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L'ultimo giorno di calciomercato con i tifosi dell'Arsenal

In Inghilterra c'è un giorno del calendario calcistico ancora più importante dell'ultima di campionato. Ci siamo andati per viverlo in mezzo ai tifosi.
4.9.13

Lunedì è stato il giorno più strano del calendario calcistico: l'ultimo giorno di calciomercato. Cosa lo rende così strano? Be’, è l’ultimo giorno del tempo prestabilito in cui i club di calcio europei hanno il permesso di comprare e vendere giocatori.

Se questo fatto non fosse già abbastanza eccitante, i media—e Sky Sport News in particolare—hanno preso quella che avrebbe dovuto essere una scadenza burocratica e l'hanno trasformato in qualcosa che assomiglia a una festa nazionale per chiacchieroni, tifosi, fanatici e appassionati di statistiche. C’è gente che si prende il giorno libero dal lavoro, organizza feste, fa telefonate dicendo di aver visto qualche giocatore all’aeroporto o all’autogrill. Ha trasformato anonimi giornalisti sportivi in celebrità ed è ora un giorno più importante della finale di campionato.

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Complici sono senz’altro le persone che guidano i club, che sono spesso piuttosto stupide, molto competitive e convinte della propria bravura di negoziatori sgamati, duri. La loro tendenza a lasciare che due mesi di lavoro si riducano all’ultimo, significa che per 24 ore il calcio vive in uno stato completo di caos, una strana atmosfera in cui tutto sembra possibile.

Ho sempre osservato l’ultimo giorno di mercato dal divano, ma quest’anno ho voluto gettarmici in mezzo. Quindi ho deciso di andare all’Emirates Stadium, dove un piccolo gruppo di tifosi dell’Arsenal si era riunito per festeggiare l’ingaggio del geniale giocatore dalla faccia di rana del Real Madrid, Mesut Özil.

Per buona parte degli ultimi dieci anni, l’Arsenal è stato impegnato nello sforzo di costruirsi una reputazione da miserabili, trascinato in una giungla di mediocrità dai miliardari del petrolio e dalla Emirates, spendendo barche di soldi. La firma di Özil per i fan significa molto più di un semplice rinforzo a centrocampo. Sarebbe una dichiarazione d’intenti da parte del club, inteso a segnare il proprio ritorno tra le grandi squadre.

Sono arrivato al tramonto, un piccolo, ma tosto gruppo di tifosi si era radunato fuori dallo stadio. Da tifoso del Chelsea, mi sentivo un po’ a disagio a stare lì, un po’come fare un giro sulla giostra delle emozioni di qualcun altro. Eccomi qui, tra le linee nemiche e sentendo indirettamente le speranze e i desideri più profondi di un gruppo (per la maggior parte) di uomini che sembrano aspettare tutti la nascita dello stesso bambino.

La folla era composta soprattutto di giovani uomini in tenute sportive, che si accalcavano confrontando le voci lette su Twitter, dicendosi ansiosamente cose tipo, “Tancredi Palmeri dice che il Manchester ha fatto un’offerta all’ultimo minuto!”

Però sembravano piuttosto felici, possedendo quel potere magico dei tifosi di trovare un qualche godimento nell’agonia di massa.

Al centro dei tifosi c’era una troupe di Sky Sport News. È strano, vedi queste cose in TV e ti aspetti un lavoro facile, pulito, e invece sembrano smarriti come tutti gli altri; solo due tipi grassi preoccupati che non rompessero loro le telecamere.

Il presentatore era questo tipo, Geraint Hughes. Ha passato la maggior parte della sera con il telefono incollato all’orecchio, parlando con rappresentanti dei club in un tono un po’ troppo alto, che mi ha ricordato di quando mia madre faceva finta di chiamare Babbo Natale per dirgli che quest’anno non doveva preoccuparsi. Sembrava un po’ un giovane preside affabile, o il Sindaco Quimby dei Simpson, con quelle sue maniere viscide in contrasto con la folla isterica di coatti urlanti dietro di lui.

ItIl suo mestiere era quello di fornire dei video intriganti durante la serata, mentre la storia si sviluppava, cosa che sarà sembrata geniale alla gente in studio, ma in loco pareva un incubo logistico.

Andava così: la camera veniva montata in una parte dello stadio, la folla si entusiasmava e ci si piazzava davanti, poi aspettavano qualche minuto cantando “Red Army, Red Army, Red Army!”

Poi arrivava Geraint e tutti facevano capannello intorno a lui per qualche minuto, pensando che avrebbero annunciato l’acquisto di Özil. E lui diceva, “Ragazzi, state indietro, non possiamo farlo con voi così vicini alla telecamera,” ma nessuno lo ascoltava.

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Tutti restavano in speranzosa attesa, come se Geraint fosse una specie di araldo pronto ad annunciare l’incoronazione di un nuovo re. Ma alla fine diceva sempre solo qualcosa tipo, “La pazienza è la virtù di forti, e i tifosi dell’Arsenal ne hanno di sicuro tanta!” e tutti tornavano a controllare Twitter.

È andata avanti così per diverse ore. Quel che all’inizio sembrava così affascinante è diventato noioso, e la folla iniziava a diminuire.

Più ritardavano l’annuncio,  più diventava opprimente il senso di sconforto della folla. Twitter era pieno di gente che diceva, “A questo punto dovrebbero aver finito” e “Ci deve essere un problema”. La gente iniziava a insultare Arsene Wenger, l’allenatore dell’Arsenal. Anche Geraint, prima così spumeggiante, aveva il muso lungo, i suoi modi erano passati da giovane rampollo dei Kennedy in campagna elettorale a capo scout che si è reso conto di aver lasciato indietro un bambino.

