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Cosa c'è oltre la notizia del sedicenne morto in discoteca a Riccione

L'informazione sul caso del sedicenne morto a Riccione dopo aver assunto una grossa dose di ecstasy dimostra una cosa: in Italia, al di là dell'isterismo di massa, le nozioni da diffondere a chi legge sono praticamente nulle.
Niccolò Carradori
Florence, Italy
22.7.15

Grab via.

Negli ultimi giorni, l'atavico bisogno di speculazione della stampa italiana si è concentrato sulla morte di Lamberto Lucaccioni: un sedicenne di Perugia che dopo aver assunto ecstasy mentre si trovava al Cocoricò di Riccione si è sentito male.

Secondo la ricostruzione, Lamberto avrebbe sciolto un quantitativo enorme di sostanza (quasi tre grammi) in mezzo litro d'acqua. Probabilmente sono proprio le modalità di assunzione ad aver provocato il suo decesso—anche se solo l'autopsia, prevista oggi, potrà chiarire definitivamente le cause.

Ovviamente però, come da prassi collaudata, tutto l'impasto di commenti e notizie dell'accaduto si è concentrato sull'allarmismo e la retorica del disagio: analisi sconsolate sul livello di devianza, solitudine e mancanza di valori che le nuove generazioni hanno raggiunto, e perizie psichiatriche da accatto a profusione.

Gli elementi per narrazione pre-confezionata, del resto, c'erano tutti: il sedicenne in vacanza con i genitori che si presta alla prima esperienza con la droga, la discoteca generalmente nota per essere un locale dove i giovani "si sballano", l'amico diciannovenne definito "pusher" che vende la droga a Lamberto, e soprattutto la morte.

Praticamente tutto l'apparato mediatico che ha commentato la tragica vicenda ha utilizzato questo tono. Tono che, al di là di tutto, non ha assolutamente aggiunto niente al problema. L'attenzione che questo episodio ha attratto sarebbe stata motivata soltanto nel caso in cui si fosse cercato di approfondire realmente la questione dell'educazione sulle sostanze e le dinamiche che stanno realmente dietro al suo consumo.

Ma la nenia che è uscita dalle pagine dei giornali e dalle home page dei siti internet in questi giorni non se ne è occupata: soprattutto perché per riuscire a fare un lavoro di informazione di questo tipo si dovrebbe innanzitutto sapere di cosa si sta scrivendo.

Lasciamo stare la televisione: capisco che un telegiornale parli anche alla generazione dei nonni di chi adesso ha vent'anni, per cui è importante specificare che "la ketamina è un anestetico a uso veterinario che le nuove generazioni assumono come droga." Il Corriere della sera, però, scriveva in prima pagina giusto l'altra mattina che l'ecstasy è una "nuova droga"; in questo articolo del Corriere di Bologna il "pusher" avrebbe ceduto una pasticca di ecstasy che però è anche dell'MDMA in cristalli che i tre ragazzi hanno sciolto in mezzo litro d'acqua.

'Ecstasy, la nuova droga che distrugge i ragazzi'. La nuova droga. Prima pagina del Corriere, 20 luglio 2015. — roberto maggioni (@RobMaggioni)20 Luglio 2015

Scavando un po' più a fondo, poi, non è difficile rendersi conto di come l'informazione di questo tipo vada ben oltre le pagine della cronaca e i singoli fatti. A fine giugno, per esempio, il Corriere offriva ai lettori un'estesa panoramica delle "nuove droghe" immesse sul mercato: l'oscura cocaina, il nuovissimo LSD , la già citata ketamina, fino al peyote, la nuova droga precolombiana. Ci sono anche i "sali da bagno", che hanno avuto un momento di grande fama qualche anno fa, quando li si definiva "la droga dei cannibali".

Questi prontuari vengono stilati ogni voltache un fatto di cronaca si interseca con il problema droga, e testimoniano a chiunque abbia una conoscenza anche solo approssimativa della questione quanto in alto mare sia la consapevolezza sulle sostanze e il loro utilizzo: al di là dell'isterismo di massa, le nozioni da diffondere a chi legge sono praticamente nulle.

Ed è proprio questo vuoto di conoscenza che crea i presupposti perché episodi come quello accaduto a Riccione abbiano probabilità di verificarsi. Come sostenuto dai responsabili di LAB57, un'associazione di promozione sociale senza fini di lucro, in un'intervista rilasciata a VICE tempo fa: "sapendo che qui non c'è alcun tipo d'informazione o controllo sulle sostanze, i consumatori [italiani] sono trattati a livello delle cavie. In Francia, ad esempio, sono previsti servizi d'informazione simili al nostro su base capillare e questo in qualche modo ripulisce il mercato."

L'unico valore aggiunto di utilizzare una notizia come quella di Riccione, quindi, è stato ignorato. L'atteggiamento da panico morale promosso dai media italiani ha eliminato alla radice la possibilità di comprensione del problema. Soprattutto per quanto riguarda l'evoluzione del mercato della droga e le conseguenze portate dall'approccio fortemente repressivo messo in campo nell'ultimo decennio.

In questo articolo uscito su Dire.it il tossicologo Salvatore Giancane chiarisce la questione: "Siamo usciti dal solco tracciato dell'Unione Europea, da quasi dieci anni il Dipartimento delle politiche antidroga non parla più di riduzione del danno. Si punta solo sulla prevenzione primaria." E ancora: "Sulla droga non si può partire da questioni morali: non esiste il giusto e lo sbagliato, non c'è il bianco e il nero, ma un'infinita serie di grigi. […] Il metodo repressivo di oggi è il più presuntuoso e deresponsabilizzante: il commento è sempre 'Se l'è cercata'. Se invece si parlasse di prevenzione, riduzione del danno, se operatori nelle piste italiane facessero prevenzione, consegnassero acqua, suggerissero di prendere fiato ogni tanto, sarebbe una bella responsabilità, da garantire. Piaccia o no, è quella la strada: perché una tragedia come quella di Riccione avrebbe potuto essere prevenuta, e quindi evitata."

L'episodio del Cocoricò non è assolutamente il primo, ma anche questa volta la sensibilizzazione e la consapevolezza sono state sacrificate alla mera speculazione emotiva. Mentre al massimo il dibattito morale suscitato in questi giorni porterà ad una rubrica di Raffaele Morelli, tutto ciò che resta è l'inossidabile mancanza di collegamento fra rimbrotti allarmistici e obbiettività nel valutare una situazione.

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