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Intrighi e depistaggi: il caso eternamente irrisolto della scomparsa di Emanuela Orlandi

Quelli degli ultimi giorni sono gli ennesimi "colpi di scena" di un caso incomprensibile da 36 anni, tra intrighi internazionali, pedofilia, il Vaticano e la Banda della Magliana: abbiamo provato a ricostruirli tutti.

di Claudia Torrisi
25 luglio 2019, 10:13am

C’è stato un momento della mia adolescenza in cui sono stata un’affezionata spettatrice di quei programmi che parlavano morbosamente di casi di cronaca irrisolti. Li conoscevo tutti: l'omicidio di via Poma, quello di Elisa Claps, o il “delitto della minestrina.” Quello che più mi appassionava era però la sparizione di Emanuela Orlandi, la 15enne cittadina vaticana scomparsa a Roma nel 1983.

Era il caso più avvincente, pieno di personaggi e una serie infinita di “svolte” che sembravano portare alla risoluzione e poi invece niente. L’ultima è stata pochi giorni fa. In seguito a segnalazioni ricevute dal fratello di Emanuela, sono state aperte due tombe del cimitero teutonico in Vaticano, perché lì sarebbe stata sepolta la ragazza. I loculi, però, erano vuoti. Un'altra ispezione in due ossari adiacenti ha portato al rinvenimento di migliaia di resti, che verranno analizzati alla fine di luglio.

Un episodio simile lo si è visto lo scorso autunno, quando erano state ritrovate delle ossa sotto un pavimento di un locale vicino alla Nunziatura Apostolica a Roma. Nonostante la circostanza fosse stata messa subito in relazione con il caso Orlandi, i resti rinvenuti sono risultati essere di un uomo, e risalenti a prima del 1964.

Negli anni questo copione si è ripetuto più volte, mescolando intrighi internazionali, misteri vaticani, pedofilia, complotti tra politica e malavita e una serie imprecisata di presunti colpi di scena. Basta cercare su Google una cosa come “caso Orlandi nuove rivelazioni” per farsi un’idea.

Come scrive il giornalista Pino Nicotri—uno di quelli che più si è occupato della vicenda in questi anni—nel suo libro Triplo inganno, “nessun caso di cronaca italiana ha mai visto tante messinscene, supertestimoni, cambi di trama, sussuri e grida, ‘svolte decisive’, ritrovamenti fasulli e gossip pruriginosi, come il caso Orlandi.” Prima di passarle in rassegna, però, è utile partire dalle poche cose sicure che si sanno.

Quando Emanuela scompare sono da poco passate le 19 del 22 giugno di 36 anni fa. Secondo quanto ricostruito dalla famiglia, poco prima la ragazza telefona a casa e confida a una sorella che quel pomeriggio ha incontrato un uomo per strada che le ha proposto un lavoro come presentatrice di cosmetici Avon. Le ultime due persone a vedere Emanuela Orlandi sono invece due sue compagne della scuola di musica “Tommaso Ludovico da Victoria” al centro di Roma, che raccontano di averla lasciata dopo la lezione di flauto alla fermata dell’autobus di corso Rinascimento, vicino Palazzo Madama. Da quel momento in poi, di Emanuela non si sa più niente.

La storia dell’adescamento con la proposta di vendere cosmetici è una delle prime ipotesi nate sul caso. Il giorno successivo alla scomparsa il vigile urbano Alfredo Sambuco e l'agente di polizia Bruno Bosco, entrambi in servizio davanti alla scuola di musica, dicono di aver notato nel primo pomeriggio del 22 giugno una ragazza che poteva essere simile a Emanuela parlare con un uomo di circa 40 anni con una Bmw verde vicino al Senato.

Secondo i due, questo avrebbe mostrato alla ragazza una borsa con scritto “Avon” con dei cosmetici. I due uomini erano stati trovati da parenti di Emanuela, che erano andati a fare un sopralluogo in corso Rinascimento e si erano rivolti al personale di guardia di Palazzo Madama. Le testimonianze del vigile e del poliziotto vengono ritenute subito assolutamente attendibili dalla famiglia, nonostante presentino diverse inconsistenze—per dirne una: come avevano fatto a vedere la scritta “Avon” sulla borsa dall’altro lato della strada?

Tanto che, interrogati dal magistrato nel 1985, Bosco parla semplicemente di una “A” su un borsone, mentre Sambuco nega di aver visto scritte o campioncini. Nel 2002, riporta Nicotri, quest’ultimo dice esplicitamente che i primi a nominare la “Avon” erano stati i parenti di Emanuela, non lui o il poliziotto. L’aver spinto su questa ipotesi è secondo il giornalista “la causa prima” del “deragliamento dell’inchiesta.”

A ogni modo, la scomparsa di Emanuela Orlandi inizia a diventare di dominio pubblico il 25 giugno, quando la famiglia fa pubblicare sul Messaggero e su Paese Sera un appello con foto della ragazza e numero di telefono di casa. È il momento in cui comincia il can-can delle telefonate—comprese quelle di sciacalli o mitomani—che saranno una costante nel caso Orlandi.

Ma è il 3 luglio la scomparsa di Emanuela diventa una vicenda di impatto mediatico enorme. Al termine dell’Angelus in piazza San Pietro, Papa Giovanni Paolo II parla del caso Orlandi esprimendo “viva partecipazione” alla famiglia, e confidando “nel senso di umanità di chi abbia responsabilità in questo caso.” L’uscita del Papa spiazza tutti, anche gli Orlandi. Del resto, perché il Pontefice avrebbe dovuto nominare Emanuela a piazza San Pietro?

La prima conseguenza, ricostruisce Nicotri, è che il Sisde (il servizio segreto interno) si interessa al caso. Giulio Gangi, collaboratore e amico della famiglia Orlandi, spiega al giornalista che al servizio segreto fino al 3 luglio della sparizione di Emanuela “non importava un accidenti”—e infatti è in quel momento che il telefono della famiglia viene messo sotto controllo. La seconda conseguenza è che si apre la voragine della pista del rapimento politico internazionale.

Il 5 luglio arriva così una prima telefonata alla segreteria di stato vaticana. Dall’altro lato della cornetta c’è una voce con un marcato accento straniero—a cui in seguito verrà dato il nome di “L’Americano”—che dice che Emanuela Orlandi è nelle sue mani, e la libererà solo se entro il 20 luglio verrà scarcerato Ali Ağca, il militante del gruppo nazionalista turco dei “Lupi Grigi” che nel 1981 ha provato a uccidere Giovanni Paolo II.

Nel pomeriggio la stessa voce chiama anche a casa della famiglia Orlandi, dicendo di parlare per conto dei rapitori; altre telefonate vengono poi fatte all’Ansa e a casa di compagne di classe di Emanuela. A parte una registrazione della voce della ragazza che ripete il nome della sua scuola, la fotocopia della tassa d’iscrizione alla scuola di musica, audio tratti da film e poco altro, i presunti rapitori non forniscono nessuna prova di avere Emanuela in ostaggio. Anzi, scrive Nicotri, “la scomparsa della Orlandi è l’unico caso al mondo di rapimento per il quale i rapitori non hanno mai dimostrato di avere in mano l’asserito ostaggio.”

Nonostante questo il Sisde fa avere al magistrato titolare dell’inchiesta una nota che avvalora l’ipotesi del rapimento finalizzato allo scambio con Ağca—il quale, interrogato, dice di non c’entrare niente con questa storia.

A distanza di una settimana dal primo, Papa Giovanni Paolo II fa un altro appello per Emanuela, stavolta sottintendendo chiaramente che sia stata rapita; ne farà in tutto otto, sempre più espliciti. Il Vaticano fa ancora di più per avallare l’ipotesi rapimento: annuncia una linea diretta per i rapitori con il segretario di stato vaticano.

Si susseguono dunque telefonate, comunicati completamente sconnessi dettati o recapitati alle sedi delle agenzie, e ritrovamenti di scritti contraffatti attribuiti a Emanuela. Per evitare ulteriori casini, il sostituto procuratore titolare dell’inchiesta chiede alla stampa di non divulgare più niente. Poco dopo l’incarico viene affidato a un altro collega, noto per le inchieste sul terrorismo. Intanto la famiglia della ragazza continua a chiedere prove che sia viva, non ottenendo però nulla.

La pista interna al Vaticano, intanto, si fa sempre più strada. Il Sisde fa infatti sapere ai magistrati di ritenere “plausibile” che la regia del sequestro sia da cercarsi nell’ordinamento ecclesiastico. Vengono mandate rogatorie in Vaticano cui viene risposto negativamente o superficialmente.

Alla scomparsa di Emanuela Orlandi viene inoltre accostato il caso di Mirella Gregori, un’altra ragazzina sparita lo stesso anno a Roma. Nessun giornale parla di questa vicenda prima che il 29 luglio 1983 lo faccia un reportage di Panorama (“Emanuela e le altre”) sulla sparizione di quasi duemila minorenni negli ultimi due anni in Italia. Pochi giorni dopo, Il Messaggero avanza l’ipotesi che Mirella Gregori possa essere stata rapita dallo stesso gruppo che ha in ostaggio Emanuela. Quasi contemporaneamente all’Ansa arriva il “Komunicato 1” con cui il “Fronte di Liberazione Turco Anticristiano Turkesh” chiede ancora lo scambio con Ağca e informazioni su Mirella Gregori, che da quel momento in poi verrà citata sempre.

Anche la famiglia Gregori inizia a essere coinvolta nel caso, ricevendo lettere e appelli. Vengono anche ricevuti insieme all’avvocato degli Orlandi dal presidente Pertini, il quale avalla anche lui l’ipotesi intrigo internazionale, invitando i rapitori a “rilasciare queste giovani ragazze.”

La storia dei “Lupi Grigi” viene però sconfessata nel 2008 da un ex ufficiale della Stasi, che racconta come tutta l’operazione—lettere e comunicati—fosse stata gestita dal suo ufficio come “trucco” per “distogliere l'attenzione dai bulgari” sotto accusa durante le indagini per l'attentato al Papa, e consolidare l’ipotesi della relazione tra Ağca e i Lupi Grigi.

“La messinscena del ‘rapimento politico’ di Emanuela è stata un incendio estivo che ha bruciato la possibilità di condurre indagini approfondite,” scrive Nicotri. La prima inchiesta sul caso Orlandi viene chiusa nel luglio 1997, e il giudice istruttore dice chiaramente il “rapimento politico” non c’entra nulla con il caso, e che le vicende Orlandi e Gregori non hanno nessun legame tra loro.

Accantonati i Lupi Grigi, negli anni 2000 si cambia genere ed entra in scena la Banda della Magliana. Alla fine di giugno del 2005 Chi l’ha Visto? trasmette in diretta l’audio di una telefonata anonima arrivata in redazione, che dice che “per trovare la soluzione del caso” Orlandi bisogna andare a vedere “chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare” e il “favore che Renatino fece al cardinal Poletti all'epoca.”

Nella Basilica è infatti sepolto Enrico De Pedis, appartenente alla Banda della Magliana e ispirazione per il personaggio "Dandi" di Romanzo Criminale. Che "Renatino" (questo il suo soprannome) fosse lì lo si sapeva almeno dal 1997; la “rivelazione” fa comunque un clamore mediatico pazzesco e il caso riesplode per l'ennesima volta. La tomba viene riaperta qualche anno dopo, senza però trovare i resti di Emanuela.

Nel frattempo, sempre a Chi l’ha Visto? telefona Antonio Mancini, un ex criminale associato alla Banda della Magliana, che asserisce di aver riconosciuto la voce dell’anonimo che aveva chiamato nel 2005: si tratterebbe del killer di fiducia di De Pedis, avvalorando così l’ipotesi del gruppo criminale dietro il caso Orlandi.