Con i sorrisi che pian piano si spegnevano, era chiaro che se non fosse andato in porto l’accordo, il povero Geraint si sarebbe trovato in una brutta situazione. Forse l’avrebbero preso di mira, considerandolo il membro più vicino a loro dell’establishment calcistico su cui mettere le mani. Come un povero spazzino che si vede la casa incendiata dagli anarchici solo perché lavora a Westminster.

A un certo punto, hanno pure tirato una lattina addosso a Geraint. Era passato dall’essere latore di buone nuove a partecipante del piano eversivo per tenere l’Arsenal lontano dalla gloria.

La storia diventa sempre più nera. La folla è sempre più ansiosa. A questo punto, tutti sembravano tristi, confusi, o tutte e due le cose, quando Geraint trasmetteva gli aggiornamenti allo studio, come se avessero detto loro che avrebbero passato il Natale in aeroporto. Anche se un tipo aveva portato con sé una patata per schernire quelli usciti sconfitti dal derby del giorno precedente: i Tottenham Spurs.

Credo sia proprio questa la cosa stupenda del calcio, che porta con sé una carica emotiva tale da convincere un uomo a passare il grosso del proprio lunedì sera a provare a far inquadrare una patata in televisione, solo per dar fastidio a dei tifosi del Tottenham che non incontrerà mai.

Ma poi, è successo. Appena dopo le 22 30—quattro ore e mezza dopo il mio arrivo—la notizia che tutti aspettavano è alla fine arrivata. Geraint ha annunciato alla folla che l’accordo era stato trovato e lo ha detto ancora prima di fare il discorso alla telecamera. Per questo, lo hanno amato: è diventato l’uomo che teneva i fili del loro destino, il profeta delle relazioni pubbliche, Mosè col microfono. Un tifoso in fondo alla folla ha anche fatto notare che, “In questo momento, noi bastardi siamo gli unici bastardi nel paese a saperlo.” Sono impazziti di gioia, lo hanno sommerso di abbracci e di gadget della squadra come se fosse un papà smarrito a un concerto dei Pendulum.

Le telecamere inquadravano i tifosi, che erano in preda a un ballo di gruppo sfrenato, cantavano tutte le canzoni che si ricordavano, urlando ai palazzi e alle nuvole argentee di Londra.

Sembrava che nessuno riuscisse a smettere di sorridere. Questa è una squadra che si è presa un sacco di merda negli ultimi anni e ora, finalmente, tornavano a competere con le grandi. Mi sembrava di essere davanti alla nascita di un nuovo re.

Geraint è rientrato nel furgone, in un cammino pieno di strette di mano e di foto ricordo. Qualcuno aveva portato della birra e ora la massa in festa aveva iniziato una specie di marcia improvvisata diretta a nord, bloccando il traffico e picchiando sui finestrini delle auto.

Mi chiedo se Mesut Özil si sarebbe mai immaginato di essere motivo di tanta felicità per un gruppo di strani personaggi a Londra. Anche se non ero presente sul campo al carnevale in occasione dell’arrivo di Stephen Ireland allo Stoke, la situazione stava comunque diventando uno spettacolo.

La gente sicuramente vedrà l’immagine di un tipo in scarpe da ginnastica che si sdraia su un furgone della polizia in segno di disobbedienza civile o indicatore della violenza o della stupidità dei tifosi di calcio. Ma, a dire il vero, non c’entra niente. Era solo una dimostrazione di pura, incontenibile, gioia; cosa che si vede raramente in pubblico, specialmente a Londra (e specialmente con i tifosi dell’Arsenal). Anche gli sbirri ridevano, e gli sbirri odiano tutto.

Poi hanno deciso di sedersi in mezzo alla strada perché “odiano Tottenham”. Ma non c’erano tifosi degli Spurs a vedere questa dimostrazione di fede, solo qualche spazzino e la nostra macchina fotografica (Geraint e la troupe di Sky Sport News se ne erano già andati da un pezzo). Si capisce perché la gente consideri l’ultimo giorno di mercato come la commercializzazione del calcio, ma qui sembrava trovarsi uno spirito comunitario genuino.

Ne sono uscito convinto che l’ultimo giorno di calciomercato è diventato una di quelle tradizioni britanniche bizzarre, come il Glastonbury, il carnevale di Notting Hill o quella collina dove la gente rincorre il formaggio. Vale per tutta l’Europa, ma sono i tifosi della Premier League  a sembrare i più disposti a trasformare questo momento in una dimostrazione di isteria e delirio. A volte sembrano preferirlo al calcio vero—forse perché la triste verità è che, nonostante i momenti di splendore, il 90 percento del calcio è fato di calci di Jonjo Shelvey che escono mollemente a lato e Scott Parker che si passa la palla da solo.

Non c’è molto per cui festeggiare in Gran Bretagna, di questi giorni, ma il calcio rimane qualcosa per cui ci si può entusiasmare. Quelli coinvolti nei riti non erano i bastardi miserabili che hanno chiamato Stan Collymore per lamentarsi degli arbitri, erano gente di lì che ama la propria squadra e che voleva fare qualcosa di diverso il lunedì sera. Voleva gettarsi nel caos e nel dramma dell’ultimo giorno di mercato, e del calcio in generale.

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È stata un’esperienza gioiosa, rinvigorente, intensa che mi ha ridato fiducia nel calcio come forza del bene, una cosa nata dalla comunità. E lo dico da tifoso del Chelsea.

Segui Clive su Twitter: @thugclive

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