Rory, ma che cazzo - Cosa dobbiamo fare con il ritorno di Una Mamma per Amica?
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Rory, ma che cazzo - Cosa dobbiamo fare con il ritorno di Una Mamma per Amica?

Una Mamma per Amica è stato il prodotto culturale che tra tutti mi ha fatta sentire più compresa e rassicurata nel momento in cui ne avevo bisogno. Passati quasi dieci anni è tornata, e dopo averla vista non ho ancora capito come reagire.
29 novembre 2016, 12:51pm

Rory e Lorelai in uno dei video di anteprima della serie. Foto

via.

Attenzione: Questo post parla delle quattro puntate di Una Mamma per Amica: di nuovo insieme_, quindi contiene chiaramente degli spoiler su questa e sulle precedenti stagioni._

Nel 1999, Amy Sherman e David Palladino decidono di fermarsi per la notte nel paesino di Washington, in Connecticut, sulla strada per visitare la casa di Marc Twain. Hanno prenotato una stanza in una locanda, il Mayflower. Mentre sono al volante, guidando lentamente attraverso le vie del paesino, i passanti li fermano per chiedergli indicazioni sull'orto di zucche, tutti si conoscono e sono in giro per le strade. Entrata un diner, Amy si stupisce nel vedere i clienti sgattaiolare dietro il bancone per versarsi da soli il caffè. Il Mayflower Inn le sembra fatto di zucchero.

Dal giorno alla notte Amy prende talmente tanti appunti da essere pronta per il pilot della sua serie: Gilmore Girls, in italiano Una Mamma per Amica. La serie è andata in onda per sette stagioni dal 2000 al 2007 (in Italia dal 2002)—anche se la settima non ha visto coinvolti i coniugi Palladino a causa di alterchi con la produzione, contraria alla proposta di Amy di avere più sceneggiatori. Ed è così che uno dei prodotti televisivi più amati degli anni Zero non si è mai davvero concluso, lasciando i fan con un vago nodo alla gola e un senso di spaesamento durato fino a pochi giorni fa.

La conferma del ritorno di Una Mamma per Amica era arrivata il 16 gennaio del 2016—meno di un anno dopo il panel che aveva visto riunito il cast a un festival in Texas, occasione in cui la Palladino aveva messo a tacere le voci su un eventuale ritorno dello show—e l'uscita delle puntate è stata preceduta da varie operazioni di marketing piuttosto argute, tra cui l'apertura di più di 200 pop-up store che ricalcavano il diner di Luke. In alcuni di questi poteva esserci addirittura Scott Patterson stesso a servire il caffè.

Venerdì scorso, poi, è finalmente apparso A Year in The Life [in italiano _Una Mamma per Amica: di nuovo insieme_], la mini-serie composta da quattro lunghi episodi (da oltre un'ora ciascuno) scritti e diretti dai coniugi Palladino che riprendono le redini della vita di Lorelai, Rory ed Emily Gilmore a nove anni dall'ultima volta che le avevamo viste. Ogni puntata ha il nome di una stagione. Si inizia con l'inverno e si arriva all'autunno, la stagione che conclude il revival.

Quando Una Mamma per Amica è approdato sulla tv italiana avevo 12 anni. Lo guardavo perché era uno show godibile, ma a quel tempo è probabile che cogliessi il 20 percento dell'originalità e dell'intelligenza che lo caratterizzavano.

Una volta conclusa la triennale, determinata a trasferirmi in un'altra città che non fosse Roma, comprai un disco esterno per riempirlo di serie tv in caso avessi avuto problemi con l'allaccio di internet nella casa nuova. Tra 30 Rock, The West Wing e I Soprano decisi di infilare anche Una Mamma per Amica.

Mai scelta fu più azzeccata. Pochi mesi dopo, la relazione che avevo da più di tre anni si sgretolò lasciandomi in una situazione emotiva difficile. Non voglio dire che Una Mamma per Amica mi abbia salvato la vita, sarebbe eccessivamente drammatico. Ma non c'è ombra di dubbio sul fatto che sia stato il prodotto culturale che tra tutti mi ha fatta sentire più compresa e rassicurata nel momento in cui ne avevo bisogno.

