L'eleganza del Gabber

"Gabber Eleganza", lo splendido blog di Alberto Guerrini, è diventato un progetto musicale vero e proprio. Abbiamo parlato con lui per capire in che modo i 180 BPM possono portarci verso il futuro.

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20 settembre 2016, 8:06am

Quando sentite una traccia a BPM elevati, diciamo intorno ai centottanta, cosa provate? Ne siete attratti, respinti, o uno strano e irrisolvibile misto delle due condizioni, che magari vi provoca un inconciliabile conflitto interiore? Sono tantissimi nei giri dell'elettronica più "seria" a sentire una vera e propria avversione per tutto quanto dia anche solo vagamente il sentore di hardcore, di volersi avvicinare a un modo massimalista e tracotante di intendere il dancefloor. O meglio, spesso sentono di doverla sentire, per conformismo puro. È l'"ignoranza" di un beat così veloce a spaventare, considerato anche che la musica dance over-140 si accompagna volentieri a un senso drammatico ultra-cheesy, da beat'em up anni Novanta. Eppure tutto questo sembra più figlio di un abitudine, di uno stigma introiettato e dato per scontato, che di un sentito autentico. È roba da zarri, ed essere zarri è sbagliato, vero?

In realtà, quasi tutti i generi di musica dance iperveloce si sono accompagnati altrettanto spesso a una voglia di giocare con il caos, di ficcare nel calderone ritagli sonori e soluzioni di tutti i tipi. Tuffarsi nell'hardcore vuol dire da sempre entrare in un territorio intenso, che sovente confina con tutti gli eventuali mostri sonori della non-musica (tipo quelli raccontati da Riccardo Balli nel suo Frankenstein Goes To Holocaust), e contemporaneamente riesce ancora a muovere masse abbastanza grosse di appassionati. Di fatto, però, è dalla metà anni Novanta che hardcore techno, breakcore e derivati sono relegati nello stesso spazio snobistico in cui sono stati posizionati tutti i formati più kitsch, accantonati in spazi che li tengono separati tanto dal corso ufficiale della musica elettronica quanto da un underground che, per quanto vasto e diversificato, si riconosce come un continuum artisticamente integro.

Ci sono vari fattori a cui si può dare la colpa: l'ascesa della IDM ha contribuito sicuramente al formarsi di uno snobismo verso tutto quanto non poteva o non voleva essere "intelligent" (questo pure a dispetto del fatto che tanti dei campioni del genere l'ignoranza l'avessero frequentata assai), ma è pure vero che, forse proprio per reazione a questo atteggiamento, spesso la semplicità di sottogeneri come la techno hardcore, la hard tekno da rave o la goa trance è diventata la scusa per tanta mediocrità del cazzo. Questo ha portato a uno iato dagli effetti bizzarri, geograficamente confusi: se ad esempio in gran parte dell'Europa la fetta dello spettro hardcore occupata dalla cultura gabber è rimasta in un angolo dell'ultra-underground (destando giusto un po' di curiosità esotista ogni tanto), nell'Olanda dov'era nata è diventata mainstream e ha visto svilupparsi attorno a sé una vera e propria industria. Ovviamente, con gli anni, entrambi i fronti hanno perso sia la genuinità che l'urgenza innovatrice di una volta. Allo stesso tempo, il dancefloor più sperimentale ha dimenticato per un sacco di anni il genere di energia radicale e di eccitazione portato dal pestare duro e veloce.

