Ryan Lowry crea immagini bellissime dal nulla

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Ryan Lowry crea immagini bellissime dal nulla

Ryan Lowry, è uno di quei fotografi capaci non solo di catturare le cose interessanti che si trova di fronte, ma anche di farle sembrare più belle di quanto non siano in realtà.
3.12.14

Un ritratto di Ryan Lowry. Foto di Aaron Wynia

Quando scatti una foto, a prescindere dal tuo stato d'animo del momento, dall'illuminazione e dal modo tutto tuo che hai di vedere il soggetto, c'è qualcosa che ti spinge a farlo. Prima di scattare, c'è già qualcosa che è scattato dentro di te. Ti immagini già i like, le condivisioni e i commenti divertiti. Eppure, quando poi riguardi la foto dopo averla scattata, ti sembra il prodotto di una persona qualunque che ha premuto dei tasti a caso mentre provava le camere un Apple Store.

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E poi ci sono persone come Ryan Lowry, capaci non solo di catturare le cose interessanti che incontrano davanti a sé, ma anche di farle sembrare più belle e più naturali di quanto non siano in realtà. Questo fotografo venticinquenne di Chicago si trova spesso di fronte cose molto belle e particolari; le sue foto sono già state pubblicate su The Fader, Time, Bloomberg, e ora anche in un libro autoprodotto, intitolato Two Years. Quando l'ho incontrato, a Toronto, ha passato più tempo a parlarmi dell'account Instagram di Chief Keef che del suo libro, mi ha spiegato perché si considera ben oltre il punk e mi ha raccontato di quanto è stato facile convincere un miliardario come Richard Branson a mettersi in pose stupide.

VICE: Quale tra le esperienze che hai fatto influenza di più le tue foto?
Ryan Lowry: La musica punk e lo skate, senza dubbio. Ho iniziato a interessarmi alla fotografia durante l'adolescenza, sfogliando Thrasher, che era pieno di foto in bianco e nero di gente che faceva robe estreme. Pensavo che fosse pazzesco. Quando avevo 12 anni ho deciso che volevo fare foto. Ho convinto i miei genitori a comprarmi una macchina fotografica e a iscrivermi a un corso di fotografia. Finché non sono andato all'università, ho frequentato un corso di fotografia in bianco e nero sviluppata in camera oscura. Quindi direi che le cose che mi hanno influenzato sono lo skate, gli amici con cui uscivo, i gruppi che ascoltavo e il fatto che vedessi la fotografia come un modo per prendere parte a queste cose.

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Come hai iniziato a fotografare i rapper?
Pensa che prima di iniziare a fotografarli, due anni fa, la loro musica non mi piaceva nemmeno. In quel periodo ero l'assistente di Daniel Shea, che stava realizzando un servizio su Chief Keef, e io ho seguito con lui tutto il servizio. Non avevo mai ascoltato davvero il rap e soprattutto non l'avevo mai capito. Non mi interessava e basta. Poi mi è capitato di avere a che fare con questi artisti, artisti che stanno inventando un nuovo linguaggio e fanno tutto ciò che vogliono, un po' come facevano i dadaisti. E così mi sono avvicinato a quel mondo.

Sei stato tu a voler fotografare i rapper o sono state delle semplici coincidenze a portarti a farlo?
Mi sono appassionato al rap e ho iniziato ad avvicinarmici sempre di più. Avevo delle conoscenze al Chicago Reader, e mi sono presentato da loro dicendo, "Voglio fotografare dei rapper." Mi hanno risposto, "Quando avremo qualcosa del genere da farti fare te lo diremo." La prima volta è stato per una rivista inglese, che mi ha contattato per farmi fare un reportage sulla scena rap della zona sud di Chicago. Non avevano nessun contatto in quel mondo, ma volevano che facessi delle foto a questo e quest'altro artista. È stata la prima volta che sono entrato in quel mondo ed è stato così che ho iniziato a farne parte.

Com'è fotografare individui con personalità così forti e personaggi così ben delineati?
Bisogna solleticare il loro ego. Bisogna guadagnarsi la loro fiducia e creare l'atmosfera giusta. Io di solito cerco di farli rilassare un attimo e poi, piano piano, tiro fuori la macchina fotografica cercando di far sì che si sentano a loro agio. Ma dipende sempre dal soggetto: alcuni sono molto timidi, altri sono talmente abituati a stare davanti all'obiettivo che non si accorgono nemmeno della mia presenza. Per loro sono solo uno dei tanti tizi con la macchina fotografica che gli stanno intorno.

