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Perché è saltato definitivamente il governo, e perché ora sarà un bel casino

Giuseppe Conte ha rinunciato all’incarico di Presidente del Consiglio.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
28 maggio 2018, 8:05am
Grab via Rai News.

Nonostante l’autorevole appello di Simona Ventura, il tentativo di formare il “governo del cambiamento” è naufragato nel tardo pomeriggio di ieri—a 85 giorni di distanza dal voto del 4 marzo—quando “l’avvocato difensore del popolo italiano” Giuseppe Conte ha rinunciato all’incarico di Presidente del Consiglio.

Già venerdì sera, del resto, Matteo Salvini aveva certificato l’avvitamento della crisi pubblicando uno status su Facebook in cui diceva di essere “davvero arrabbiato.” Il motivo dell’incazzatura era uno: la perplessità del Quirinale, registrate da varie indiscrezioni, sul ministro dell’Economia designato dalla Lega, l’82enne Paolo Savona. Negli ultimi anni, infatti, il professore ed economista di lungo corso aveva espresso posizioni parecchio dure sull’Unione Europea, sul modello economico-politico della Germania (paragonato a quello del Terzo Reich), e sull’Euro.

Ed è proprio su quel nome—nonché sulla linea economica sovranista della Lega di cui Savona avrebbe rappresentato il terminale—che si sono incagliate le trattative. Nel colloquio tra Conte e Mattarella dello scorso giovedì era emersa chiaramente un’alternativa secca: o passa Savona, o salta tutto. Nessun altro nome era ammissibile per Lega e M5S, e nessun compromesso era contemplato; nemmeno di fronte all’aumento vertiginoso dello spread, arrivato a toccare quota 216.

Stando al Corriere della Sera, inoltre, Mattarella non era disposto ad arretrare perché, “oltre ai pericoli d’isolamento internazionale per l’Italia,” sarebbero state in gioco “le prerogative e l’autorevolezza dell’istitutuzione presidenza della Repubblica,” nonché della sua “personale reputazione.” Il perimetro dello scontro istituzionale, insomma, si era allargato ben oltre il nome di Savona.

Persino quest’ultimo ne era consapevole. “Da riserva della Repubblica, io sono pronto,” avrebbe detto. “Non voglio interferire con le scelte del presidente Mattarella, che stimo immensamente. Posso anche fare un passo indietro e rimettermi a scrivere.” A esarcebare ulteriormente il clima ci hanno però pensato alcune infelici uscite della stampa estera (lo Spiegel su tutti) e il “libero cittadino” Alessandro Di Battista, che dalla sua pagina Facebook ha detto: “Ciò che viene messo in discussione di Savona sono le sue idee, le quali, per logica, rappresentano l’indirizzo politico del prossimo governo che andrà a costituirsi. E che, a loro volta, rappresentano la volontà di più della metà degli italiani che si è espressa il 4 marzo.”

È in questa cornice, dunque, che si è arrivati alla clamorosa rottura di ieri. In mattinata Savona ha rilasciato un comunciato sul sito Scenari Economici per chiarire meglio la sua posizione sull’UE, e che si concludeva così: “Voglio un [ _sic_] Europa diversa,più forte, ma più equa.” Ma queste rassicurazioni, evidentemente, non sono state sufficienti; e nemmeno gli incontri riservati al Quirinale tra Di Maio, Salvini e il capo dello stato sono serviti a qualcosa.

Poco dopo le 8 di sera, un Sergio Mattarella che sembrava appena uscito da una rage room ha sciorinato davanti alle telecamere i motivi che hanno portato alla morte prematura del governo “legastellato.” Da parte sua, ha subito precisato, sono stati fatti tutti i tentativi possibili e immaginabili per formare un esecutivo. Tuttavia, i dubbi espressi su Savona—una figura che aveva messo in dubbio la permanenza dell’Italia nell’euro, e che ne avrebbe reso l’uscita “probabile” o addirittura “inevitabile”—non sono stati accolti dalle forze politiche di maggioranza.

Mattarella, per motivare ulteriormente la sua scelta, ha detto che l’uscita dall’euro non era presente all’interno del programma e non era stata dibattita nella campagna elettorale. Infine, tra i fattori decisivi, ha citato l’aumento dello spread, il calo della borsa e i danni per i risparmiatori italiani.

Nello stesso momento, Matteo Salvini ha di fatto aperto la nuova campagna elettorale a Terni. “Se parte condizionato dalle minacce dell'Europa,” ha affermato in un comizio, “il governo non parte perché abbiamo una sola parola, la Lega non ci sarà. Se siamo in democrazia resta solo una cosa da fare: restituire la parola agli italiani per un mandato pieno per fare quello che vogliamo fare.”

La reazione di Luigi Di Maio non si è fatta attendere. “Sono stato un grande estimatore Mattarella ma questa scelta è incomprensibile,” ha detto in una furiosa diretta su Facebook. “C'è un grande problema in Italia che si chiama democrazia. Siamo ad un livello di scontro istituzionale mai visto. non finisce qui. La verità è che stanno facendo di tutto per non mandare il M5s al governo di questo paese.”

Da lì in poi, be’, è scoppiato il finimondo. L’opinione pubblica si è violentemente spaccata in due tronconi: da un lato chi considera Mattarella una sorta di padre della patria che ha salvato la Costituzione dall’ennesimo scempio; e dall’altro chi lo vede come un “maggiordomo della Merkel” e uno squallido traditore del popolo da processare immediatamente per altro tradimento.

Se a livello politico il primo campo annovera il Partito Democratico (o quello che ne rimane) e Forza Italia e Silvio Berlusconi, il secondo ha visto schierarsi con decisione Giorgia Meloni e i Cinque Stelle. Di Maio, smessi in 0.02 secondi i panni del “moderato,” è intervenuto in diretta a Che tempo che fa sostenendo che “bisogna mettere in stato di accusa il Presidente” e “parlamentarizzare tutto anche per evitare reazioni della popolazione.” A ruota, in un comizio a Fiumicino, l’ha seguito Di Battista (che aveva già detto di essere pronto a ricandidarsi in caso di nuove elezioni).

Il fatto è che, ora come ora, nessuno ha la più pallida idea di cosa potrà venire dopo. Oggi Carlo Cottarelli, l’ex commissario straordinario per la spending review, salirà al Colle per assumere l’incarico di formare un “governo del presidente,” che sarà impallinato da tutte le forze politiche e avrà come unico orizzonte quello del voto anticipato.

Si ritorna dunque alla casella precedente all’alleanza tra Lega e M5S (su cui, considerato il programma che avevano stilato, non è il caso di versare troppe lacrime): quella di un esecutivo sfiduciato in partenza, che rimarrà sullo sfondo di una nuova campagna elettorale totalmente votata all’annientamento dei vari “nemici del popolo.”

Per il resto, è meglio prepararsi sin da subito al peggio. Ma al peggio vero; perché con ogni probabilità raggiungeremo nuovi, inesplorati abissi. E sapete qual è la cosa che, più di ogni altre, mi sta facendo scoppiare il cervello? È che, in questo caos inaudito, Massimo D’Alema potrebbe persino avere ragione: come ha detto in un recentissimo fuorionda, “se torniamo a elezioni per il veto a Savona, quelli prendono l'80 percento. Speriamo bene.”

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