Nel 2008 quindi viene aperta una nuova inchiesta, non “perché siano emerse novità, ma solo per la pressione mediatica della trasmissione Chi l’ha Visto? sull’affaire De Pedis-Sant’Apollinare,” si legge nel libro di Nicotri. All’interno di quest’indagine viene sentita Sabrina Minardi, l’ex amante di De Pedis, rintracciata dai magistrati in una comunità di recupero, che diventa presto “la super testimone.” La donna dice agli inquirenti—e poi anche in interviste alla tv—che Emanuela è stata rapita proprio da De Pedis che l’ha segregata e poi uccisa per ordine di monsignor Paul Marcinkus, all'epoca presidente dello IOR, la banca vaticana.

Minardi dice di aver visto anche il sacco che conteneva il cadavere di Emanuela, poi gettato in una betoniera a Torvajanica insieme a quello di Domenico Nicitra, figlio del boss di Palma di Montechiaro sparito a 11 anni. Nicitra però è scomparso nel 1993, cioè quando De Pedis è morto già da tre anni. L’anno dopo allora Minardi rettifica, e dice che insieme a Emanuela non c’era il bambino, ma Mirella Gregori. Alla fine nel 2015 anche questa inchiesta viene archiviata.

I filoni e le piste non si esauriscono certo qui; al contrario si moltiplicano esponenzialmente, talvolta prendendo pieghe davvero grottesche. Negli stessi anni l’esorcista Padre Amorth dice ai giornali che Emanuela è caduta in “una trappola a sfondo sessuale,” tirando in mezzo la pedofilia in Vaticano. Marco Fassoni Accetti, un fotografo romano va in procura e si auto accusa delle sparizioni Orlandi e Gregori, proclamandosi “maggior telefonista” del caso e consegnando a Chi l’ha Visto? anche un presunto flauto di Emanuela. Il rapimento sarebbe stato giustificato dallo scontro tra fazioni in Vaticano, e la ragazza e la famiglia sarebbero stati consenzienti.

C’è poi stato il finto 007 Luigi Gastrini che ha sostenuto che Emanuela era viva e detenuta in un manicomio di Londra; Ali Ağca che la voleva in clausura nel Liechtestein; la pista dei preti pedofili a Boston; Emanuela viva a Parigi, o in Alto Adige, oppure in Turchia o in Medio Oriente.

Ipotesi—così come i depistaggi e i vari “supertestimoni” di questi 36 anni—mai riscontrate eppure sempre riprese, avvalorate e amplificate da giornali e televisioni.

I media hanno avuto infatti un ruolo cruciale nel caso Orlandi. E a proposito di questo aspetto, per Nicotri ci sono due questioni. La prima “è il fatto che giornali e tv hanno costantemente ignorato il lavoro dei magistrati che se ne sono via via occupati, benché abbiano esercitato—e continuino a esercitare—una forte pressione mediatica sulla magistratura in relazione al caso Orlandi.” La seconda riguarda invece il fatto che “la tragedia Orlandi è stata trasformata in un teleshow, in uno spettacolo televisivo da audience del tutto estraneo al giornalismo e all’informazione.”

Secondo il giornalista, la messinscena del rapimento politico, i depistaggi anche dei servizi segreti italiani e “la grancassa mediatica nazionale” hanno reso impossibile la soluzione di un caso che sarebbe potuta essere molto più agevole.

Il primo avvocato della famiglia Orlandi, Gennaro Egidio, tempo fa confidò a Nicotri che i motivi della scomparsa di Emanuela potrebbero essere stati molto più banali di quello che si pensi: “Il rapimento, il sequestro per essere scambiata con Ağca? Ma no. La verità è molto più semplice, anzi, ripeto, è banale. Ma non per questo meno amara.”

Solo che forse non si saprà mai. E come in un infinito giallo estivo, continueremo ad andare dietro ai “colpi di scena,” alle "rivelazioni," e agli "intrighi internazionali" più assurdi e improbabili.

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Crediti immagini: Emanuela Orlandi; Vaticano; Giovanni Paolo II; Mirella Gregori; Ali Ağca; Enrico De Pedis; Paul Marcinkus; Banda della Magliana.