Alcune serie, così come alcuni libri, sono immaginifiche. Questo aggettivo è un valore aggiunto che prescinde dalla brillantezza dei dialoghi o dalla regia impeccabile: ci sono alcuni prodotti che creano un mondo talmente ben congegnato e coeso in ogni suo elemento da dare l'impressione a chi ne fruisce che quel microuniverso sia vivo e dinamico anche e soprattutto nel momento in cui il libro è chiuso e la televisione spenta. Amy Sherman-Palladino è riuscita a fare esattamente questo.

Ancora adesso, nella mia testa, a sei ore di fuso orario, Stars Hollow, la piccola cittadina dimora delle Gilmore, si sta preparando ad accogliere una fiera. Probabilmente nevica e ancora più probabilmente Taylor Doosey sta abbaiando qualcosa di surreale a uno dei suoi town meeting. Miss Patty flirta con il nuovo ragazzo delle consegne mentre urla alle sue allieve di danza che Harry Potter morirà se non riusciranno a completare la loro routine. Kirk sta pensando a un nuovo lavoro strampalato mentre Luke caccia un cliente al telefono dal suo locale.

Perché una cosa va detta, questa è una di quelle serie in cui lo sfondo è cesellato così accuratamente da intessere una tela omogenea al punto tale da far quasi dimenticare allo spettatore la perfezione che la contraddistingue.

E forse ho riscontrato proprio il problema opposto in A Year in The Life. Nel complesso ciò che fa da cornice alle linee di trama delle protagoniste perde parte della sua elegante discrezione e si impone prepotentemente sullo spettatore. Gli abitanti di Stars Hollow, ognuno con le proprie idiosincrasie che conosciamo così bene, ci vengono presentati bulimicamente e senza quel ritmo lento, quotidiano e naturale a cui le precedenti stagioni ci avevano abituati. Mi è sembrato che mi stessero costringendo a ingoiare allo stesso tempo non una, ma tutte le madeleine che Proust aveva da offrire.

Basti pensare alla comparsata—nel secondo episodio—di Francine, la frenemy di Rory e Paris relativamente presente nella terza stagione, la cui assenza non si sarebbe notata e la cui presenza non aggiunge nulla, a parte rafforzare l'idea che i Palladino abbiano voluto fare le cose troppo in grande.

Allo stesso modo, per esigenze di copione, molti dei personaggi da cui ci si sarebbe aspettato un futuro più arioso rimangono ancorati irrealisticamente a Stars Hollow e dintorni. È il caso di Lane e in parte di Paris. La prima sembra avere ancora 17 anni e quasi non le viene prestata attenzione. Cresce i figli avuti con Zach e suona con il suo gruppo in salotto apparentemente a tempo perso. Paris è la direttrice di una clinica di lusso per la fertilità, un lavoro poco credibile e un po' incoerente rispetto al personaggio a cui eravamo stati abituati.

Ciò detto, negli episodi successivi al primo, l'impressione è che l'ansia di dimostrare ai fan che Stars Hollow sia ancora esattamente dove l'avevano lasciata si affievolisca progressivamente, rendendo un po' più godibile il resto della serie.

Un ulteriore elemento che mi ha intristito parecchio è rappresentato dai dialoghi: a parte rari lampi di genio, la freschezza, la rapidità e le continue citazioni—sia colte che pop—che contribuivano a rendere la serie originale e scintillante sembrano un po' perdute, o appaiono ossessivamente volte a comunicare al pubblico che sì, siamo nel 2016. Non solo: le pagine di copione, originariamente celebri per il fatto che ciascuna di esse copriva 20-30 secondi di dialogo, un tempo sorprendente quando si tratta di conversazioni all'interno di una serie tv (la stessa cosa accadeva con The West Wing), risultano annacquate.

Una volta chiariti questi problemi non da poco, l'attenzione può concentrarsi sulle vite delle tre Gilmore. Rory ha 32 anni e, a parte qualche exploit letterario su riviste importanti, è ancora in cerca della sua strada. Per Lorelai il tempo non sembra essere trascorso, il Dragonfly Inn procede nonostante l'assenza di Sookie e la relazione con Luke prosegue da quasi dieci anni. Emily, infine, è alle prese con l'inevitabile scossone rappresentato dalla morte di Richard dovuta alla scomparsa di Edward Herrmann, l'attore che ne interpretava il ruolo.

