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Facebook vuole diventare tutto l’Internet di cui avrai bisogno

È il sito più visitato al mondo insieme a Google, l'app più utilizzata da mobile e per moltissimi anche l'unica fonte di informazione. Ma quale sarà il ruolo di Facebook nell'informazione e nella società del futuro?

di Vincenzo Marino
11 agosto 2015, 6:33am


Illustrazione di James Harvey.

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Qualche settimana fa Mark Zuckerberg ha lanciato un Ask Me Anything su Facebook nel quale ha cercato di rispondere a più persone possibili, Arnold Schwarzenegger compreso. Nei commenti sono arrivate anche le domande di Jeff Jarvis e Arianna Huffington, nell'ordine uno dei più eminenti commentatori sui nuovi media e il capo assoluto di Huffington Post. Il fatto che non mi senta di specificare chi siano Arnold Schwarzenegger e Mark Zuckerberg è già di per sé piuttosto indicativo.

Jarvis e Huffington si chiedevano quale dovesse essere secondo Zuckerberg il ruolo di Facebook nell'informazione e nella società del futuro. La risposta del CEO è articolata e piuttosto ben esposta, ma si può riassumere in modo più sintetico con un perentorio penso che tutto il mondo debba passare prima da qui. Intendendo per "qui" la sua creatura miliardaria, che comprende il sito più visitato al mondo insieme a Google (dati Alexa), e servizi come Whatsapp, Facebook Messenger e Instagram.

Il sospetto che Facebook voglia mangiarsi tutto l'internet in questi mesi è venuto a più di un commentatore, come Austin Carr di Fast Company, secondo il quale il vero obbiettivo di Facebook, alla fine, sarà fare della piattaforma una parte essenziale "di ogni nostra interazione sociale che avviene nel mondo."

A riprova del fatto che Facebook intende diventare davvero il "tutto" di internet, per esempio, di recente è stato svelato il programma di lancio di una specie di motore di ricerca che dovrebbe spingere gli utenti a non abbandonare mai i suoi servizi e rendere quello di Facebook un ecosistema completamente autosufficiente, regolato da norme e priorità stabilite da un'azienda che cerca di rendersi essenziale per ogni utilizzo che si possa fare della rete Internet nel prossimo futuro––che sia la pubblicazione della foto del proprio gatto con un sombrero o la lettura di notizie con gli ultimi aggiornamenti dal Nepal.

Il modo in cui le persone utilizzano la piattaforma, del resto, non può che supportare il piano di conquista lanciato da Facebook al resto della rete. Nonostante i periodici annunci circa l'esodo dei più giovani da Facebook, pochi giorni fa Zuckerberg ha annunciato dal suo profilo, come il sovrano di una patria digitale, i risultati raggiunti dal suo "governo": 1,49 miliardi di utenti attivi ogni mese, più gli 800 milioni su Whatsapp, i 700 su Messenger, e 1,5 miliardi di ricerche al giorno.

Immagine via Facebook/Mark Zuckerberg.

Oltre a contendersi il titolo di sito più visitato al mondo assieme a Google, infatti, Facebook sta inanellando una serie di primati editoriali e commerciali che lo hanno reso lo snodo centrale delle connessioni a internet della maggior parte dell'utenza attiva del pianeta.

In questo preciso istante, per esempio, Facebook è quasi costantemente l'app più scaricata su smartphone e tablet, nonché quella sulla quale si passa più tempo quando si usa uno strumento mobile––la media di consultazione è di un minuto ogni cinque, da aggiungere ai 40 minuti di media giornaliera da browser. Considerando quindi che il futuro della navigazione in rete, della lettura digitale e delle comunicazioni sembra essere quasi certamente mobile (39 siti di news su 50, sempre secondo il Pew Center, riceverebbero più visite da mobile che da desktop), appare abbastanza legittimo azzardare ipotesi come questa: Facebook rischia di diventare effettivamente la porta d'accesso al resto del mondo, il filtro attraverso il quale leggiamo i suoi fenomeni e comunichiamo con gli altri. Sempre se prima non succede qualcosa di veramente grosso.

Già adesso, infatti, l'esistenza di Facebook influenza notevolmente il modo in cui le persone si informano, condizionando quindi la loro formazione come individui, come vicini di casa, come padroni di cani, o come elettori. Per il 61 percento dei giovani raggiunti dal Pew Center, Facebook sarebbe la fonte primaria dalla quale vengono trovati e letti aggiornamenti, lanci e link su notizie, ed è il terreno principale sul quale condividono news e formano il proprio giudizio sull'attualità politica. Vostro cugino in vacanza a Panarea, in pratica, è più influente di qualsiasi sezione di partito o foglio di giornale.

Grab via Pew Research Center.

Se Facebook è tanto decisivo nella formazione dei giudizi degli individui anche grazie al modo in cui leggono le notizie, a loro volta anche i giornali sembrano ormai sulla via della completa dipendenza da Facebook, influenzandone la strategia editoriale––e quindi anche il modo in cui i lettori vengono a conoscenza di fatti e opinioni. Ad oggi il sito è una delle fonti principali di visite verso i portali di news, se non la principale. Sarebbe a dire che le persone arrivano a leggere un articolo online lo fanno generalmente perché lo hanno trovato su Facebook, con tutto quello che ne consegue.