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Le foto della scena hip-hop sono molto diverse da quelle di paesaggi che hai incluso nel tuo libro, Two Years. Stai cercando di tenere separate le cose che fai per lavoro da quelle che hanno un intento artistico?
Tutti i miei lavori artistici parlano della quotidianità, del rivalutare esperienze di tutti i giorni; sono molto personali, ma voglio renderli accessibili anche ad altre persone. Faccio foto tutti i giorni, quindi questo progetto è un po' il punto di incontro tra la mia vita privata e la mia vita professionale. La cosa bella di lavorare su commissione è che è una sfida sempre diversa. Se devo fotografare un tizio vestito elegante mi chiedo, "Come faccio a rendere questa foto interessante per me?" L'altro giorno ho fotografato Richard Branson. Mi avevano detto che avrei avuto un quarto d'ora, ma alla fine mi ha concesso solo 90 secondi. Mi sono chiesto, "Cosa posso riuscire a tirar fuori da un incontro di 90 secondi con un miliardario?" Nulla. Così ho deciso di fargli fare qualcosa di stupido. A lui non importava. Gli ho detto, "Ciao, sono Ryan," e lui mi ha risposto "Va bene. Dimmi cosa devo fare." Gli ho chiesto di salire su dei gradini e di guardare in basso, verso di me. Mi ha detto "Va bene," l'ha fatto e poi ha fatto per andarsene. Il suo agente mi ha chiesto se andava bene così e io gli ho detto "No! Avrei dovuto avere 15 minuti!" Così l'hanno fatto tornare indietro e ho avuto altri 30 secondi, davanti alla porta di un ascensore. Quando sei così ricco e così abituato a farti fotografare non te ne frega niente.

Quando hai deciso di dare un tema al libro a cui stavi lavorando?
Il tema del libro è la vita di tutti i giorni. Fare fotografie non è altro che immortalare delle situazioni, per cui non potrebbe essere altrimenti. Nel libro ci sono un sacco di foto di stelle. Dato che ho scattato soprattutto durante l'estate, sapevo che il libro non poteva considerasi completo così; quindi non ho fatto altro che continuare a modificarlo finché non è venuto fuori un lavoro con un suo significato.

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Mentre ci stavi lavorando hai fatto qualche esperienza particolare che ti ha influenzato?
Mi ero appena lasciato dopo una relazione durata tre anni. Ci sono un sacco di sue foto nel libro. In una delle ultime foto c'è lei rivolta verso un muro. Ha anche disegnato la copertina, è molto brava. Mentre lavoravo al libro sono cambiate molte cose nella mia vita, ad esempio ho iniziato ad allontanarmi dal punk, in cui una volta credevo molto. Un parte consistente del libro racconta come sono cambiato in quel periodo. Ho iniziato ad accorgermi delle contraddizioni interne alla scena, e a capire che le sottoculture non cambiano mai e che alla fine ce ne si allontana per forza di cose. È destabilizzante scoprire che qualcosa che hai sempre considerato importante improvvisamente non lo è più.

Ci sono delle similitudini tra la cultura punk e quella hip-hop che ti hanno portato ad apprezzare quest'ultimo genere?
Sì, ce ne sono un sacco. Per me il punk è sempre stato un modo per fare quello che volevo ed essere chi volevo. Era uno sfogo. Anche il rap è così. Ci sono rapper come Chief Keef e Young Thug che stanno creando sonorità tutte loro. Non gliene frega davvero niente. Per quanto riguarda il punk, mi sono accorto che essere punk era diventato una sorta di maschera. La gente si metteva le borchie, si tingeva i capelli e pensava di fare quello che voleva, quando in realtà si stava attenendo a una tradizione. Invece i rapper stanno davvero facendo quello che vogliono. E per fare davvero quello che si vuole bisogna essere folli.

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Credi che anche a te, come fotografo, capiti di conformarti a certe tradizioni?
Sono molto sensibile alle mode, quindi spesso mi sembra di seguire determinati canoni estetici. Vedi che tutti fanno una certa cosa, ti piace, cerchi di rifarla anche tu a tuo modo. In ogni caso cerco di approcciare la fotografia nel modo più personale possibile.

Che impatto hanno avuto Tumblr e Instagram sul tuo lavoro?
Un sacco di persone che mi commissionano dei lavori poi iniziano a seguirmi anche lì, quindi inizio a sentire una sorta di pressione per come mi comporto. Non è per forza una cosa fastidiosa, solo che a volte vorrei pubblicare qualcosa di stupido come tutti ma non lo faccio. Tumblr invece lo uso come sprone per essere produttivo. Se non posto nulla mi rendo conto che non sto lavorando abbastanza. È come se fosse una specie di quaderno degli appunti.

Sono molti i fotografi che vivono Instagram come una forma di obbligo?
Sì, un sacco. Ad esempio, non molto tempo fa io stesso ho fatto pressioni su un mio amico perché si facesse Instagram. Quando poi ho scoperto che aveva già un account ho iniziato a taggarlo in ogni stronzata che pubblicavo per convincerlo ad usarlo. È un grande fotografo ed è sempre in giro con il cellulare in mano, quindi perché non dovrebbe usare Instagram? È solo una piccola finestra sul cervello della gente.

Tra 20 anni, quale sarà la cosa più difficile da spiegare a un fotografo di com'è oggi la fotografia?
Lavorare per le riviste. Tra 20 anni sarà davvero strano spiegare che una volta si riusciva a guadagnare dei soldi lavorando per una rivista cartacea.