Fotografia di Ilaria Magliocchetti Lombi.

Quanto è deludente Vasco Brondi quando hai trent'anni

Brondi è passato dal cantare di Aldrovandi a scrivere le canzoni per Jovanotti, e nel giorno d'uscita del suo nuovo album ho raccontato quello che ha significato per me.

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03 marzo 2017, 10:43am

Fotografia di Ilaria Magliocchetti Lombi.


Confessioni è la rubrica di Noisey in cui scriviamo perché ad alcuni di noi piacciono le cose che non vi piacciono. 

Sono poche le soddisfazioni dell'avere trent'anni nel 2017: il diritto di rimanere a casa nei weekend, l'orgoglio di avere ancora abbastanza capelli nonostante la stempiatura e passare le domeniche a ricordarsi di com'era il mondo prima dell'incertezza, della post-verità, di Trump, della Le Pen, di Grillo. Ecco, Grillo: nel 2008 era passato appena un anno dal V-Day, una giornata particolare alla quale avevo partecipato. Tempi lontanissimi, giorni in cui il blog del futuro capo dei Cinque Stelle era un luogo diverso. Avevo iniziato a frequentarlo, e a conoscere il Beppe politico, con il caso Aldrovandi.

Federico, un ragazzo di Ferrara, ha passato la nottata al Link—locale piuttosto famoso a Bologna. Si fa lasciare dagli amici vicino casa, abita dalle parti dell'Ippodromo. Dei poliziotti in volante vedono sto ragazzetto in stato di alterazione psicofisica e decidono di abbatterlo a manganellate. Lo uccidono, e l'odore di sterco di cavallo si mischia a quello del suo sangue. L'opinione del paese si spacca. Grillo difende con forza le parole della madre di Federico, e la storia diventa un caso politico. In quegli stessi giorni, sempre a Ferrara, un altro ragazzo, Vasco Brondi, sta scrivendo i testi delle sue prime canzoni. In uno dice: "Proteggimi dai lacrimogeni e dalle canzoni inutili e proteggi le sopracciglia dai manganelli".

In quegli anni a Bologna c'era un fermento musicale DIY che non ve lo sto manco a dire. I Verme e i Laghetto non si erano ancora sciolti, per dire. Sarei un coglione e un bugiardo se vi dicessi di essere stato un ascoltatore di quel tipo di musica a vent'anni: ero un tizio molto più medio. I miei gusti musicali andavano di pari passo con le magliette rock taroccate che si vendevano alle bancarelle dei mercati del fine settimana.

Nel 2007, Brondi si autoproduce una manciata di canzoni. La demo comincia a girare tra le mani degli adolescenti da Verona a Bologna, passando soprattutto per Ferrara. I testimoni di quel periodo raccontano di 'sto tizio emozionarsi e non credere ai propri occhi a ogni cd venduto. Qualcuno, anni più tardi, considererà quel demo e quei concerti come il suo punto artistico più alto. È abbastanza da far sì che il suo esordio esca per La Tempesta, all'epoca considerata la nuova grande speranza per la musica indipendente italiana. Insomma, erano gli anni in cui Manuel Agnelli faceva Il paese è reale. Vasco faceva, invece, Canzoni da spiaggia deturpata

È la mano di Gipi a rendere fin da subito riconoscibile l'estetica dell'album: un acquarello di un ammasso di verde soffocato da luci al neon, pioggia e palazzi di provincia. I movimenti della chitarra sono affidati alle mani di Giorgio Canali, padre adottivo di Brondi. Le musiche sono devastanti nella loro semplicità: arpeggi composti da quattro accordi in croce che diventano presto plettrati, e sopra una voce sgraziata. I testi erano ambigui e confusi, a tal punto che potevano essere ugualmente percepiti come un ammasso di parole alla cazzo di cane o come qualcosa di attraente e ispirato. Per me, e per buona parte della critica italiana, era la seconda. 

Nel 2008 una generazione di ventenni doveva fare i conti con la digitalizzazione delle relazioni sociali e la fine di ogni rimasuglio di rivoluzione socialista ("I CCCP non ci sono più"), e Brondi venne percepito come il cantastorie di quel preciso spaccato sociale—di cui facevo indubbiamente parte. Nel farlo, romanticizzava l'arte involontaria di un paese invecchiato male: rendeva bizzarre attrazioni le luci delle centrali elettriche, le zone industriali abbandonate, i neon dei segnali. Parlava di politica universitaria e istinto, fisicità e morale. Viene incapsulato nell'angoscia di quella che è diventata la sua dichiarazione più celebre: "E cosa racconteremo ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero."

Brondi sale subito su un palco importante, quello dello Sherwood Festival. Intervistato per l'occasione, confessa la totale casualità del suo successo e parla di come il demo presentato ai tempi a Moltheni fosse, secondo lui, troppo grezzo. La cosa più interessante è la sua affezione nei confronti di Canali, al punto da dire di sentirne la mancanza quando non l'accompagna sul palco durante i grossi concerti. Come facevo a non volergli bene? C'erano, però, segnali di quello che sarebbe diventato, dato che nella stessa intervista dice: "Nella prossima vita farò musica per sculettare, per tirare su le tipe da portarmi in albergo a fine serata. Nella prossima vita. Ecco, questa ormai l'ho gestita così."

Il periodo che va dal 2008 al 2011 è quello d'oro, per Le Luci. Brondi apre concerti a chiunque, tutti ne parlano con una certa emozione o ansia da prestazione, ha un pubblico che quasi fa la ola. Vince il Tenco e, intervistato da Morgan, tira fuori la frase più bella del decennio: "Non si può più fare De Andrè con la chitarra acustica." Tra le divisioni partitiche che affliggono il mondo dei giovani italiani musicofili ce n'è una che è ormai un classico: c'è chi passa le serate delle feste Erasmus a suonare un greatest hits italiano con una Eko a tracolla e una San Miguel in mano, e chi invece all'ennesimo "Gianna Gianna Gianna sosteneva!" scoppia un'ulcera. Una rottura che ha creato equivoci dolorosi, se dici che ti piace Luca Carboni a un fan dei Negazione rischi la decapitazione—a soffrirne sono quelli, come me, che apprezzano entrambi. L'unicità di Vasco Brondi, credo, stava nella sua ambiguità: nel suo essere chitarrista da spiaggia e ugualmente possessore di una certa irrequietezza propria del punk.

Nel 2009, Baldini Castoldi raccoglie i post del blog di Brondi, un cult tra i ragazzi dell'epoca, e ne tira fuori un libro. Vasco è subito storicizzato, messo in prima fila in un supposto risorgimento della musica italiana. Sono tanti a sfondare in quegli anni: i Ministri, gli Zen Circus, i Julie's Haircut, i Fine Before You Came. Ma Vasco sfonda un po' di più—sarà poi per quella sua esigenza di voler essere scrittore più che cantante. C'è chi lo idolatra e chi proprio non lo manda giù, al punto tale da divenire in tempi brevi anche oggetto di critiche nazional-popolar-digitali, vedi il generatore automatico di frammenti vascobrondiani. Ma, andando oltre la correttezza sintattica e certi aspetti ballerini del suo scrivere, si potevano intravedere in lui le influenze della via Emilia di Tondelli e dell'odore dei suoi cessi, dei vagabondi di Cavazzoni, delle lente passeggiate sulle foci del Po di Celati.

Poi, arriva Per ora noi la chiameremo felicità. È un album che abbraccia la struttura del fratello maggiore, un grosso rischio se il precedente è già un monolite. Parte della critica non apprezza l'ostentata somiglianza delle canzoni alle precedenti: Brondi che imita Brondi. Una critica da far cadere le palle, credo, ma è pur vero che l'album era meno potente del precedente. "Cara Catastrofe", che apre l'album, finisce ovunque. Anche su RockTv , a una parolaccia di distanza da Pino Scotto. "Licenzieranno altra gente dai call center", diceva Brondi, e nel 2010 tutti avevamo parenti o amici nei call center, un po' come ai tempi della Fiat e l'Olivetti del boom economico—con l'unica umiliante differenza sul piano sociale e di qualche diritto andato in malora. Per me, Brondi riusciva a rendere romantiche le brutture del tempo.

Il suo EP successivo, uscito come allegato di Repubblica XL, è un mezzo flop. L'impressione fu quella di trovarsi di fronte a una semplice operazione commerciale, organizzata seguendo l'onda del successo per spremere l'arancia finché succo ce n'è. Lo stesso anno, una nuovo eroe del giorno si affaccia sulla scena, coloratissimo per nascondere il suo nichilismo, e, in un certo senso, sancisce la fine del Brondi-simbolo-di-una-generazione. È Niccolò Contessa, o I Cani, che canta "Nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno." Ed era davvero così.

Personalmente, non ho mai capito certe accuse a Brondi basate su un suo supposto fare musica per scopare o divertirsi. Perché in fondo l'immaginario che Brondi cantava era il mio. In quegli anni vivevo Bologna tra spritz da un euro, bottiglie spaccate in piazza Verdi, notti in centri sociali con il giubbone riempito di vino e sudore. La mia storia può valere a Bologna come a Milano, Roma o Torino: basta cambiare il nome delle vie e dei luoghi. Passavo sul ponte di Stalingrado, ubriaco e zoppicante, e vedevo in lontananza i palazzi del Fiera District di Kenzo Tange; sotto di me, i vagoni arrugginiti della stazione centrale. Sapevo da dove Brondi aveva attinto per la sua scrittura, e mi è sempre bastato questo. 

Il passo successivo, nel 2014, fu la realizzazione di quella cosa sulla musica per sculettare che Vasco aveva detto nel 2008, sotto forma di Costellazioni. Quando ascoltai "Macbeth nel Deserto" e "I Destini Generali" ci rimasi così male da saltare il resto dell'album. Che fine aveva fatto quella roba istintiva, imperfetta e sgraziata—almeno fatemelo credere—che era stata? Costellazioni era un album pop, con tanto di coretti e ammiccamenti a un pubblico del quale non facevo più parte. 

Nell'Italia musicale capita che ogni musicista affermato, dopo un primo periodo di eterogeneità dei tipi di ascoltatori, alla fine riesce a trovarsi un insieme più o meno grande di affezionati. Non so come scriverlo senza sembrare un po' coglione, ma il dente me lo voglio togliere lo stesso: il pubblico del Vasco dopo il successo è una cosa che non posso sopportare; penso sia, antropologicamente parlando, affine a quello che commenta le foto di Tommaso Paradiso su Facebook. Questa cosa di un Brondi felice, che viaggia per il mondo e vive a New York, che scrive le hit estive per Jovanotti stava succedendo davvero?

L'aneddoto su Tenco e la sua scrittura la sanno tutti. Durante un'intervista qualcuno gli chiese, "Perché scrivi solo cose tristi?" E lui, "Perché quando sono felice esco di casa." E non ascolti Tenco per festeggiare una promozione a lavoro, o per esserti appena pomiciato la tizia a cui è da un po' che fai il filo. Tenco è una di quelle cose viscerali che ti ascolti solo quando sei blu tutto dentro e attorno a te o, nel migliore dei casi, ti senti particolarmente meditativo. Ecco: questo piccolo e intimo gioco valeva, per me e per un po' di gente, con Le Luci della Centrale Elettrica. 

Oggi esce Terra, un album in cui Brondi ha promesso di cantare di cose come gli attentati di Parigi, gli immigrati, su ritmi africani e musica elettronica. Ho ascoltato qualcosa e niente, non fa per me. Lo so, non dovrebbe essere una roba così personale scrivere di musica, ma quello che sto cercando di dirvi non può essere oggettivo: ai tempi, ho vissuto Brondi come qualcosa di un po' intimo, quasi privato, mio. Sono così diverso, oggi, dal giorno in cui uscì la sua demo. E diverso è anche il mondo che cantava, dato che ormai neanche i lavori al call center ci son più. Ma a trent'anni ci siamo arrivati lo stesso.

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