Gabber Eleganza @ HangarBicocca, foto di Michele Stroppa

Le cose sono iniziate a cambiare nell'ultimo paio d'anni, in parte per una specie di riflusso naturale, e la naturale reazione a tanta seriosità techno-industrial in bianco e nero sta passando anche per l'incorporamento di roba generalmente bollata come "tamarra". Talvolta si tratta di un interesse prettamente superficiale e ironico, che in fin dei conti non fa onore alla memoria di quello che è stato. Altrove invece vediamo un approccio più analitico, in cui i significanti di generi immediati come l'hardcore techno, la trance o la UK hardcore sono stati sezionati per capire in che modo si possa costruire e modulare l'intensità nello spazio fisico-temporale del raving o del clubbing "allargato" (gente come Mark Leckey, Leyland Kirby, TCF e Lorenzo Senni, su cui torneremo tra poco). Oppure, molto più semplicemente, c'è chi prova a recuperare lo spirito originario di quel genere di musica per riscoprirne le potenzialità. D'altro canto, non ha senso fare finta che non sia esistita e non abbia, negli anni, infettato e toccato una quantità abnorme di persone, contesti, e fenomeni creativi.

Alberto Guerrini, noto soprattutto con lo pseudonimo di Pigro On Sofa, fa parte di quest'ultimo fronte. A dire il vero, lui non ha mai dimenticato l'energia e la passione per l'hardcore: negli anni si è fatto conoscere come DJ eclettico e mutante con una propensione per garage, house, UK rave e acid techno, ma le ossa se le era fatte da adolescente nel cuore della scena gabber italiana, spalmata tra le province di Bergamo e Brescia. Tuttora residente a Bergamo, Alberto contribuisce da anni a tenere in vita il clubbing della sua città come co-fondatore e resident della seminale serata Stay Calmo, ma la memoria di quegli anni di tute Australian e 909 distorte ha iniziato a riaffiorare gradualmente nel suo lavoro, attraverso un progetto che col tempo ha assunto, forme molto diverse, ma tutte con lo stesso nome: Gabber Eleganza. A portare questo nome era  uno spazio musicale a tutto tondo curato da Alberto all'interno di Babylon su Radio 2, ma prima ancora un blog su Tumblr, in cui il nostro ha portato avanti per anni un approfonditissimo lavoro di ricerca e raccolta di tutto quanto abbia a che fare con la cultura gabber passata, presente e futura.

Foto di Michele Stroppa

Seguitissimo e oramai riconosciuto globalmente come punto di riferimento da chiunque provi interesse nei confronti della scena, il blog ha conosciuto un successo crescente di pari passo al rinnovato interesse collettivo verso quel mondo. Oggi il sottotitolo del blog recita "Digital folk, suburban and post-rave", indicando come l'oggetto della sua ricerca si sia allargato man mano che vari settori della cultura contemporanea (la moda come certa sociologia e molta arte contemporanea, fino appunto alle nuove avanguardie del clubbing) ricominciavano a giocare con il futurismo tribale dei gabber, col nomadismo psichico dei raver, e più in generale con i codici mutanti delle culture di strada. Come mi spiega lui stesso al telefono: "Mi ha sempre affascinato molto il livello di 'ignoranza', ma soprattutto di energia che gruppi di persone possono generare quando hanno interessi comuni. Nel bene e nel male." Ed è proprio partendo da questo che Alberto ha deciso che i tempi erano maturi per portare il progetto verso una nuova fase.

"È stato Lorenzo Senni a convincermi" racconta "mi ha spinto a provare a trasformare Gabber Eleganza in un progetto musicale vero e proprio". Non è un caso, affatto: a capo di tutta la schiera dei dissezionatori c'è proprio Senni, che da Quantum Jelly in poi ha iniziato a lavorare sulle strutture grammaticali della trance e dell'hardstyle, e ha sempre dimostrato un grande interesse per le connotazioni "affettive" del clubbing più militante. Ha quindi perfettamente senso che la spinta arrivi da lui: da un po' di tempo, infatti, Alberto ha iniziato a esibirsi in una serie di DJ set totalmente hardcore, tenuti in contesti il più possibile lontani dalla scena hardcore vera e propria, ma accompagnati da due ballerini di hakken che si esibiscono sul palco con lui. Una specie di performance ibrida, quindi, votata contemporaneamente alla contaminazione e al riutilizzo di una serie di stilemi. "In realtà, già da un po' di tempo avevo iniziato a inserire finali gabber nei miei DJ set come Pigro" mi spiega "E dopo un po' tutti avevano iniziato ad aspettare quel momento". E quel momento si è esteso fino a distaccarsi in un nuovo progetto.

