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La morte in carcere di Aldo Bianzino è ancora un mistero

Il 14 ottobre 2007 finisce la storia di Aldo Bianzino: cosa sia davvero successo nelle 48 ore trascorse dal falegname umbro dietro le sbarre - tra l'arresto e il decesso - non si è mai saputo.

di Corallina Lopez Curzi
23 giugno 2016, 3:00am

Aldo Bianzino. [Foto via ACAD Italia]

Questo articolo è realizzato in collaborazione con Non Me La Spacci Giusta, un progetto di CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili).

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Il 12 ottobre 2007 è una data che Rudra Bianzino non potrà mai dimenticare.

Quel giorno le forze dell'ordine arrivano all'improvviso nel casale immerso nella campagna umbra in cui vive la famiglia Bianzino — Aldo e Roberta, il quattordicenne Rudra e la madre ultranovantenne di lei, Sabina.

Succede tutto nell'arco di poche ore: la perquisizione, la scoperta di una piccola coltivazione casalinga di marijuana, l'arresto di Aldo e Roberta, Rudra e Sabina che restano soli e spaventati in quella casa sperduta nella campagna.

Le prime notizie arrivano il sabato sera, quando una chiamata del cappellano del carcere perugino di Capanne informa il ragazzo e la nonna che Aldo e Roberta si trovano nella struttura, e che lì resteranno alcuni giorni.

In realtà Roberta Radici viene scarcerata il giorno successivo, di domenica. Prima di rilasciarla, le guardie del carcere la interrogano sullo stato di salute del marito Aldo — volevano sapere se soffrisse di cuore, e se avesse assunto droghe prima di entrare in carcere.

"Quando lei ha chiesto quando lo avrebbe potuto vedere, le è stato risposto 'signora, martedì, dopo l'autopsia'. Lo ha scoperto così che era morto," racconta a VICE News Rudra, che oggi ha 23 anni. "Hanno cercato, insomma, di estorcere alla donna in qualsiasi modo una giustificazione per la morte di mio padre, che nel frattempo era già avvenuta."

L'arresto e la morte

È il 14 ottobre 2007, e la storia di Aldo Bianzino è già finita. Cosa sia davvero successo nelle 48 ore trascorse dal falegname umbro dietro le sbarre - tra l'arresto e il decesso - non si è mai saputo.

Ufficialmente, Bianzino muore per una emorragia sub-aracnoide (ESA): un sanguinamento cerebrale che porta alla morte nell'arco di alcune ore, provocando nel frattempo quello che un medico legale al processo ha descritto come "il dolore più intenso che si possa provare."

In realtà, l'autopsia riscontrò sul corpo dell'uomo quattro ematomi cerebrali, fegato e milza danneggiati, due costole fratturate. "Che cosa è successo esattamente a mio padre? Io quello che penso non lo posso dire pubblicamente, perché mi devo attenere alla verità processuale," spiega Rudra.

Rudra Bianzino, figlio di Aldo, ritratto da Claudia Guido per il progetto Licenza di Tortura.

Stando alla ricostruzione giudiziaria, inoltre, nel corso della notte tra il sabato e la domenica Aldo Bianzino avrebbe chiesto più volte aiuto, ma le sue richieste sono state ignorate dalla guardia di turno — e quando l'hanno infine trascinato fuori dalla cella e gli hanno praticato la rianimazione era già troppo tardi.

"Prova ad immaginare: hai un mal di testa terribile, e ti rendi conto che non è solo un mal di testa, che ti sta portando alla morte," accusa del figlio di Bianzino. "Ti senti morire, poco alla volta, e sai che a pochi metri da te c'è tua moglie, che a casa c'è tuo figlio, e nessuno ti aiuta. Quindi, ecco, nel migliore dei casi io devo pensare che mio padre è stato lasciato morire come un cane, tra atroci dolori, mentre era nella custodia dello stato."

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Poi però ci sono gli elementi che, secondo alcune associazioni e la famiglia cozzano con la tesi dell'ESA: in primis la profonda lacerazione al fegato, con consistente versamento di sangue, evidenziata dall'autopsia.

"A processo si è ritenuto che questa sia stata una conseguenza della rianimazione che gli hanno praticato ," spiega ancora Rudra, "ma questa giustificazione proprio non regge. Il primo medico legale che ha valutato il caso ha infatti parlato a riguardo di 'colpi dati scientemente, con tecniche militari, atti a lesionare gli organi interni senza lasciare segni esterni'."