RORY

Rory, come già accennato, sembra essere paralizzata nel limbo del che-cosa-faccio-ora-che-ho-finito-l'-università, malgrado abbia terminato da tempo i suoi studi. Qui non si può essere molto severi: date le ambizioni del personaggio di Rory, non sarebbe stato possibile farla essere così spesso a Stars Hollow senza questo espediente. E sono sicura che riuscirà a diventare la prossima Alice Munro malgrado la sua antipatia.

Ciò che invece non mi ha convinta affatto è la sua vita sentimentale. Per quanto io non abbia mai provato particolare empatia nei confronti di Rory, i nessi logici ed emotivi che scandivano le sue relazioni sono sempre nello stile di Amy Sherman-Palladino: accurati.

I fidanzati di Rory hanno sempre ricevuto un'attenzione speciale da parte dei fan, forse proprio grazie all'eccessiva stilizzazione che li ha caratterizzati e che ha permesso loro di diventare degli uomini-prototipo riconoscibili da tutte le spettatrici: il buono noioso, lo stronzo sfuggente e lo stronzo che però ti vuole bene.

In A Year in the Life l'aspetto relazionale di Rory appare meno curato: il fatto che per due anni sia fidanzata con un tizio privo di qualunque spessore non rende giustizia né al suo personaggio né, più in generale, alla sceneggiatura. Sembra che Paul sia lì solo per farci sghignazzare per le battutine sul fatto che sia una persona dimenticabile. Se a lui si aggiunge anche la relazione clandestina con Logan, l'impressione è che crescendo Rory abbia cambiato radicalmente alcuni dei tratti della sua personalità. E se le serie tv mi hanno insegnato qualcosa è che la virata così drastica di un personaggio è apprezzabile solo quando è sostenuta da una solida sceneggiatura—cosa che, purtroppo, in questo caso manca.

D'altro canto, alcune scene che ripercorrono i vari amori di Rory riescono perfettamente nell'operazione nostalgia. L'incontro al supermercato con Dean, sebbene poco credibile e ammantato da un'atmosfera da Carramba che Sorpresa, è leggero e commovente al tempo stesso. Dean è sempre stato il fidanzato meno amato. Troppo buono, troppo noioso, troppo appiccicoso, poco ambizioso. E invece qui si riscatta grazie a un'unica frase detta da Rory: "Mi hai insegnato cosa significhi sentirsi al sicuro" [nell'originale inglese "You taught me what safety feels like"].

Ora che ho 25 anni, non passa un giorno senza che io non pensi alle persone che mi hanno insegnato la stessa cosa e non posso fare a meno di essergliene grata. Questo per dire che ho pianto per circa 20 minuti e ho dovuto interrompere momentaneamente la visione.

Anche l'addio a Logan, sebbene preceduto da un montage di dubbio gusto e campato per aria che richiama bizzarramente quello di Across the Universe, è pensato appositamente per farci ricontattare tutti i nostri ex-fidanzati. Non ci sono sbavature drammatiche, è un addio pulito, affettuoso e malinconico di due persone che un tempo avevano pensato di passare il resto della vita insieme ma le cui strade hanno preso direzioni diverse. Anche qui il mio corpo ha deciso di disidratarsi completamente per almeno un quarto d'ora.

Paradossalmente il fidanzato più amato dai fan, Jess, non ha un ruolo particolarmente rilevante. Continua a ricoprire la figura del "donatore" dello schema proppiano, colui che aiuta il protagonista e lo prepara per ciò che lo aspetta. Dico "continua" perché nella sesta stagione aveva fatto la sua comparsa per rivelare a Rory di aver scritto un libro e per spronarla a essere qualcosa di più di una damina dell'alta società. Allo stesso modo, in A Year in the Life è colui che dà a Rory l'idea di scrivere un romanzo autobiografico, idea non particolarmente originale visto che sarebbe potuta provenire da chiunque avesse avuto a che fare con le Gilmore e che quindi non aggiunge valore al personaggio di Jess.

