Le fasi dell'educazione sessuale di una giovane italiana
Stuff

Le fasi dell'educazione sessuale di una giovane italiana

Compagni di scuola, responsabili dell'educazione sessuale e medici dei consultori: in Italia il problema dell'educazione sessuale non sembra per niente prossimo a essere risolto, e tutta la nostra generazione ne ha fatto le spese.
13.10.16

In occasione della settimana del benessere sessuale promossa dalla Federazione italiana di sessuologia scientifica, i medici e i consultori aderenti all'iniziativa hanno offerto visite gratuite, e la Federazione ha pubblicato i risultati di indagini che si interrogavano sulle abitudini sessuali degli italiani, sulle loro fantasie e sull'intreccio tra tecnologia e relazioni. Dato che il "benessere sessuale" passa fondamentalmente per l'educazione che si riceve e ci si crea in materia, abbiamo pensato di riportare la testimonianza di una giovane italiana.

Pubblicità

Per un periodo di tempo abbastanza esteso durante le scuole medie sono stata spedita a studiare in America. Avevo 11-12 anni, ero sfigatissima e mi andava bene così. La mia scuola si chiamava Graham and Parks ed era un bell'edificio beige in una delle vie di villette che circondano Massachusetts Avenue ad Harvard. Il primo giorno di scuola ero così tesa che mi spuntarono sei herpes sulle labbra, che mi diedero un aspetto onestamente repellente. Ben presto però mi rilassai, grazie al fatto che in questa scuola, a differenza di quelle che avevo frequentato a Roma, essere sfigati andava bene. In classe quasi tutti venivano dalla nutrita comunità haitiana di Boston, e molti parlavano solo francese, una lingua che conoscevo poco. Per questo interagivo quasi esclusivamente con Zelda, una ragazza di origine romena che mi insegnava un po' l'inglese. La nostra routine prevedeva di sedersi sulle altalene a leggere durante la ricreazione.

Una volta tornata a Roma, trovai una situazione piuttosto diversa—un mondo davanti al quale Caterina va in città di Virzì (erano quegli anni) appariva francamente ridicolo. Le ragazze erano bionde, avevano tutte già superato la soglia della pubertà e andavano in giro con perizomi costosissimi che uscivano da pantaloni Armani. Alcune facevano le cubiste nelle discoteche pomeridiane. Io decisi che da tutta questa realtà avrei pescato solo la cosa più interessante: il sesso, argomento di cui non sapevo niente ma che nella pratica mi sembrava la cosa più divertente del mondo. Purtroppo mi resi conto troppo tardi che l'abbigliamento e l'atteggiamento di quelle mie coetanee non erano in alcun modo correlati alla voglia di fare sesso. Anzi, più il perizoma La Perla era in vista, meno eri incline a scopare. Per questo motivo, dopo circa due rapporti, il mio numero comparve sui muri dei bagni della scuola accompagnato dall'eloquente appellativo "troia".

Pubblicità

Quella fu la prima volta in cui mi resi conto che c'era qualcosa che non tornava nel mondo che mi circondava. L'idea che l'esercizio di libertà sessuale potesse essere seguito dalla gogna pubblica non mi aveva mai sfiorata. Mi vergognavo senza riuscire a razionalizzarne il motivo. Mi scervellavo ogni giorno sul perché, se anche gli altri erano interessati alla stessa cosa a cui ero interessata io, invece di prenderne atto ed essere sereni—cosa che avrebbe portato a più sesso per tutti—si sentivano in dovere di umiliarmi.

Stranamente, da lì fino alla fine dell'adolescenza, il mio rapporto con il sesso fu più conflittuale che mai. Devo essere onesta, però: la colpa non è da addossare soltanto alla prole di liberi professionisti che studia alla Lumsa e va in vacanza a Cortina che mi circondava. In quarto ginnasio seguii una lezione di educazione sessuale organizzata da un'associazione non statale (in Italia l'educazione sessuale non è obbligatoria, per cui se in classe avete ricevuto una qualche nozione su come si infila un preservativo è grazie a un'organizzazione che non ha alcun legame con il Ministero della Salute o dell'Istruzione). Si presentò un uomo sulla cinquantina piuttosto pingue e simile a un mollusco, che con tono strascicato e disilluso ci parlò di pillola anticoncezionale e di preservativo. Ricordo distintamente che a un certo punto disse: "Ebbene, anche se è molto bello rimanere con il pene dentro l'amore dopo aver raggiunto l'orgasmo, sappiate che è estremamente rischioso per un'eventuale gravidanza." Non sono sicurissima dei motivi che mi hanno spinto a incidere questa frase nel mio ippocampo, ma punterei tranquillamente tutto sull'uso della parola "amore" per descrivere la vagina. Per tutta la lezione quest'uomo aveva parlato unicamente di fidanzate di lunghissima data, di amore, appunto, e doni da preservare quanto più a lungo possibile, concludendo che comunque sarebbe stato meglio astenersi del tutto. Oltre alla lezione a scuola, la mia educazione sessuale fino ad allora si era limitata a una pratica spiegazione paterna sul funzionamento della fecondazione—"Se l'uomo riesce a fecondare tramite spermatozoi l'ovulo della donna, che ti devi immaginare come un uovo vero e proprio solo che interno, allora si forma l'embrione e quindi la prima divisione cellulare. Tutto chiaro?"—e fu per questo che a 15 anni la patata bollente fu passata a un consultorio AIED. Mia madre mi prese appuntamento con una dottoressa scelta casualmente tra la manciata di quelle che popolavano una zona di Roma veramente snob. La chiamerò F. Era una donna che aveva superato la cinquantina, e se dovessi riassumere il suo aspetto e la sua personalità con un colore, la mia scelta ricadrebbe sul grigio. Allora io fingevo di essere estremamente navigata, quando le mie conoscenze sul tema si limitavano alla valanga di porno che consumavo più o meno ogni volta che avevo la possibilità di usare un computer. Quindi conoscevo tutte cose utilissime per la mia salute sessuale concreta: gang bang, deep throat, double penetration e così via. Non lo avrei mai ammesso, ma andare da una dottoressa che sapeva le cose per davvero mi rendeva molto felice.