Una posizione simile è sostenuta anche da Valentina Calderone, direttrice di A Buon Diritto, associazione nata nel 2001 che si occupa soprattutto di 'immigrazione, privazione della libertà, fine vita e libertà terapeutica'.

"Nella vicenda della morte di Bianzino abbiamo da sempre denunciato una serie di punti oscuri che purtroppo rimarranno tali, ma in ogni caso queste sono domande che vogliamo continuare a porci," dice Calderone.

"La questione della rianimazione, per esempio. Bianzino è stato portato fuori dalla cella, fatto già anomalo di per sé, e adagiato sul pavimento del corridoio davanti all'infermeria rimasta però chiusa. Inoltre, nonostante nei documenti ufficiali la lesione al fegato viene spiegata come conseguenza delle manovre rianimatorie, i medici che l'hanno eseguita dicono di non essere mai salite sul corpo di Bianzino, né di avere in alcun modo toccato la parte del busto vicino al fegato."

Secondo Calderone, se i medici "avessero provocato una lesione così grave mentre facevano il massaggio cardiaco, sicuramente avrebbero rotto anche delle costole e lesionato lo sterno, ma dall'autopsia le ossa risultavano intatte. Questi elementi, insieme ad altri, ci portano a dire che in questa vicenda non è stato fatto tutto quello che era possibile per arrivare alla verità su quanto accaduto ad Aldo Bianzino."

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Alla ricerca della verità

Per tentare di ottenere verità e giustizia per suo padre, Rudra ha affrontato anni e anni di processi.

Una battaglia che il ragazzo ha portato avanti completamente solo: a poca distanza della morte del padre, infatti, morirono sia la nonna Sabina che la madre Roberta, i cui pre-esistenti problemi di salute si aggravarono in seguito ai fatti.

"Praticamente io adesso sono figlio di nessuno. Non mi hanno solo privato di mio padre, mi hanno proprio tolto tutta la mia famiglia," dice Rudra.

"Nella vicenda Bianzino, la tragedia ha colpito un'intera famiglia," sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell'Associazione Antigone e della Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili(CILD).

"L'uso evidentemente personale di cannabis da parte di Bianzino ha innestato una serie di tragici eventi a catena che non hanno nulla a che fare con il consumo di droghe, ma sono stati piuttosto determinati dalla reazione evidentemente spropositata da parte delle autorità. C'è un ragazzo che per questo è stato privato della sua famiglia: di ciò, direttamente o indirettamente, le istituzioni sono chiamate a rispondere."

Insomma: una vita spezzata, una famiglia distrutta, e un ragazzo appena adolescente che si trova a combattere contro lo Stato per cercare di capire cosa sia successo a suo padre.

Il processo, intanto, è iniziato e finito. Il fascicolo per omicidio colposo è stato chiuso dopo pochi mesi, e il procedimento è proseguito solo per omissione di soccorso.

La parola 'fine' è arrivata nell'estate del 2015, quando la cassazione ha confermato in ultima istanza la condanna della guardia carceraria di turno la notte tra il 13 e il 14 ottobre 2007.

Per non avere prestato soccorso alle richieste di aiuto di Bianzino, un agente di penitenziaria è stato condannato a un anno di reclusione. La condanna di primo grado era più lunga - un anno e sei mesi - ma era poi già stata ridotta di sei mesi in appello, nell'ottobre 2014.

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Ai tempi l'avvocato della famiglia Bianzino Fabio Anselmo, che in passato si è occupato anche delle vicende Cucchi e Aldrovandi, dichiarò che la condanna era "già qualcosa. Si inizia a fare luce e a riconoscere le responsabilità per la morte in carcere di Aldo."

Nonostante la sentenza, però, troppi interrogativi restano ancora senza risposta. E Rudra, ci spiega, ne fa una battaglia non solo sua — ma di tutti i morti di carcere italiani.

"Se non ci fossimo noi a parlare non lo farebbe nessuno al posto nostro," spiega a VICE News. "Noi non siamo dati statistici, non siamo un'opinione: siamo la realtà dei fatti, che viene sbattuta in faccia alle persone che ci ascoltano".

La droga e la morte di Bianzino

Ma torniamo per un momento all'inizio di tutto ciò, a quel 12 ottobre 2007, alla causa scatenante di tutta la vicenda, e cioè quella dozzina di piante di marijuana rinvenute nella proprietà dei Bianzino.

Quanto ha pesato la criminalizzazione della coltivazione di marijuana nella storia di Aldo?

