Ho frequentato l’università privata “peggiore d’Italia”

Come raccontato a Vincenzo Ligresti da Antonio.

Durante l’estate del 2010, dopo cinque anni da studente nella media in un liceo linguistico di Enna, non volevo subito angosciarmi con la scelta che avrebbe definito una parte consistente della mia vita—e così è stato, almeno fino al rientro dalle vacanze in Irlanda. Tornato a casa mi ero convinto che l’importante non era tanto quale facoltà avrei frequentato, dato che mi ero sempre immaginato a Giurisprudenza pur non avendo una ragione particolare, ma dove: l’unica certezza era di non voler rimanere nella mia città, a casa dei miei genitori. Di Roma o Milano nemmeno a parlarne, costavano troppo. Così ho optato per un’università statale a Catania, a un’ora di macchina da casa mia.

Quando anche la distanza più ridicola ti sembra la conquista della libertà, a 19 anni credi ti aspettino chissà quali cambiamenti. Anche se non sai ancora che saranno, magari, in peggio. Da fuorisede a Catania, in un appartamento che condividevo con altre tre matricole, ho capito che vivere da solo non era poi così semplice. Per dirne una, passata la prima settimana i miei pasti si sono ridotti a surgelati riscaldati al microonde che spesso, verso le tre del mattino, vomitavo con la faccia rivolta sul cesso dopo una sbronza. E nel cesso ci finiva anche la maggior parte dei miei esami: da un lato perché seguire le lezioni, a seconda dei corsi, a Giurisprudenza era piuttosto noioso, dall’altro in quanto gli orali erano difficili e venivo ripetutamente bocciato. A Catania quando dici di frequentare Giurisprudenza la gente ti guarda un po’ con compassione, e il bello è che al momento dell’iscrizione ero consapevole di quello a cui sarei andato incontro. Insomma, la città mi piaceva, ma avrei dovuto studiare molto di più e uscire molto meno. Nonostante i buoni propositi, verso la fine dell’anno accademico, alla scoperta del mio libretto universitario i miei mi hanno tagliato i viveri e riportato nella mia città.

Enna non è proprio una metropoli: è un paesino dell’entroterra siciliano con circa 30mila abitanti, ma nonostante il basso numero di residenti è comunque un capoluogo di provincia. Ad essere più precisi Enna si trova esattamente al centro dell’isola, e l’impressione di conoscere tutti che hai crescendo in un luogo del genere è elevata all’ennesima potenza dalla sensazione di non poter conoscere nient’altro. Se da una parte erano stati i miei a riportarmici, però, è anche vero che lì avevo tutti i miei amici, e mi restavano comunque ben poche alternative. Così nel settembre successivo mi sono reimmatricolato alla Kore di Enna, un’università privata che dal 2005—data della sua nascita—viene, almeno stando allo stesso sito dell’ateneo, più o meno difesa o bistrattata a seconda delle parti. Una cosa che sul sito non ricordo di aver letto, però, è che si tratta anche di una delle università private recentemente classificate tra le “peggiori” d’Italia per didattica e ricerca.

Da diversi anni il Censis—basandosi su fattori come servizi, borse, strutture, web e internazionalizzazione—la inserisce nella fascia bassa degli atenei non statali, divisi a loro volta tra Grandi, Medi e Piccoli a seconda del numero di iscritti. Stando al punteggio della classifica 2015-2016, per esempio, la Kore di Enna (un ateneo non statale medio, ovvero con 5-10mila iscritti) figura all’ultimo posto insieme all’Università degli studi Suor Ursula Benincasa di Napoli (un altro ateneo non statale medio) e alla Jean Monnet di Bari (piccolo). A non lasciare nulla al caso ci ha pensato anche il Sole 24 Ore, che aggiungendo altri elementi come stage, alta formazione e soddisfazione degli studenti, quest’anno ha piazzato l’ateneo siciliano da solo, al fondo della classifica.

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La classifica 2015 delle migliori università italiane del Sole 24 Ore. Qui gli atenei non statali, con la Kore in ultima posizione.




Insomma, tutta questa premessa per dire che la Kore non è stata proprio la mia prima scelta, e che io non ero esattamente uno studente modello. In breve ho scoperto che molta altra gente tra gli iscritti aveva maturato la mia stessa decisione, quella del trasferimento, probabilmente perché in giro si era sempre sentito dire “lì le materie le regalano”. Ma non tutto è così semplice.

Prima di diventare ufficialmente un’università ed essere intitolata alla dea greca degli inferi—una cosa un po’ deprimente—la Kore era un consorzio a cui si affidavano per alcuni corsi le università pubbliche di Catania e Palermo. Poi, nel 2005 è stata riconosciuta a tutti gli effetti dal Miur come una non statale e ad oggi comprende una ventina di corsi di laurea, tra cui Giurisprudenza. L’Ateneo di Catania non ha preso benissimo il distacco, tanto che dopo anni di disguidi ultimamente ha chiesto 24 milioni di euro di risarcimento.