Il modo in cui gli utenti si imbattono nelle notizie è piuttosto rilevante ed è il vero nodo del cappio col quale Palo Alto sta cercando di tenere accanto a sé le testate giornalistiche: ogni post pubblicato su Facebook, infatti, è vittima di un posizionamento non casuale né cronologico (come invece vale per Twitter), ma è regolato da un famigerato algoritmo che privilegia alcuni contenuti rispetto ad altri, spostando il loro posizionamento nelle vostre bacheche in base a motivazioni per lo più oscure ai publisher––gran parte degli utenti Facebook ammette di ignorare totalmente il funzionamento di questo meccanismo.

Il problema, quindi, è che gli utenti trovano notizie provenienti solo dalla propria rete di amicizie, immergendosi nella più profonda e inespugnabile delle filter bubble, e i giornali sono costretti ad uniformarsi a regole (come adeguarsi a una certa frequenza di pubblicazione, o privilegiare contenuti particolari) che possono variare da un momento all'altro in base alle legittime esigenze di Facebook. L'argomento ha scatenato un ampio dibattito nel mondo giornalistico online sull'opportunità o meno di appiattirsi a peso morto sulle pretese di uno strumento terzo, regolato da meccanismi extragiornalistici, e che principalmente bada a fare i propri interessi. L'esito della discussione è stato questo.

È Facebook stesso, d'altro canto, a fare la corte ai nemici-amici giornali: se esperimenti come i social reader sono miseramente falliti perché insuperabilmente brutti e fastidiosi (erano quelle app dentro Facebook gestite da giornali online, e che condividevano in automatico tutti gli articoli imbarazzanti che leggevate), di recente è stato varato il progetto Instant Articles, articoli pensati, scritti e pre-caricati su Facebook dalle fanpage di alcune delle maggiori testate internazionali.

Questi articoli istantanei, diversamente dall'apertura di un link esterno, permettono un caricamento immediato del pezzo e una lettura particolarmente ricca di contenuti multimediali da mobile (audio, testo, video, foto). Il piano di Facebook, stando allo stesso Zuckerberg, sarebbe appunto fare di tutto il giornalismo un "instant article" sul proprio telefono: la prima e principale esperienza informativa, da consultare da smartphone in modo veloce, semplificato, se non addirittura automatico.

Il meccanismo non è molto diverso da quello dei video: da qualche mese infatti i filmati caricati direttamente su Facebook––e non pubblicati via YouTube o altri servizi––partono in play automatico e portano un contatore in basso. Questo espediente, insieme ad altri, ha portato il social a competere anche come piattaforma video, lanciando una concorrenza prima inconcepibile a YouTube: nello scorso anno, le ore di video caricate su Facebook sono cresciute vertiginosamente arrivando a contare 4 miliardi di visualizzazioni al giorno, quasi quattro volte il dato del 2014. A questi ritmi il sorpasso sembra piuttosto verosimile, in un crescendoche dall'Ice Bucket Challenge della scorsa estate (non a caso virale su Facebook e non su YouTube) ad oggi appare dall'esito quasi scontato.

Contenuti come le pubblicità, in formato video, sono risultati tra l'altro molto più interessanti su Facebook che su altre piattaforme online per filmati e broadcast, stando a un report Adobe Digital Index di giugno. Non c'è da stupirsi, quindi, se il denaro degli investimenti pubblicitari stia decisamente prendendo questa direzione.

Attualmente la raccolta pubblicitaria sul digitale è praticamente dominata da cinque aziende (Facebook, Google, Microsoft, Yahoo e AOL) che da sole rappresentano il 61 percento del mercato. Tra queste, Facebook è stata in grado di raddoppiare il fatturato derivante dalle inserzioni in un anno. Se poi teniamo presente che il mercato pubblicitario su mobile sembra essere uno dei pochi ad avere ancora margini di crescita, e che Facebook da sola rappresenta il 37 percento delle entrate da display ads su smartphone e tablet, allora avremo davanti il più credibile indiziato alla razzia di buona parte dei soldi disponibili nel futuro di questo settore.

Considerando le possibilità che una piattaforma del genere può garantire, anche gli investitori pubblicitari si sono accorti da tempo di uno strumento potenzialmente perfetto per le loro campagne: è pensato per la lettura in movimento, è già pronto ad ospitare foto e video promozionali, ci si possono aggregare e intrattenere i potenziali acquirenti. Ma soprattutto, si sono trovati di fronte per la prima volta a una inedita quanto principesca prospettiva, che lo rende un partner indispensabile per il presente e per il futuro: scoprire i dati e gusti personali dei propri follower, coronando il sogno di qualsiasi azienda esistente sulla Terra.

In sostanza ci troviamo di fronte all'app sulla quale si passa più tempo quando ci si connette da mobile, quella in cui si trovano e consultano più notizie che su altre fonti in rete, il sito sul quale moltissimi maturano i loro giudizi politici, il servizio verso il quale vengono condotti gran parte degli investimenti pubblicitari online, una delle principali fonti di visite per i siti di informazione, l'unica piattaforma in grado di competere con YouTube per ore di video viste e caricate online. Con la concreta possibilità di condizionare il modo in cui l'economia futura si regolerà, e il modo in cui pensiamo e comunichiamo con gli altri.

Se è vero che uno dei problemi maggiori di questa totale dipendenza da Facebook rischia di essere l'aderenza cieca e incontrovertibile alle sue regole di ingaggio, è altrettanto vero, aggiunge Adrienne LaFrance su The Atlantic, che magari, un giorno, qualcuno riuscirà a scassinarne il meccanismo, per renderlo un po' più simile a noi, un po' più funzionale all'utente, liberando il mondo dalla morsa di quelle esigenze che finora abbiamo abbracciato come nostre. "È possibile? Certo. Verosimile? Forse no. Per ora e per il prossimo futuro, però, c'è solo Facebook."

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