Secondo Rudra, c'è un collegamento: "Quella attuale è una politica totalmente e platealmente fallimentare per cui sono già morte tante persone, e tante altre ne moriranno. Prima o poi dovremo sbattere la faccia con la realtà, accettare quanto scellerata è stata la decisione di continuare con l'approccio proibizionista. Finché ciò non accadrà, altre persone verranno arrestate, altre famiglie saranno stroncate, e l'insostenibile costo umano di queste politiche continuerà a crescere.

Sul caso del padre Aldo, però, Rudra appare più cauto: "È vero che in un certo senso la morte di mio padre è la conseguenza diretta di una normativa che, allora come oggi, prevedeva la galera per la coltivazione di marijuana a finalità di consumo personale — ma il problema è più ampio: è nella giustizia, nella sua forma e nel suo meccanismo."

Il ragazzo considera la normativa sulle droghe il motore scatenante della vicenda familiare - "insensata," la definisce - ma allo stesso tempo la ritiene qualcosa che "rientra comunque nella libera discrezionalità dello stato."

Per lui il vero problema resta però il modus operandi della giustizia: "Il vero problema è che finisci in carcere e non puoi essere sicuro di uscirne vivo, nonostante dovrebbe essere il posto più sicuro possibile."

Resta però che, da un lato, la criminalizzazione della coltivazione di marijuana è stato proprio il fattore causale scatenante di una serie di eventi che hanno portato alla morte di Aldo Bianzino e, dell'altro, tratto comune di tanti casi di morti sospette in custodia è proprio il riguardare soggetti stigmatizzati e criminalizzati per aver fatto uso di sostanze.

Secondo Rudra, "Il problema è che in Italia c'è proprio una mentalità retrograda su questo. Non è solo un problema della classe politica e dirigenziale, è proprio un problema culturale."

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"Credo che questo stigma verso chi fa uso di droghe sia proprio incardinato nel nostro sistema, nella nostra cultura," spiega Rudra. "È una cosa che risale agli anni Sessanta ed è rimasta pressoché immutata da allora: il consumo di sostanze è in un certo senso percepito come sovversivo, un qualcosa che va contro la società, e perciò da reprimere."

Critico verso gli effetti della 'guerra alla droga' è anche Andrea Oleandri, coordinatore della campagna Non Me La Spacci Giusta. "Diversi paesi del mondo hanno capito che le politiche di criminalizzazione non funzionano. Si sono riempite le carceri, si è messa a repentaglio la salute dei consumatori, si sono arricchiti i gruppi criminali ma il consumo e la diffusione delle droghe non è diminuita, anzi."

Un esempio da seguire, secondo Oleandri, è quello americano: "Gli stessi Stati Uniti, che nel 1971 promossero la war on drugs, stanno tornando indietro, con alcuni stati arrivati a legalizzare la cannabis. Altri paesi nel mondo hanno seguito la stessa strada oppure hanno optato per politiche di depenalizzazione con risultati positivi testimoniati dai numeri, numeri dietro alle quali si nascondono storie di persone cui ora lo stato offre un sostegno e percorsi reali di riduzione del danno, invece di punizioni."

A distanza di quasi un decennio dalla morte di Aldo Bianzino, sulla tematica degli abusi di polizia e delle morti in custodia c'è senz'altro una maggiore attenzione e sensibilità rispetto al passato.

Nulla è invece cambiato per quanto concerne la coltivazione di marijuana a scopo di consumo personale o per finalità terapeutica, nonostante l'esigenza - richiesta da molti - di un cambio di approccio.

Come cambiare finalmente verso in materia di droghe? Secondo il figlio di Bianzino, "bisognerebbe iniziare dal riconoscere che quella delle droghe non è una questione criminale ma casomai di salute."

Un cambio di approccio necessario per evitare che altri muoiano in carcere a causa della criminalizzazione, spiega Rudra, che aggiunge: "Devo accettare che mio padre è morto dopo essere stato condotto in carcere per una condotta che qui costituisce reato, e che invece a distanza di qualche centinaio di chilometri non è considerata minimamente offensiva."

Perché storie come quella di Aldo Bianzino non si ripetano più è necessario un intervento a doppio binario sulla nostra giustizia criminale: innanzitutto c'è l'esigenza di garantire che per le morti sospette in custodia sia garantita verità e giustizia - anche tramite l'introduzione del reato di tortura, dimenticato dalla legislazione italiana - e di ridefinire i contorni del proibizionismo, nell'attesa che la discussione in atto alla camera smuova il processo legislativo.

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Foto in apertura via Acad Italia

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