Aminé incarna alla perfezione lo spirito del 2020

'Limbo' di Aminé non se ne vuole andare dalle nostre playlist, a conferma del suo talento ma anche di quanto sia perfetto per questo strano anno
Tommaso Tecchi
Milan, Italy
22.10.20
Limbo Woodlawn Aminé
L'immagine è tratta dal video di "Woodlawn"

In un episodio della seconda stagione di Atlanta c’è una scena in cui i due protagonisti, Paper Boi e Earn, guardano la TV e si imbattono nella pubblicità di una bevanda al cioccolato. Il protagonista dello spot è Clark County, un altro rapper fittizio della serie, uno che rappa veloce, balla in modo buffo e indica il prodotto senza prendersi troppo sul serio.

Il commento infastidito di Paper Boi è chiarissimo, “Odio questa merda”, mentre al contrario Earn—per chi non lo sapesse, nient'altri che Childish Gambino—risponde: “Già… Però questa merda è buona”. Questo scambio di battute, nel quale tutti probabilmente ci siamo ritrovati almeno una volta nella vita, rappresenta a dovere il conflitto interiore che ho provato durante i primi ascolti dedicati a Aminé, il rapper di Portland che quest'estate ha pubblicato il suo secondo disco, Limbo.

Clicca sulla copertina di 'Limbo' per ascoltare l'album su Spotify

Un po’ come Clark County—tra l'altro, la copertina del primo album Good for You è molto simile all’estetica dello spot presente in Atlanta—, Aminé mi sembrava il classico artista che in mancanza di qualcosa di speciale da comunicare preferisce vivere per la gag, buttarla in caciara e giocare sul suo modo di apparire. Tuttavia, c’era comunque qualcosa che mi faceva continuare ad ascoltare la sua musica perché in fondo, be', “questa merda è buona”.

Già con il mixtape OnePointFive, uscito nel 2018, in effetti ho iniziato a riconoscere che se uno riesce a tirare fuori delle hit come “Reel It In” effettivamente possiede del talento, ma soprattutto che accanto alla sua capacità—a volte ingombrante—di essere così orecchiabile, il ragazzo è semplicemente molto bravo a rappare. Limbo, fortunatamente, mi ha però confermato che ha anche qualcosa da dire.

Più o meno coetaneo di Tyler, Earl e soci, il rapper è evidentemente influenzato dal terremoto che questi artisti hanno portato nel rap californiano, ma, a differenza loro, Aminé non è un enfant prodige e ha impiegato del tempo a far partire la sua carriera.

Classe ’94 e figlio di immigrati originari di Eritrea ed Etiopia, Aminé ha una storia in cui in molti possiamo ritrovarci: ha tentato invano una carriera scolastica da giocatore di basket e ha studiato marketing all’università, per poi trasferirsi nella grande città—in questo caso Los Angeles—allo scopo di entrare nella scena culturale, cominciando come stagista della rivista Complex. A L.A. Aminé è entrato velocemente nel giro di Illegal Civilization, una crew di film-maker e skater nota soprattutto per aver partecipato al film di Jonah Hill Mid90s e per la vicinanza con Tyler, The Creator e altri ex membri di Odd Future.

Più o meno coetaneo di Tyler, Earl e soci, il rapper è evidentemente influenzato dal terremoto che questi artisti hanno portato nel rap californiano, ma, ah pardon a differenza loro, Aminé non è un enfant prodige e ha impiegato del tempo a far partire la sua carriera. In questo senso Limbo è una sorta di sguardo alla strada che il suo autore ha fatto finora, sintetizzato dal pezzo “Woodlawn”, che prende il nome dal quartiere di Portland dove è cresciuto e rappresenta la soddisfazione per ciò che è riuscito ad ottenere partendo da lì.

Le riflessioni più interessanti riguardano però la maturazione di Aminé come persona, chiaramente influenzata dal suo successo, ma costruita seguendo delle tematiche in cui chiunque può rispecchiarsi. La più significativa, a mio avviso, è quella riguardante le incertezze sul futuro e sull’impossibilità—nel bene o nel male—per un ragazzo di 25/26 anni di seguire il modello dei propri genitori e applicarlo a quest’epoca.