Gabber Eleganza @ HangarBicocca, foto di Michele Stroppa

La prima di queste performance è stata al Pirelli HangarBicocca di Milano, all'interno del Fara Fara Music Festival di Carsten Holler. Uno spazio espositivo, quindi, legato al giro dell'arte contemporanea più istituzionale, trasformato in una eterotopia a cassa dritta. Per Alberto la decontestualizzazione è stata un passo fondamentale, ma non definitivo: "Mi interessava portare questa musica fuori dai suoi ambienti convenzionali. All'Hangar è stato incredibile vedere quarantenni borghesi del giro dell'arte scatenarsi e sudare sull'hardcore. Allo stesso tempo so che questa è una cultura di strada e non voglio che si allontani dalla strada. In realtà mi interessa molto di più portarla in ambienti, per così dire, 'post rave'." Il punto è tutto nell'apertura di nuove prospettive: "Non è un'operazione nostalgica. Quello che voglio fare io è dimostrare che c'è un potenziale sperimentale nella velocità e nell'aggressività di questa musica, dare una sveglia a tutta quella fetta di gente vestita di nero che va a festival come l'Atonal. Si tratta di riscoprire il divertimento che c'è nell'hardcore, dato che in quel giro sembra che sia vietato divertirsi. Ma con questo non voglio andare contro quella scena, anzi, in realtà mi piacerebbe suonare all'Atonal."

In questo senso il lavoro di Alberto non è molto lontano da quanto stiano facendo, in giro per il mondo, tanti collettivi di DJ e producer che stanno provando, ciascuno secondo il proprio background, a costruire modelli di clubbing che provino a ri-sintetizzare l'idea del club come zona ibrida e inclusiva, ma allo stesso tempo territorio di sperimentazione di dinamiche sociali diverse da quelle convenzionali. Che lo si faccia portando istanze queer e anti-identitarie o, più semplicemente cercando di far germinare la bellezza del caos sotto forma di 180 bpm e caciara, la matrice è comune. Un idea, appunto di clubbing "post-rave": "io uso spesso il termine 'part time ravers'" mi dice Alberto "per definire queste nuove figure che mi piacerebbe attirare, a cui magari non interessa fare parte di una sottocultura precisa ma sono aperte a sperimentare con questi suoni." Figure nuove in spazi nuovi e contesti nuovi, dinamici e lontani dal conformismo techno a cui siamo abituati da un po': "il clubbing degli ultimi dieci anni, quello alla Berghain per intenderci, mi pare molto noioso oramai, roba morta e sepolta." 

Gabber Eleganza @ Macao, foto di Guido Borso

È forse strano sentire dire queste parole quando si sta usando come contraltare una sottocultura profondamente identitaria come quella gabber, che ha prodotto un'iconografia riconoscibilissima e dei codici che praticamente tutti sono in grado di identificare, a partire dal look della tribù, che ha sempre sfoggiato una vera e propria divisa. Eppure è proprio questa riconoscibilità a rendere i suddetti condici declinabili in modi anche molto diversi. In tempi recentissimi Alberto si è ritrovato affiancato ad altre crew di casinisti hardcore con la stessa voglia di pestare duro e allo stesso tempo sperimentare, ma che magari per questioni puramente anagrafiche sono molto meno legate all'iconografia classica del genere: gente come i francesi Casual Gabberz o la cricca polacca Wixapol SA, con cui appunto Gabber Eleganza ha appena condiviso un party a Parigi che ha fatto quasi da summit della nuova scena techno hardcore europea. Del resto tratta di una generazione cresciuta esplorando forum e blog dedicati a micro-scene non conformi, le scorie "brutte" dell'elettronica mondiale. Il loro lavoro di recupero e riutilizzo della violenza/ignoranza hardcore, dei suoi groove ipertrofici e della teatralità over the top, è una specie di esplorazione diagonale dei vari strati del gusto collettivo, che finisce per confonderli e incasinarli con gesti dissacanti e liberatori. Tra le uscite recenti che testimoniano la freschezza di questo approccio, ci sono dischi della madonna come Furiosa di Kablam o Sourland dell'americana Kilbourne, ma pure l'ultimo album dei WWWINGS. Del resto, questa narrativa fatta di digging internettiano è comune a praticamente tutta l'ultima ondata di clubbing irregolare.

