Recensione: Kamaal Williams - The Return

Il jazzista londinese ha pubblicato un altro bel disco di new jazz funk, ma sembra avere ancora paura di lasciarsi andare.
29.5.18

Kamaal Williams era la metà di un duo che si chiamava Yussef Kamaal, formato da lui e da Yussef Dayes. Ne parlo al passato perché ora quel progetto non esiste più: è finito male, hanno litigato, si sono sciolti e addirittura per un periodo hanno portato in giro separatamente due live riferiti a quello stesso progetto, e all’album che era uscito a quel nome.

Il disco era Black Focus, pubblicato dalla Brownswood Recordings di Gilles Peterson nel 2016. Fu un lavoro che si fece notare molto, che li rese delle piccole star nel contesto dei festival di un certo tipo, un culto assoluto per chi segue la musica black, il new jazz contaminato, quelle cose lì. In misura minore rispetto a un Kamasi Washington, però ha avuto quel tipo di effetto.

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Credo che in parte fosse dovuto al fatto che il loro jazz funk era effettivamente pregevole, ben suonato, abbastanza originale e con ottime sonorità, ma anche al fatto che ci fosse in giro una certa sete di quei suoni. Il pubblico, diciamo, over-25 appassionato di black music e di musica suonata dal vivo aveva una gran voglia di novità, e loro sono arrivati al momento giusto e con la proposta giusta. Dico così perché in realtà a me hanno entusiasmato solo fino a un certo punto, quando ho avuto l’occasione di vederli in concerto. Sarà che se ne parlava benissimo, sarà che sono stati accolti dalla critica veramente come dei salvatori della patria, ma tutto sommato a me hanno dato l’idea di un progetto che veniva venduto come estremamente free, pazzo e libero dagli schemi, ma che nella realtà dei fatti era invece molto più controllato e imbrigliato di quanto non trasparisse invece dalle tante parole che ci giravano intorno. Ottimi musicisti, ma il fuoco ardente del coinvolgimento totale, delle briglie sciolte, della libertà assoluta non ce l’ho sentito, mi sono sembrati un po’ troppo perbene per i miei gusti.

Ora esce il primo album del solo Kamaal Williams (che nel progetto madre suonava il piano elettrico e i synth, e qui è accompagnato dal basso di Pete Martin e dalla batteria di Joshua McKenzie), significativamente intitolato The Return, e secondo il mio umilissimo parere il problema è un po’ ancora lo stesso. È un bel disco, mescola quelle cose classiche a dei suoni molto contemporanei, è suonato da dio, è un ascolto molto piacevole, però mi piacerebbe che qualche volta partisse un po’ più per la tangente. Non gli imputo di non essere al livello di mostri come Miles Davis o Herbie Hancock, però anche solo un Shabaka Hutchings (che pure suonava in Black Focus) con i suoi progetti Shabaka And The Ancestors e Sons Of Kemet mi coinvolge molto di più. Lo trovo meno fighetto e più vicino allo spirito ancestrale, animale e infuocato che sta alla base di questa musica.

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La buona notizia è che comunque questo è un ottimo, ottimo punto di partenza. La mia speranza per il futuro è quella che Williams si scrolli di dosso un po’ di “educazione” e arrivi a fare cose davvero grandissime. La stoffa c’è.

Kamaal Williams suonerà dal vivo a Ortigia Sound System, il festival che si svolge a Siracusa dal 25 al 29 luglio. Acquista i biglietti sul sito.

The Return è uscito il 25 maggio per Black Focus.

Ascolta The Return su Bandcamp:

TRACKLIST:
1. Salaam
2. Broken Theme
3. The Return
4. High Roller
5. Situations (Live in Milan)
6. Catch The Loop
7. Rhythm Commission
8. Medina
9. LDN Shuffle
10. Aisha

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