei miei pensieri si perda via, destrutturandosi con la musica.

Qualche volta dò un’occhiata alle facce di Sofia e Marianna, che tengono gli occhi chiusi e sorridono ondeggiando. E qualche altra volta qualcuno ci si avvicina per chiederci di baciarci, noi sorridiamo, decliniamo l’offerta, e continuiamo a oscillare dolcemente mentre la musica ci massaggia il cervello. Prendo la mano di Marianna e la tengo un po’ nella mia: la conosco da quasi 10 anni, ma è da poco che mi sono accorta che quando si cresce, gli amici, che da ragazzini sono presenze puntuali e speculari in cui fondersi e specchiarsi, da adulti diventano testimoni gentili che, con un po’ di fortuna, ti accettano e basta in tutte le forme che assumi e continuerai ad assumere, come quella poesia di Borges che Marianna stessa mi fece conoscere anni fa, quando per la prima volta me ne andai da Roma e mi pareva di non sapere più cosa mi facesse sentire a casa. Si intitola “Llaneza” ("Familiarità") e dice:

Si apre il cancello del giardino
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e, dentro, gli sguardi
non hanno bisogno di fare caso agli oggetti
che sono già precisamente nella memoria.
Conosco le abitudini e gli animi
e quel dialetto di allusioni
che ogni raggruppamento umano ordisce.
Non ho bisogno di parlare
né di mentire privilegi;
bene mi conoscono coloro che qui mi circondano,
bene sanno le mie angosce e la mia debolezza.
Questo è raggiungere ciò che è più alto,
ciò che forse ci darà il Cielo:
non ammirazione né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una Realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.

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Flume live al Club To Club. Foto: Ilaria Ieie/Club To Club

Ogni tanto esco fuori con la scusa di fumare, ma in realtà mi piacciono i momenti in cui sono da sola durante i festival. Sabato pioveva, ma le gocce non mi davano alcun fastidio. Ho pensato a Emma, che a volte mi sembra di vedere nelle facce delle persone solo per un istante. Quando ero più giovane mi inquietava riconoscere il suo naso o i suoi zigomi in degli sconosciuti nella penombra, ma ora mi piace, perché mi concedo di immaginare come potrebbe essere la mia vita se lei mi stesse fisicamente accanto. Cosa farebbe al Club To Club? Come si vestirebbe? Sofia prima di partire mi ha raccontato di aver preparato la valigia insieme alla sorella piccola che le ha prestato i vestiti e le ha scelto gli outfit delle serate. Mia sorella indosserebbe quelle scarpe rosa della Puma con un grosso fiocco disegnate da Rihanna? Sono abituata a vedergliele indosso, vistose ed eccentriche, su quei piedi che però solcano soltanto i pavimenti di reparti psichiatrici. Delle scarpe così meriterebbero di essere viste da molte più persone. Qualche volta immagino di regalarle parte della mia identità, perché lei sembra senza pelle, e non mi pare corretto che tra due sorelle ce ne sia una così più attrezzata dell’altra all’esistenza.

Alle 5 e 30 raccogliamo le cose al guardaroba e andiamo via. Camminiamo in silenzio lungo il complesso del Lingotto senza una direzione precisa, ma muovere le gambe continua a essere piacevole, e qualche volta ci sembra di riconoscere dei ritmi e delle melodie nei rumori dei camion che passano. Torniamo a casa e ci addormentiamo subito, con qualche estremità di corpo che si tocca sotto il piumone, estremità fisiche che dopo aver ballato per così tanto sono solo pezzi di corpo, non sono più simboli, non sono più oggetti, sono liberi di essere ciò che sono. Le gambe sono solo gambe e il loro unico scopo è ballare.

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