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Cosa ho visto durante lo sgombero dei profughi a Ventimiglia

Ho passato qualche giorno a Ventimiglia, tra i profughi bloccati al confine tra Italia e Francia che si sono accampati tra gli scogli, la pineta e la stazione. Ieri ho assistito allo sgombero, e questo è ciò che ho visto.
17.6.15

Tutte le immagini di Cosimo Caridi.

Quale sia l'impegno e il ruolo di Francia e Italia nella gestione dei migranti a Ventimiglia lo si capisce immediatamente guardando la disposizione delle forze dell'ordine alla frontiera di ponte San Ludovico.

Gli uomini della gendarmerie, i carabinieri francesi, sono in camicia azzurro chiarissimo e scrutano dentro le auto che attraversano il valico. Lì accanto hanno i loro i minivan blu scuro. Gli italiani, giusto dieci metri più avanti, sono rappresentati da una vasta gamma di uniformi. Ci sono la locale di Ventimiglia, la celere dai caschi blu e i carabinieri con i loro Iveco blindati.

Da cinque giorni, un centinaio di profughi hanno trasformato gli scogli dei Balzi Rossi—gli ultimi italiani, prima della Costa Azzurra—nel simbolo della protesta. Erano tutti entrati in Francia, ma sono stati respinti dall'apparato di sicurezza e riaccompagnati in frontiera. Invece di prendere la via per Ventimiglia, una strada di otto chilometri, hanno tirato dritto per Mentone.

La gendarmerie ha alzato gli occhi al cielo e la celere ha caricato. I migranti, che di botte nel viaggio dal Sahara a qui probabilmente ne hanno viste parecchie, hanno immediatamente scelto come posto più sicuro gli scogli, minacciando di buttarsi a mare. Considerando che molti di loro non sanno nuotare, le forze dell'ordine hanno preferito ingaggiare un braccio di ferro psicologico che è durato fino a martedì mattina.

Nel giorno stesso in cui sono arrivato a Ventimiglia per seguire i fatti—dopo esserci stato già varie volte, quando la situazione era meno tesa—il ministro dell'Interno francese Bernard Cazeneuve si è espresso sulla questione in maniera piuttosto categorica: i migranti che si trovano a Ventimiglia "non passano, e di loro deve occuparsi l'Italia." Nei giorni scorsi, inoltre, i militanti del movimento di estrema destra Generation Identitaire si sono presentati alla scogliera gridando slogan razzisti contro i migranti.

Ieri, poco prima delle otto, mi trovavo sul luogo quando improvvisamente sono comparsi diversi mezzi blindati. Ho visto scendere parecchi carabinieri e poliziotti in tenuta anti sommossa. Non si sono avvicinati agli scogli, ma hanno tirato dritto verso una pineta, asfaltata perché in Liguria tutto quel che è in riva al mare va coperto di catrame.

Una cinquantina di profughi aveva preferito passare la notte sul cemento invece che sulle rocce. Gli agenti hanno formato un cordone e invitato tutti a raccogliere le proprie cose. In molti non capivano cosa stesse accadendo. Un ragazzo alto, e in un inglese senza accenti, si è rivolto a un battaglione di carabinieri: "Is there anyone who speaks English?" Ha ripetuto la frase più volte, cercando gli occhi degli agenti. La situazione sarebbe anche comica, se non fosse che i carabinieri avevano già tutti il manganello in mano. "Voglio parlare con qualcuno del governo. Spiegateci cosa sta succedendo. La gente si sta spaventando," ha aggiunto il ragazzo, questa volta guardando i giornalisti.

La risposta ai dubbi dei profughi è arrivata su quattro ruote: un bus bianco e rosso della Croce Rossa. Un ragazzo dalla maglia azzurra ha sgranato gli occhi e si è aggrappato a una ringhiera: "Ci vogliono portare in un centro d'accoglienza, vogliono prenderci le impronte digitali." A quel punto è scattato il panico. Le poche donne presenti sono scoppiate a piangere.

Essere trasportati in un centro di accoglienza significa essere fotografati e, con ogni possibilità, schedati attraverso le impronte digitali. Secondo il regolamento di Dublino, il profugo può chiedere l'asilo politico solo nel primo paese dove viene segnalato. Spesso e volentieri chi arriva in Europa, dopo lunghi viaggi attraverso l'Africa, non ha con sé i documenti, quindi la banca dati più affidabile è quella delle impronte digitali. Insomma, nella pineta di Ventimiglia si sono alzate le urla per la paura di dover restare in Italia.

Ci sono voluti tre agenti per staccare il ragazzo con la maglietta azzurra dalla grata a cui si era attanagliato. Viene scortato al bus, spinto, a tratti sollevato, ma davanti alla porta è caduto. "Portatemi delle manette!," ha urlato un agente della Digos con vistosi guanti neri di pelle. Il ragazzo è stato caricato su un'auto partita con la portiera aperta. La scarpa del migrante spingeva per evitarne la chiusura. La scena è quella di un arresto; manca però il reato. Fermato e identificato, per lui il viaggio è comunque finito. Niente nord Europa, tra 18/24 mesi una commissione territoriale deciderà se merita o meno lo status di rifugiato. Fino ad allora non potrà lavorare e dovrà vivere in uno Sprar, l'ormai celebre sistema statale per l'accoglienza da 35 euro al giorno.