Tutto quello che sappiamo di Jess, infatti, è che è ancora innamorato di Rory, cosa che come al solito non lo porta ad agire in alcun modo dimostrando che in tutti questi anni è rimasto un cretino con l'intelligenza emotiva di un mollusco. Le uniche parole che ho da dire in proposito sono: ben gli sta.

Emily, Lorelai e Rory.

EMILY, LORELAI E RICHARD

Qui i coniugi Palladino hanno dimostrato la loro maestria nel lavorare con i sentimenti e rappresentarli sullo schermo senza mai risultare banali: rendono l'assenza di Richard contemporaneamente protagonista e movente, in grado di modellare la vita interiore e i comportamenti di Emily e Lorelai e determinandone le fasi di elaborazione del lutto. La scomparsa di Richard viene infatti usata per sconvolgere gli assetti psichici, personali e familiari, determinando un periodo di crisi alla fine del quale le carte in mano sono diverse da quelle con cui avevano iniziato a giocare.

Del resto questa è una serie che non ha mai avuto paura di mettere in scena sentimenti sia positivi che negativi, calibrandone il tono fino a creare un equilibrio perfetto e a dare l'impressione che qualunque litigio, qualunque crisi, anche la più drammatica, potesse essere risolta nel corso del tempo. Perché di certi legami, nel bene e nel male, è impossibile liberarsi, e questo è consolatorio.

Così Lorelai, dopo un anno trascorso a lottare contro i sentimenti contrastanti che nutriva per suo padre e che la paralizzavano, nell'ultima puntata arriva esausta a prendere una decisione. È il momento della telefonata con la madre, in cui rielabora quel ricordo legato a Richard che al momento del funerale non era riuscita a trovare. Una volta fatto ciò, sembra sia libera di iniziare la nuova vita che aveva in serbo da molto tempo.

La vita di Emily ha un andamento simile. Dopo essere stata per cinquant'anni la moglie di un uomo ricco e di alto lignaggio, non riesce più a capire quale sia il suo ruolo. Vengono meno i suoi punti fermi e tra le mani sembra che non le sia rimasto nulla. Alla fine decide di dare un taglio netto con il passato, di cambiare casa e di impegnarsi in qualcosa che non sia in funzione di un marito scomparso, senza però smettere di rivolgere il suo affetto alla memoria di colui che le è stato accanto per mezzo secolo.

Ma i Palladino sanno che tutte le famiglie si contraddistinguono per i ruoli fissi dei componenti che ne fanno parte e gli schemi ridondanti che ne determinano la trama. E infatti Emily presterà dei soldi a Lorelai per ampliare il Dragonfly Inn solo se quest'ultima la andrà a trovare a Nuntacket a Natale e in estate—un ricatto che ricorda la prima stagione, quando Rory aveva bisogno di soldi per pagare la retta della Chilton.

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In generale, malgrado tutto, non posso dire che questo revival sia fallito completamente, né che sia riuscito del tutto. Gli elementi tipici della serie sono amplificati e resi ancora più luccicanti, nel bene e nel male, per regalare ai fan un ultimo assaggio di un universo articolato e familiare che era stato assente troppo a lungo.

Quanto a me, non so ancora dire esattamente cosa mi abbiano lasciato questi quattro episodi. Non so se la ricostruzione di quel mondo così vivido e così accogliente rimarrà scolpita così come è stato per le altre sei stagioni (la settima facciamo finta che non esista, dai). Se è vero che ne sono stata sottoposta alla visione in un altro momento della mia vita, la forza della serie rimane nell'universo impeccabile e minuzioso che ha creato, la cui esistenza concreta secondo il mio cervello è assolutamente indubbia. Mi serve un po' più di tempo per capire se la commozione che è scaturita da alcune scene sia stata solo il frutto di una manipolazione ben orchestrata, complice la nostalgia, oppure se oltre alla rappresentazione di un bel presepe ci sia effettivamente qualcosa di più sostanzioso.

Quello che so per certo è che ho pianto per un totale di due ore e che ho pensato a tutte le persone che mi sono state vicine nel corso della mia vita. Quindi l'unica conclusione possibile è che probabilmente sono molto manipolabile, cosa che già sospettavo.

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