Nonostante nelle statistiche la Kore abbia dei punteggi molto bassi, devo dire che le strutture della sua “cittadella”—anche se di fatto sono degli edifici sparpagliati nella parte bassa della città—non erano affatto male: spazi puliti, aule spaziose e soprattutto carta igienica sempre presente. Niente mensa, solo bar convenzionati, ma l’importante era che ci fosse la carta igienica. Retta uguale per tutti, nessuna suddivisione per fascia di reddito. Di studenti ce ne erano di tutti i tipi, dagli sfattoni ai tamarri, e provenivano per la maggior parte dall’entroterra, e, come ho già detto, spesso da altre università reputate “più difficili”.

Anche le mie prime impressioni sulle lezioni sono state buone, perché lo erano. Alle volte il tedio prendeva il sopravvento, ma dipendeva soprattutto dal mio scarso interesse o dalle poche ore di sonno. Dopo l’uscita della classifica annuale del Sole 24 Ore, la Kore ha contestato i criteri di valutazione spiegando che in realtà figurava al secondo posto all’unica voce che secondo l’ateneo conta davvero: la “soddisfazione degli studenti”. Nel mio caso, questo gradimento era collegato anche allo svolgimento di alcuni esami.

Uno dei miei primi orali, per esempio, l’ho sostenuto con i soli mezzi che avevo a disposizione: la mia presenza e 40 pagine lette la sera prima, nella speranza di strutturare proposizioni sensate al di là dei contenuti. Effettivamente ero abbastanza ottimista: d’altronde il programma si basava su una dispensa di 80 pagine—parte importante—e un libro di cui non sapevo neanche il titolo completo. Quindi, in sostanza, avevo sfogliato solo una parte di quello che mi avrebbero potuto chiedere. L’esame consisteva in tre domande. All’eco della prima, una scarica di adrenalina aveva pervaso il mio corpo fino all’ippocampo: conoscevo l’argomento e dalla mia bocca uscivano suoni dalla semantica assennata. Al secondo round, invece, il vuoto in testa seguito da un interminabile minuto di silenzio sembrava essere il preludio al mio plausibile futuro da fuoricorso. “Ho capito, non la sa, andiamo avanti,” aveva chiosato il professore. In un’altra occasione forse sarei stato congedato calorosamente, ma al mio fondoschiena era stato accordato il permesso di rimanere piantato lì, e a me stava più che bene. Arrivati alla terza domanda, sapevo giusto qualcosa e dopo alcuni farfugliamenti vari alla fine sono riuscito a strappare un 22. Con una solo domanda su tre.

Nonostante l’eccessiva magnanimità dell’insegnante, ovviamente la storia della promozione sicura di cui avevo sentito parlare era una palla: un sacco di studenti venivano bocciati, e io stesso ho provato l’esperienza.

Alla Kore almeno i professori rispondevano sempre alle mie mail. Perché la politica è fare in modo che lo studente si senta a casa. E come succede nelle migliori università, anche la Kore è finita sulle pagine dei giornali per nomine contestate e lauree eccessivamente veloci.

Se alla voce “soddisfazione” la Kore va forte, tuttavia, non si può dire lo stesso di quella “Erasmus”. Praticamente dall’ateneo parte in tutto un numero irrisorio di studenti: una trentina all’anno, tra cui ci sono stato anche io. Per andare in Spagna ho dovuto sostenere un esame di lingua al CLIK, il centro linguistico dell’università, firmare mille scartoffie, cercare casa, organizzarmi insomma. Spese a parte, tra i miei conoscenti molti per pigrizia neanche hanno preso in considerazione la possibilità di poter fare quest’esperienza. È proprio una questione culturale, credo. Per me è stata piuttosto un’opportunità: mi ha permesso di divertimi come ai tempi della statale, pur riuscendo a sostenere diversi esami.

Arrivato a questo punto, però, devo dire che si è spesso ingiusti col giudizio sulla Kore. Come ha detto il Presidente dell’Ateneo, se come parametri per stilare una graduatoria si prendono anche in considerazione il numero di iscritti da fuori regione, la quantità della borse di studio e la percentuale di occupati a un anno dalla laurea, l’Ateno di Enna, ovviamente, ha perso già in partenza. In primo luogo, tutte le università della Sicilia in generale non attraggono molti studenti dalle altre regioni—Catania e Palermo sono le ultime in classifica tra le statali, con lo 0,3 percento sul totale dei loro iscritti. In secondo luogo, il numero delle borse da erogare è a discrezione delle regioni. Infine, le possibilità di lavoro al Sud non sono propriamente le stesse di chi esce dalla Bocconi e rimane a Milano. Ma non voglio addentrarmi in questi discorsi. Detto questo, sicuramente, un po’ di manutenzione e accorgimenti non farebbero per niente male al luogo in cui ho passato gli ultimi anni della mia vita. D’altronde bisogna sempre migliorarsi.

Quanto a me, l’università non l’ho mica finita. A diversi esami dalla laurea ho mollato tutto. Ho da poco trovato un lavoro, ho cambiato latitudine e mi mantengo da solo. Ogni tanto mi capita di ripensare alla Kore, e anche se non posso avere la certezza che in un altro ateneo non avrei comunque completato il mio percorso universitario, è ovvio che in larghissima parte sia dipeso da me. E a ricordarmelo avrò sempre questo post e un libro di testo di cui ancora oggi ignoro il nome.

Thumbnail via Flickr. Segui Vincenzo su Twitter

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