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Come il black metal mi ha aiutato a superare la depressione

È un genere totalmente incentrato sulla morte, ma a me ha salvato la vita.

di Anónimo; come raccontato a Giacomo Stefanini
19 settembre 2017, 10:57am

Foto di Nick Bezzina.

Quando ero adolescente, il black metal per me era un genere musicale per ragazzine goth tutte uguali e metallari incattiviti dall'eccessiva masturbazione e col cervello infarcito di puttanate da riccardoni. Non ne sapevo nulla, ma il mio pregiudizio è sempre stato sufficiente per tenermene alla larga e rinchiudermi in un mondo di vecchi dischi e camicioni di flanella usati. Ai tempi, la teenage angst me la curavo disegnando a suon di Melvins, Mudhoney, Nirvana, Wipers, Big Black.

A 17 anni i miei disturbi del sonno si fanno consistenti e inizio a soffrire di cefalee e di pesanti sbalzi di umore. Nel giro di circa otto anni passo due esaurimenti nervosi, preceduti da fasi di euforia e da episodi di autolesionismo, abuso di alcol, acquisto compulsivo. Inizio a frequentare studi di strizzacervelli, anche con buoni risultati. Così buoni che penso di essere a posto; interrompo le cure e a 27 anni scampo per un soffio al Valhalla delle rockstar in seguito ad un simpatico atto psicotico contro il mio braccio sinistro, che assalto con una bottiglia di birra accuratamente spaccata sul muro. Per un po' mi convinco di essere impossessato dal demonio, poi di essere vittima di oscure macchinazioni di magia nera da parte di una mia compagna di corso. Ciononostante vivo un vita tranquilla, mi ribecco a forza di integratori più o meno naturali e terapia. Riesco a trasferirmi in Austria per un anno per un programma di studio.

Ok, non si tratta soltanto di integratori: non nascondo che il Talofen mi permette di diminuire le paralisi notturne e il panico da fine del mondo. Ma c'è un problema: la musica inizia a sembrarmi fuori luogo, stantia, non mi consola più. Come se, finita tutta quella cascata di merda, riuscissi a sentirmi bene solo coi Rudimentary Peni; come se ogni cosa che ascoltavo prima del fattaccio fosse un ricordo doloroso. Complice l'atmosfera nordica d'oltralpe, recupero un po' di metal, thrash, stoner, sludge e mi faccio crescere i capelli. Inizio ad accettare quello che mi è successo e a tentare di voltare pagina, lasciarmi alle spalle il passato e tutte quelle stronzate patetiche che si dicono in questi casi.

Durante il mio ultimo mese di permanenza nella grande Vienna, a un concerto stoner a cui vado solo come al solito, conosco un ragazzo austriaco con cui inizio una storia; lui si rivelerà uno stronzo, ma ha il grande merito di avermi fatto ascoltare per la prima volta Arctic Thunder dei Darkthrone, leggere un mucchio di libri e farmi vedere un botto di concerti gratis. E soprattutto di spiegarmi in modo "punk" il valore del Trve Norwegian Black Metal.

L'epifania arriva durante il viaggio di ritorno: metto "Quintessence", e ci sento tutto ciò che ho nel cervello. Scopro che non avevo capito un cazzo e, come sempre quando mi capita, mi sento incredibilmente sollevato. Panzerfaust rimane il mio album preferito dei Darkthrone.

È l'inizio di una fissazione. Guardo tutti i documentari che riesco a trovare e mi ritrovo a portare avanti una ferrea dieta di Mayhem, Burzum, Darkthrone, Immortal, Carpathian Forest, Emperor, Ulver (ma prima che diventassero snob: Nattens Madrigal, Bergtatt, Kveldssanger, per intenderci).

Mi nutro di quelle registrazioni marce, recuperando la mia antica passione per l'esoterismo e, attraverso la simbologia del male, esorcizzo la perdita di controllo che mi aveva quasi ucciso. Imparo a fottermene della mia cicatrice, di sto cazzo di disturbo dell'umore, e anche di non essere entrato nel Club 27. Per la prima volta da anni la mia autostima è in salita.

Poi mi sbatto di brutto come facevo solo a sedici anni, cercando gruppi nuovi, complice il buon Fenriz, esplorando il fenomeno del black con tutti i suoi annessi e connessi, dal punto di vista storico e culturale; lungi dall'essere limitato alle sue derivazioni più becere, è pieno di sfaccettature, di stimoli, di rimandi, di contraddizioni e di grandissime bombe musicali. Ritrovo quello che avevo sempre trovato nel punk, compreso lo stimolo/provocazione di tipo politico, religioso e anche filosofico.

Proprio in questa roba, che mi aveva sempre puzzato di cazzata, e che invece ora mi coccola e mi culla con il blast beat, ritrovo una forza evocativa e che mi ispira nel mio lavoro di illustratore e disegnatore, che prima riuscivo a trovare solo mandando in loop per ore Death Church e Cacophony dei Rudimentary Peni. Produco addirittura una serie di illustrazioni ispirata agli Ulver.

Scopro l'esistenza di una cosa simpaticissima che si chiama DSBM (Depressive Suicidal Black Metal) ed è un po' come quando esci con qualcuno un po' gelido, ma poi il ghiaccio si rompe e finite per confidarvi: "Ehi, anch'io ho avuto la depressione". Mi rilassa. Mi sento a casa.

Quello che succede è che, quando la parte sbagliata della mia mente prende il sopravvento, non mi ci crogiolo più; m'incazzo, e tengo a bada i miei demoni. Può sembrare patetico, e forse lo è—"Last night black metal saved my life" fa piuttosto ridere—, ma è bello sapere che sta roba marcissima, brutta e cattiva è in grado di fare così bene a qualcuno. Un po' come dire che anche la persona più di merda, che si affetta un braccio con una bottiglia (o dà fuoco a una chiesa, o seppellisce i suoi abiti in giardino per sembrare uno zombie), può trovare il suo spazio e fare qualcosa di buono.

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