Tra i migranti che ho incontrato, chi invece ha vinto la battaglia con la polizia è Saddam, un ragazzone sudanese di oltre cento chili. Diciannove anni e sei compagni di viaggio: madre, fidanzata e quattro tra fratelli e sorelle, due ancora minorenni. Quando i poliziotti si sono avvicinati, lui ha sfoderato tutte le tecniche nonviolente che conosceva. Ha preso sottobraccio la madre e la sorella, che a loro volta si sono uncinate agli altri famigliari. Una donna poliziotto in divisa gli ha ripetuto: "Non potete stare qua."

A quel punto, Saddam è svenuto – o forse si trattava solo di una tecnica nonviolenta. "Perché ci avete salvato nel Mediterraneo, se poi ci trattate così?," ha chiesto quando ha riaperto gli occhi. "Era meglio lasciarci andare alla deriva e farci diventare cibo per gli squali."

Alla fine della giornata, due persone sono state fermate con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Diversi profughi, invece, sono riusciti a scappare dalla presa degli agenti della celere, correndo sugli scogli dai loro compagni. Il bus della Croce Rossa è andato via con oltre una trentina di persone a bordo.

Se gli scogli sono il simbolo, la stazione di Ventimiglia è diventata la casa per i migranti che vogliono passare in Francia. Croce Rossa, ministero, associazioni di volontariato e benefattori privati sostengono i trecento che da giorni mangiano, dormono e si lavano lì. "Occhio, non stringergli la mano, che hanno tutti la scabbia," sento ripetere dai turisti diretti in Costa Azzurra. Lo scorso weekend è stato anche aperto un locale in disuso della stazione. Qui dormono, su cartoni e coperte, almeno duecento persone, principalmente donne e bambini.

Fino alla settimana scorsa i treni erano la valvola di sfogo per i profughi diretti in Francia. La tratta più battuta era il regionale Ventimiglia-Nizza. Spesso la polizia francese saliva sui convogli e faceva scendere chi non aveva i documenti in regola. Si poteva tentare anche due o tre volte al giorno e magari, nascosti in bagno, o nel cono d'ombra di una pausa sigaretta della gendarmeria, in tanti, tutti i giorni, arrivavano Oltralpe. Ora il presidente François Hollande, alla ricerca dei voti moderati, ha scelto la linea dura e di fatto chiuso la frontiera. Non passa più nessuno, o quasi.

Ogni giorno, un paio di avventurieri tentano i sentieri degli Alpi Marittime. Da lì sono passati prima i contrabbandieri, poi ebrei e antifascisti. "Non ho le prove," mi ha raccontato Enzo Barnabà, storico di origine siciliana da anni trapiantato a Grimaldi, ultimo borgo italiano prima della Francia, "ma su queste mulattiere è passato anche il presidente Pertini, mentre riparava in Francia." Come mi spiega, "è molto facile sbagliare strada e se sbagli finisci in un burrone. Tre mesi fa è dovuto intervenire un elicottero per recuperare un sudanese rimasto incrodato."

Da casa sua Enzo vede passare ogni giorno tre o quattro africani. "Pochi rispetto a quelli che potrebbero usare questo sentiero," conclude lo storico. "Ma ormai nemmeno i passeur lo utilizzano più." Oggi, infatti, i traghettatori di uomini utilizzano le auto. Con 50-80 euro si ottiene un passaggio da Ventimiglia a Nizza. A seconda della fortuna si finisce o nel bagagliaio di una familiare, o in un furgoncino stipato all'inverosimile.

Nel 2011, con l'emergenza Nord Africa, la situazione era grossomodo la stessa. Il governo Berlusconi, per disinnescare l'emergenza al confine con la Francia, tirò fuori dalla manica i visti temporanei. Con questi i tunisini furono in grado di viaggiare per tutta l'Europa. Renzi si è fatto solleticare dall'idea di giocare la stessa carta, ventilando anche l'ipotesi di un fantomatico "piano B" sull'immigrazione nel caso in cui salti il piano europeo di redistribuzione dei richiedenti asilo. Peccato che il premier sia stato smentito dal suo ministro Angelino Alfano, che ai tempi era il delfino dello stesso Berlusconi. Intanto le ore passano, ma forse questa è già una strategia.

Nel frattempo, un lancio dell'ANSA di stamattina riporta che sono aumentati i controlli della polizia italiana sui sentieri. La polizia francese, dal canto suo, ha fermato tutti i treni in arrivo dall'Italia alla stazione di Garavan, respingendo alcuni migranti. Sui binari che passano nella zona di confine di Ponte San Ludovico è stato messo un rilevatore acustico per impedire il passaggio a piedi. L'unica certezza, insomma, è che la crisi a Ventimiglia è decisamente lontana dall'essere risolta.

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