Recensione: Fu Manchu - Clone of the Universe

Quasi trent'anni di carriera e i giganti dello stoner californiano sono ancora in grado di polverizzarci il cervello a colpi di riff granitici e svarioni interstellari da 18 minuti.
21.2.18

Siamo nel 2018 e davvero serve scrivere di un disco dei Fu Manchu? Dove avete vissuto fino ad oggi, sulla Terra? Magari sobri, e pure in città? Scelte di merda, quando esistono il deserto e il THC. È venticinque anni che i Fu Manchu lo predicano: un paio di bombe, gli Orange aperti al massimo, il Mojave a perdita d’occhio.

Nella vita non vi serve altro. Basteranno queste tre semplici cose per farvi attraversare la California in cerca di… segni di infinito potere. L’azione è andare, bisogna essere un po’ scavezzacollo, d’altronde nessuno viaggia gratis. No, nemmeno Johnny, Brant Bjork l’ha imparato a sue spese. In fondo dobbiamo tutti ubbidire, l’abbiamo sempre saputo, anche se non abbiamo mai saputo bene a cosa, magari a quel Gigantoide che ci ha impedito di continuare ad essere i re della strada.

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Ma oggi tutto cambia, per non far cambiare nulla: la prima metà del nuovo album dei Fu Manchu Clone of the Universe è una venerazione intelligente, sono stati maledetti, ma niente panico, la risolvono senza problemi, non sono neanche a velocità luce e non c’è posto dove nascondersi. Con mestiere, qualche riffone, vagonate di fuzz, la vocina di Scott Hill tutta skate park e viaggi interstellari. Per fortuna che questa è solo la prima metà del disco, fatta con mestiere, ma forse troppo di mestiere. È quando le canzoni finiscono che arriva il bello, arriva il momento in cui i Fu Manchu sbattono in faccia al multiverso che anche a quasi cinquant’anni sono sempre un gradino più in alto.

La seconda metà di questo universo consiste in diciotto, dicasi diciotto minuti di qualsiasi cosa la musica degli stonati abbia mai fatto di giusto nel suo quarto di secolo di esistenza e di tutto quello che lo psych rock di casa Hawkwind aveva fatto prima (ciao Dave Brock). Una vera e propria suite dedicata alla percezione alterata, un continuo fluire di idee, pensieri e incongruenze che risolleva un disco fino ad ora “soltanto” onesto e lo porta su un livello completamente diverso, in un universo completamente diverso. Forse la cosa più coraggiosa che Hill e compagni abbiano mai scritto e suonato, forse anche la cosa migliore, sicuramente una delle migliori. Chitarre, chitarre, altre chitarre, un basso slabbrato, sì e no quattro parole in tutto il pezzo e poi ancora chitarre, effetti sulle chitarre e un altro po’ di chitarre. Tra l’altro, una di quelle chitarre è quella di Alex Lifeson, che ha lasciato i Rush a Toronto convinto di uscire a prendere le sigarette e Geddy Lee e Neil Peart lo stanno aspettando dal 2012. L’universo è stato clonato e non possiamo fare altro che affrontarlo: il Mostro Atomico. E lo stoner strafatto vince ancora.

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Clone of the Universe è uscito il 9 febbraio autoprodotto per At The Dojo.

Ascolta Clone of the Universe su Bandcamp:

TRACKLIST:
1. Intelligent Worship
2. (I’ve Been) Hexed
3. Don’t Panic
4. Slower Than Light
5. Nowhere Left To Hide
6. Clone Of The Universe
7. Il Mostro Atomico

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