Pubblicità

Dopo avermi posto una serie di domande con tono monocorde, F. mi chiese se c'era qualcosa di specifico che avrei voluto domandarle. Sì, c'era. Durante il sesso provavo un po' di dolore misto a fastidio, perché? La dottoressa mi diede dunque la risposta che rovinò la mia vita sessuale per diverso tempo: "Tutte le donne provano dolore quando fanno sesso. È normale." Poi mi prescrisse una pillola di vecchia generazione senza prima avermi sottoposta ai test ematici di rito (pillola che non assunsi mai), giustificando la sua decisione con un secco: "Perlomeno non rimani incinta."

Più o meno a vent'anni raccontai di questa conversazione a mia madre. Lei, indignata, mi disse che se solo l'avesse saputo al tempo avrebbe sporto denuncia. Ma il problema è proprio questo. Un'adolescente insicura che va in un consultorio (luogo pensato per le adolescenti insicure) e si sente dire che è destinata a soffrire, ma che se proprio vuole darla ai quattro venti tanto vale che almeno non sforni neonati, non dirà mai niente a nessuno. Tornerà a casa pensando di essere stata ingannata perché in realtà il sesso è divertente solo per gli uomini. Le donne la danno come un regalo, penserà, sacrificandosi sull'altare dell'amore e del compiacimento. Da questi episodi, insomma, l'unica cosa che imparai fu che non era il caso di fare sesso. A pensarci bene è esattamente quello che volevano inculcarmi più o meno consciamente i rampolli di Roma Nord, il signor Mollusco e la ginecologa che aveva creativamente modificato la Genesi aggiungendo a "partorirai con dolore" un bel "e anche il cazzo nella figa non sarà poi così piacevole." Qualche anno più tardi mi trasferii in Trentino, in un paesino da cartolina dove in teoria l'unica cosa che avrei dovuto fare era studiare informatica e neuroscienze. A queste due cose aggiunsi uno spensierato periodo di libertinaggio, durante il quale feci la conoscenza di due MST. Fu quello il momento in cui mi resi conto che sebbene avessi superato i miei problemi psicologici con il sesso, rimaneva una questione fondamentale: a 23 anni non avevo la più pallida idea di cosa fossero le malattie veneree e non mi capacitavo di come avessi potuto prenderle malgrado l'uso del preservativo. Lì le cose andarono meglio però. Trovai un ginecologo estremamente laico da cui mi recavo più o meno una volta ogni 20 giorni in lacrime, che a sua volta mi indirizzò da uno specialista a Trento, un medico a cui rivolgo ogni giorno il mio più affettuoso pensiero. Nessuno di loro mi chiese mai se avessi un fidanzato. E anzi il medico di Trento, vedendomi arrivare nel suo studio da sola, mi disse semplicemente di contattare tutte le mie liaison—disse proprio così, liaison—e informarle dell'accaduto. Mi feci spiegare tutto quello che c'era da sapere sulle malattie a trasmissione sessuale e quali potessero effettivamente essere schermate dal preservativo, arrivando alla conclusione che dopo quasi un decennio a contatto col sesso non ne sapevo un bel niente.

E come me, questo ha riguardato tante coetanee (e coetanei) con cui mi sono confrontata preparando l'articolo, che crescendo avevano incontrato problemi che non si limitano agli aspetti "tecnici", medici, della faccenda. Il sesso, in un paese come il nostro, si accompagna a una visione rigida e primitiva dei ruoli di genere. Lo testimoniano—a livelli chiaramente diversi—il mio numero scritto sui muri a scuola e casi di cronaca che finiscono male. L'educazione sessuale dovrebbe essere il frutto e la base di una cultura che insegna che gli esseri umani sono sessuati, che la sessualità è una parte fondamentale dell'identità e va rispettata in quanto tale. Se questo messaggio venisse trasmesso con efficacia, tutti gli insegnamenti pratici successivi ne deriverebbero naturalmente, senza imbarazzo o tentennamenti. Il sesso, oltre a essere praticato con sicurezza, dovrebbe essere esperito con piacere e cognizione di causa.

Trovare una ragazza che a quasi trent'anni dice di non riuscire a venire durante il sesso ma inorridisce all'idea di stimolarsi mentre lo pratica—rifiutando categoricamente di accettare che toccarsi sia normale—o assistere allo scalpore suscitato da un articolo del post.it sul clitoride (preferisco l'articolo maschile) sono manifestazioni di questo problema: sul sesso non sappiamo abbastanza. Quanto a me, sono arrivata ad avere un'educazione sessuale che ritengo soddisfacente all'età di 25 anni. Dico 25 e non 24 perché ho scoperto solo qualche mese fa—almeno questo non sulla mia pelle—che sì, si può rimanere incinte anche durante le mestruazioni.

Segui Irene su Twitter

Segui la nuova pagina Facebook di VICE Italia: