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Siamo stati in paradiso. Anzi, no: era la festa per Papa Francesco al Piper di Roma

La doppia canonizzazione di ieri non è stata nulla in confronto alla festa in onore di Papa Francesco al Piper. È lì che abbiamo cercato di capire cos'hanno in comune Flavia Vento, Amici di Maria De Filippi e la Bibbia.


Foto di Skino Ricci.

Ieri è stata senza dubbio una giornata epocale per la Capitale—il Grande Giorno in cui  Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII sono diventati santi.

In un unico giorno Roma si è così ritrovata con quattro papi—due vivi e due morti—a San Pietro, il centro occupato dalla marea di pellegrini e fedeli, centinaia di persone ricoverate in ospedale, dittatori sanguinari come Robert Mugabe a stringere amabilmente mani e le immancabili polemiche sui costi milionari sostenuti dalle finanze pubbliche per il regolare svolgimento di un evento senza precedenti.

Il tutto è stato raccontato da una stampa italiana che raramente ho visto così eccitata e ossequiosa.



No, non è un’inedita poesia futurista: è l’homepage di Repubblica.it di ieri.

Ma la doppia canonizzazione (curiosa, tra l’altro, la scelta di canonizzare il papa del Concilio Vaticano II con quello che ha cercato di smantellarlo pezzo per pezzo) non è stato nulla in confronto all’evento che ha suggellato 24 ore di santità: la festa in onore di Papa Francesco al Piper, storica discoteca di Roma.

L’evento, denominato Francisco Ensemble, “nasce dal profondo Amore verso il nostro Papa e vuole essere semplicemente una dimostrazione di unione e di affetto di tutto il Mondo dello Spettacolo.” La mente dietro il Francisco Ensemble è quella di Maximo De Marco, cantante, attore, regista e autore del libro autobiografico All’improvviso la luce – storia di una conversione. Il programma della serata è esplosivo: oltre ai “molti cantanti usciti dai vari Talent Tv degli ultimi anni e divenuti ormai beniamini dei giovanissimi,” sul palco del Piper si alterneranno anche ospiti rinomati e gloriose conoscenze dello showbiz italiano.

I presentatori sono Flavia Vento, che avevamo lasciato alle prese con un’improbabile discesa in campo in politica con il movimento “Figli dei fiori”, e l’attore David Sef. Uno dei piatti forti del “primo tributo a Papa Francesco” è sicuramente rappresentato da “Amen”, il pregiato "bracciale con gli occhi di Papa Francesco.” Come dice il trailer di Francisco Ensemble, insomma, siamo davvero di fronte a un qualcosa di “unico, irrepetibile, a cui non puoi mancare.”

Arrivo al Piper verso le nove di sera, convinto di trovare una ressa chilometrica all’ingresso. In realtà fuori ci sono solo i buttafuori, e dentro l’atmosfera è tutt’altro che esaltante.

In attesa che inizi lo spettacolo vago per la discoteca cristoteca. Mi dirigo subito al bar per prendere qualcosa da bere; i cocktail però costano troppo, e la circostanza mi getta nello sconforto più nero. Sul palco c’è un grande schermo con una specie di sfondo spaziale su cui scorrono immagini di Gesù alternate ai faccioni di Bergoglio e Wojtyla.

Nel pubblico sono rappresentate quasi tutte le fasce di età: adolescenti accorsi per vedere gli idoli dei talent show, ragazzi, signori e signore di mezza età, genitori, qualche anziano e attempati habitué del Piper. Alle nove e mezza l’attore David Sef, che ha recitato nell’ultimo film di Pieraccioni, entra in scena e recita una citazione tratta dal libro della Genesi: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.” A seguire viene proiettato un video di Papa Francesco, e subito dopo parte la prima performance della serata: una danza moderna sulle note di "Jam" di Michael Jackson.

La cosa mi lascia totalmente disorientato, e mi pone una domanda piuttosto spinosa: cos’hanno in comune Papa Francesco e Michael Jackson? Purtroppo non ho il tempo di rifletterci sopra abbastanza. Sef torna sul palco e legge un’altra citazione: “Dopo che ho perso il respiro non rimane nient'altro che annegare per non risalire più cercando quella porta aperta.” La frase è tratta da una canzone di Whitney Houston.

Dopo Whitney Houston i miei interrogativi vengono sovrastati dalle varie esibizioni canore degli artisti di Amici, The Voice, X Factor e di qualche rapper. Ogni canzone è preceduta dalle citazioni dei papi (a cui la Vento replica quasi sempre con un “parole sante!”) e seguita dalla consegna in pompa magna del bracciale con gli occhi di Papa Francesco.

Nel frattempo la pista del Piper comincia ad animarsi.

A un certo punto io e il fotografo riusciamo a salire nel “backstage”, dove lo sguardo scrutatore di Bergoglio fulmina una bottigliona di Grey Goose.

Nella pausa tra una presentazione e l’altra intercetto Flavia Vento, che mi concede un’intervista. Le chiedo cosa l’ha spinta a fare da madrina a questa serata: “è un’iniziativa molta bella in una discoteca storica di Roma, quindi perché no?” Ma Papa Francesco approverebbe? “Certo!” L’avete sentito? “No, ma credo che sia organizzata da Vaticano, sì.” Al mio stupore per questa affermazione si mette a ridere: “Mi sa di sì!”

Nel corso della breve conversazione, Flavia Vento dice (con mia grande delusione) di aver “abbandonato la politica.” Ora—oltre a presentare eventi del genere e a scrivere su Twitter che “Oramai siamo tutti alieni perché steve jobs c'ha rubato il cervello"—si occupa solo dei suoi “sette cani.” Prima di congedarla non posso fare a meno di domandarle se è (o è diventata) religiosa. Risposta: “Io credo, ma credo nel mio dio.” Quale dio? “Ehh, è un segreto che non posso svelare!” Perfetto.

Dopo questo scambio di battute rientro in pista e cerco di schivare i selfie e le cover luccicanti degli iPhone.

A un certo punto, mentre la serata è ormai nel vivo, Maximo De Marco—vestito con maglietta attillata Amen, cappellino e pantaloni Lonsdale—fa il suo ingresso in scena per spiegare “il senso della serata”. “C’è chi crede nell’inferno e chi nel paradiso,” attacca. “Se andiamo un po’ indietro nella storia e ritorniamo nel momento in cui i nazisti hanno sterminato intere popolazioni nei campi di sterminio, ebbene quello era l’inferno su questa terra. Oggi basta andare nei paesi del terzo mondo, in Africa, in tutti quei villaggi in cui i bambini muoiono di fame e ti guardano con quello sguardo perso. Ecco, lì anche c’è l’inferno.”

Il paradiso, continua De Marco, esiste sulla Terra ed è anche qui, proprio dentro al Piper: “Noi questa sera siamo qui perché vogliamo contribuire a costruire un pezzo di paradiso attraverso il talento, attraverso l’arte, e gli artisti con la loro voce e il loro talento sono vicinissimi a Dio. Ecco perché ho voluto creare il Francisco Ensemble. E una persona, prima di tutti, ci sta insegnando a costruire su questo mondo il Paradiso, ed è questo Papa Francesco.” Scattano gli applausi; una signora dietro di me esclama a gran voce: “Vero!”

Le esibizioni sul palco vanno avanti per un altro po’, fino a quando De Marco chiama gli inossidabili Carmen Russo e Enzo Paolo Turchi, che nonostante il passare degli anni sembrano veramente scolpiti nel tempo. La testimonianza dei due è tutta incentrata sul pellegrinaggio a Medjugorje, avvenuto “due Natali fa”. Parla la Russo: “In una manifestazione, non mi ricordo neanche dove, o per un premio, si avvicinò una persona, mi diede un santino della Madonna e mi disse: ‘la Madonna vi sta cercando, vi sta chiamando’. Allora siamo partiti subito.”

Il racconto prosegue con dovizia di particolari, tra cui foto al computer che avevano “una luce strana”. Nel frattempo sono ormai le 11, e il Francisco Ensemble è ancora lontano dall’essere finito. Sul palco arriva addirittura Bobby Solo, che assomiglia in maniera incredibile a Bruce Campbell in Bubba Ho-Tep. La platea più attempata riprende un po’ di vita, mentre i più giovani ignorano bellamente la vecchia gloria.

Il Piper viene invaso da "Una lacrima sul viso" in playback, e io sono sopraffatto dalla tristezza. Finita la canzone, Bobby Solo saluta velocissimamente ma viene bloccato da Sef e Flavia Vento, che gli consegnano l’immancabile braccialetto con gli occhi di Papa Francesco. Bobby Solo non sembra particolarmente colpito; ringrazia piuttosto freddamente e promette che lo “porterà sempre con sé.”

Dopo Bobby Solo, e senza alcuna connessione logica, sfilano una serie di rapper. A causa dell’acustica del club non si capisce nulla; è solo una sequela di rumori puntellati ogni tanto dalla voce. Alle 11 e mezza arriva un altro momento clou, che spazza via ogni residuo di lucidità che mi è rimasto. Maximo De Marco chiama sul palco “la persona che rappresenta la Chiesa e Papa Francesco,” ossia il vescovo Domenico Sigalini, l’attuale presidente della Commissione Episcopale per il Laicato della CEI.

Il vescovo esordisce chiedendosi: “Che devo fa’?” De Marco gli ricorda che è arrivato il momento di presentare il suo nuovo libro (di De Marco), che si intitola A Medjugorje la Madonna mi ha guardato e ha persino un trailer su YouTube.

Prima di introdurre il testo, Sigalini racconta un fulminante aneddoto. “Se vi ricordate, poco tempo fa il Napoli, con la famosa squadra di Maradona, vinse lo scudetto. Sapete cosa c’era scritto sui muri del cimitero?” Il vescovo fa un ampio gesto con la mano: “C’era scritto ‘Cosa vi siete persi’.” Ecco, io non vorrei scriverlo sul cimitero ma sulle vostre case: ‘Se non conoscete Gesù Cristo, cosa vi siete persi.” “Bellissimo, bellissimo,” esclama De Marco.

Segue “recensione” del libro. Mentre parla Sigalini, un signore fende la pista invitando platealmente al silenzio. “Sono contento di essere qui,” conclude il vescovo. “Intanto vorrei congratularmi con tutti i ragazzi che hanno cantato, molto decisi e molto bravi. Quando Papa Francesco dice di uscire a noi, vuol dire anche uscire ad ascoltare queste performance che sono cariche di vita e di spirito.”

Decido che può bastare così. Subito prima di riguadagnare faticosamente l’uscita scorgo Il Quadro, un manufatto assolutamente sconvolgente e impenetrabile.

Rimango imbambolato a fissarlo per qualche secondo. È un omaggio all’urlo di Munch? Una pungente critica alle definizioni “Genitore 1” e “Genitore 2”? L’opera incompresa di un formidabile genio? Non ne ho la più pallida idea.

Salgo le scale del Piper e riemergo in via Tagliamento, nel cosiddetto Mondo Reale, barcollante e completamente frastornato. Sta piovendo a dirotto, e le strade sono deserte. Nel tragitto di ritorno cerco disperatamente di afferrare il senso di una serata in cui si sono mescolate luci stroboscopiche, la progenie di Maria De Filippi, preti, citazioni bibliche/papali, Whitney Houston e teenager a caccia di selfie. Naturalmente non ne trovo alcuno.

Ma sono piuttosto sicuro che lo sguardo del pontefice impresso su un braccialetto e l’urlo stupefatto di Papa Francesco (o chi per lui) su acquerello infesteranno i miei incubi per un bel po’.


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