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Fedez è l'ultimo dei nostri problemi

Da qualche tempo a questa parte Fedez è ovunque, esprime opinioni su chiunque e qualsiasi cosa ed è considerato una specie di interlocutore rappresentativo dei giovani. E anche se ha stufato, il caso di ieri ci ha fatto capire una cosa.

di Vincenzo Marino
02 maggio 2015, 2:55pm

Sono le 18.09 di venerdì 1 maggio, in zona Rho Fiera a Milano i cancelli di Expo sono aperti da otto ore. Il deputato della Repubblica e membro della segreteria del PD Ernesto Carbone twitta quanto segue, conquistandosi un retweet di Alessandra Mussolini:

Pochi minuti prima un gruppo di persone tra quelle che avevano preso parte al corteo No Expo aveva sfasciato vetrine e dato fuoco a macchine in alcune strade del centro di Milano, provocando danni, alcuni feriti lievi e un forte moto di rabbia sui social. Se non avessi avuto accesso a internet fino alle 18.09 del 1 maggio e mi fossi trovato davanti il tweet di Carbone, avrei potuto tranquillamente pensare che Fedez era alla testa della "guerra dei black bloc".

Giovedì, infatti, Milano era stata percorsa da un'altra protesta No Expo, in tono minore sia in termini numerici che di conseguenze pratiche. Tra le 800 e le mille persone, in buona parte studenti, avevano attraversato l'area fra piazza Cairoli e il Duomo imbrattando vetrine e ricevendo molte critiche. Fedez, che aveva già espresso il proprio sostegno a favore della causa, interverrà nel dibattito spiegando—con tweet che Repubblica definirà "abbastanza controversi"—che secondo lui "la vernice sui muri dei #No Expo indigna più delle infiltrazioni mafiose" e pubblicando una "lista degli edifici imbrattati datami da un #NoExpo," che avrebbe dovuto spiegare la differenza tra protesta legittima e atti di vandalismo. A quel punto Fedez porta a casa la giornata, conquistandosi i titoli dei giornali online e ricevendo diverse repliche.

In una giornata che, a corredo degli scontri di ieri, è stata dominata da invocazioni alle madri di Baltimora, interviste a ragazzini che stanno bene "in mezzo al bordello" e selfie con rottami di automobili, le parole di Fedez sono tornate a circolare quando la violenza per strada è diventata decisamente più pesante e il rapper è stato trasformato nel mandante delle violenze in atto. Ricevendo un invito da parte del comune a ripulire la città.

Tra i "cattivi maestri", nel frattempo, viene inserito anche Erri De Luca: in una lettera aperta al direttore di Wired, il giornalista Vittorio Zambardino scrive dei fatti di Milano facendo cenno al processo nel quale De Luca è accusato di istigazione a delinquere per aver rivendicato il diritto al sabotaggio della TAV. "Ciò che succede oggi a Milano, questo 'passaggio all'atto'," domanda Zambardino, "è l'esercizio del diritto-dovere al sabotaggio del quale parla De Luca?"

Alla fine, Fedez passa il suo primo maggio a prendere le distanze da quelle scene. Il caso di queste ore, tuttavia, è solo l'ultima manifestazione di una sua onnipresenza che l'ha trasformato in un interlocutore apparentemente rappresentativo e legittimo della categoria "giovani".

La raffigurazione più esemplare di questa "ascesa" si ritrova in una delle sue ultime apparizioni mediatiche, quella del Dialogo sulla resistenza che lo vede a bordo di un tram in giro per Milano insieme a Michele Serra. Anche se il contenuto di quel video è talmente irrilevante che persino lo stridio del tram avrebbe da solo destato più interesse, la sua esistenza ha messo in chiaro una cosa: Fedez è ovunque. Fedez è diventato il portavoce di istanze di ogni tipo. E ha evidentemente rotto.

In termini generali, l'incidenza di Fedez nel dibattito pubblico infatti resta in qualche modo inspiegabile, e in un certo senso appare inversamente proporzionale alla sua influenza artistica. Di Fedez non si ricordano cavalli di battaglia o inni generazionali, malgrado questa sembri essere chiaramente la sua principale aspirazione.

La sua presenza è costante e garantita da una serie di uscite ben calibrate e relativamente prevedibili, e ai giornalisti piace per due motivi. Da una parte la sua presenza garantisce clic e condivisioni dei tanti che lo amano e i tanti che lo detestano, dall'altra aderisce perfettamente alla figura di testimone intellegibile e un po' naif di un popolo che nelle redazioni continua a essere oscuro e impenetrabile: i giovani d'oggi. E il suo maggior talento è vendersi proprio come giovane d'oggi.

Le credenziali, dal punto di vista della stampa, ci sono tutte: ha 25 anni, è tatuato e ha i piercing, è grillino, fa rap, porta spesso dei cappelli. Le critiche a cose e persone della contemporaneità non mancano. Sembra avere un'opinione quotidiana su qualsiasi cosa, e lo rivendica dalle pagine di Chi.

Se da un lato la critica all'esistente per un artista che fa rap può apparire naturale, la sua—per diffusione, messaggio e pubblico—sembra più musica leggera. Una musica leggera che interpreta il ruolo dell'opposizione interna, gli permette di "criticare il sistema" da dentro e finire sulle copertine di riviste che tendenzialmente dovrebbero rappresentare il male contro cui si scaglia.

In questo, Fedez è molto furbo. Le sue apparizioni nel dibattito pubblico, peraltro, sono spesso repliche a personaggi già abbastanza discussi, fatto che gli garantisce quello spazio vitale buono per cibarsi dell'aspra contrapposizione che ne segue.

A maggio dell'anno scorso, per esempio, è stato chiamato a rappresentare la parte dei favorevoli alla legalizzazione delle droghe leggere negli studi di AnnoUno contro il peso massimo dell'oscurantismo Carlo Giovanardi. Da quel momento in poi la sua partecipazione nel dibattito pubblico è diventata quasi martellante: regala un inno al Movimento 5 Stelle, accende una polemica politica tramite X-Factor, battaglia su Twitter contro politici e giornalisti e diventerà il nemico pubblico numero uno della pagina Facebook "Comunisti?!? Dove?!? Dove?!?".

In certi momenti, come quando ricorda a Jovanotti che Matteo Salvini non è il miglior politico per il quale gioire quando idee come le sue danzano con quelle degli altri, o ancora mentre ricorda a Gasparri che non si giudica dalle apparenze, il suo punto di vista appare persino relativamente condivisibile. Così come non ha tutti i torti quando replica ai deputati PD che lo vogliono fuori da Sky, o chiede ad Andrea Bocelli e Antonella Clerici cosa pensino del lavoro sottopagato a Expo. Ma il fatto è che le sue provocazioni, tanto forti quanto sterili, scintillano fondamentalmente per esclusione.

In un'epoca di pacificazione politico-culturale, nella quale la parola "Renzi" ha appiattito divergenze fra partiti e coscienze intellettuali, e un deputato del PD finisce per ricevere l'endorsement della nipote del duce, persino dire la cosa più ovvia e banale spicca.

Alla fine dei conti, dunque, in questo suo ecumenico voler piacere e contemporaneamente star sul cazzo a più persone possibile, succede che a volte abbia ragione. Eppure il fatto che sia lui a prendere posizione e conquistarsi l'odio di Alessandra Mussolini, emergendo come "voce dei giovani", ci fa capire quanto Fedez sia probabilmente l'ultimo dei nostri problemi.

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