"Sono molto giovani e molto aperti." spiega Alberto "Sono anche molto preparati, conoscono tutto e fanno dei set davvero interessanti in cui magari mescolano l'hardcore alla trap o al grime. Io in questo senso faccio un po' da ponte tra la vecchia scena e la nuova, ma non mi faccio problemi davanti a queste contaminazioni, non mi interessa proteggere la cultura del passato, anzi. Sinceramente, avendo lavorato anche un po' nella moda, non mi faccio molti problemi neanche quando vedo che si recuperano alcuni elementi dell'estetica gabber in maniera più modaiola—tipo come ha fatto Gosha Rubchinskiy". È uno spirito che sta animando tutti i lavori in corso di Gabber Eleganza: "Sto per entrare in studio e lavorare alle prime produzioni di GE. Ho già molte idee ma ancora niente di pronto. In realtà vorrei che il lavoro in studio fosse più rarefatto, più ambientale, più sperimentale. Ci saranno molte parti beatless e melodiche, come a dare l'idea di una traccia gabber a cui è stata tolta la cassa. Credo che in futuro manterrò il progetto più sperimentale in studio e più classicamente gabber nei DJ set, anche se, chissà, magari anche sul disco potrebbe finire qualche sgabberata pesante. In generale vorrei dare contemporaneamente un'idea di nostalgia e di futurismo, e giocare con questa contraddizione."

È ancora tutto da vedere (anzi, da sentire), ma in questa ottica il lavoro di Gabber Eleganza sembra volere far da ponte anche tra l'approccio chirurgico alla Senni e una contaminazione più diretta al dancefloor. Allo stesso tempo, è proprio svecchiandola e scomponendola che rende servizio a una sottocultura che è stata per troppo tempo oggetto di ironie varie. Del resto, sentire parlare Alberto dei suoi trascorsi nella scena è davvero trascinante. "Io credo che l'hardcore non se ne sia mai andata da me, è sempre stata presente come influenza in tutta la mia vita. Anche se in realtà sono riuscito a entrare a far parte della scena in un momento abbastanza brutto, in cui già la golden age era finita." Una passione formatasi già quando era troppo piccolo per frequentare i club in cui si ritrovavano i gabber delle sue parti: "A tredici anni ascoltavo i set in diretta dalla sala 2 del Number One su Radio Fase 87.5, e quando dovevo andare a dormire lasciavo la cassetta a registrare. Ho imparato tutto da lì, e a fare il DJ guardando i video dei set che giravano all'epoca." 

Gabber Eleganza @ Macao, foto di Piotr Niepsuj

È proprio questa fotta, questa passione, questo retaggio che non se ne va mai a fare la differenza: basta la capacità di utilizzarlo per innovare, per ricreare non tanto gli stilemi estetici quanto l'urgenza e la botta emotiva data dalle prime esplorazioni. È la tendenza a traslare la delinquenza giovanile dentro qualcosa di sempre nuovo, che in fondo è l'approccio più anti-nostalgico che ci sia, dato che costringe sia il passato che il presente a confrontarsi criticamente l'uno con l'altro. E forse il significato ultimo del termine Gabber Eleganza è proprio questo.

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