Nella traccia di apertura, “Burden”, il rapper esprime la sua paura di crescere parlando di un amico recentemente diventato padre: “Come se non bastasse, il mio migliore amico ha avuto un bambino / Abbiamo 25 anni, ho detto a quel no, ‘ragazzo, sei fottutamente matto’ / Forse sono io quello che ha davvero bisogno che il Signore mi salvi”. Questo argomento prende una piega decisamente più profonda nel brano “Fetus”, dove Aminé si fa delle domande su quanto sia conveniente, al di là del timore di diventare adulti, mettere al mondo dei figli in questa società malata: “Le ho detto ‘Possiamo avere un bambino, baby’ / Ma che tipo di no sarei se li portassi su questo mondo?”, e ancora, “Sono protettivo perché questo mondo ha un’intenzione malvagia / Regalano pistole con ogni fottuto Happy Meal / Un aggressore ogni mese e fanno finta che sia tutto rose e fiori / Probabilmente mio figlio vedrà quel fuoco prima di qualunque esercitazione antincendio”.

“Sono protettivo perché questo mondo ha un’intenzione malvagia / Regalano pistole con ogni fottuto Happy Meal / Un aggressore ogni mese e fanno finta che sia tutto rose e fiori / Probabilmente mio figlio vedrà quel fuoco prima di qualunque esercitazione antincendio.”

Rimanendo nel solco di una visione abbastanza pessimistica della società, in Limbo possiamo trovare anche dei riferimenti ai soprusi della polizia, all’omicidio di George Floyd e alle difficoltà quotidiane di un afroamericano negli Stati Uniti. “Burden” riprende le violente tecniche di arresto recentemente contestate alle forze dell’ordine, e le rigira in chiave "vendicativa", “Man, preferisco morire prima di arrendermi / Lascio il mio fottuto piede sui loro colli e non allento mai la presa”, per poi ironizzare sull’iniquità di trattamento riservata ai neri, soprattutto in merito al consumo di cannabis, “Sta merda è legale, adesso gli spacciatori sanno che la festa è finita / Quando si tratta di noi, i n***i si beccano gli anni, magari anche 10 e oltre / Le soccer moms fanno lo stesso, ma al governo non frega un cazzo”. Per la cronaca, "soccer moms" è la maniera con cui in America si chiamano le madri bianche e borghesi che vanno a vedere i loro bambini giocare a calcio…

“Woodlawn” è invece dedicata a un amico di nome Marc recentemente incarcerato al quale, stando a quanto dichiarato da Aminé, il rapper è riuscito a fare ascoltare il pezzo durante una telefonata, nonché a farlo ballare dentro la sua cella. Il tema del razzismo è affrontato ad ogni modo in “Becky” anche da un punto di vista opposto e per certi versi inedito, ovvero quello della sua famiglia di origine africana che non voleva che il proprio figlio uscisse con ragazze bianche: “Mamma ha detto, ‘Non provare mai a portarmi una ragazza bianca a casa / Papà ha detto, ‘I n***i vanno in cerca di rogne ogni settimana, quindi faresti meglio a reggerti in piedi”, “Sono stufo della tua famiglia, tu sei stufa della mia famiglia / Proviamo a dirglielo, ma loro provano a dirci che non possiamo / E no, non è una legge, ma lo sai che non siamo uguali / Sono stufo di un mondo che sa che non posso cambiare”.

Le relazioni, una tematica ricorrente di Limbo, vengono comunque raccontate anche in maniera più leggera, come quando Aminé tira in ballo la difficoltà di trovare la fedeltà e un amore che non sia opportunistico, soprattutto quando sei un rapper pieno di soldi. “Riri”, probabilmente il brano più bello del disco, sia per quanto riguarda l’immaginario del suo testo che per il suo essere un singolo potentissimo, tratta proprio questo argomento: “Io chiamavo tua madre e tu chiamavi i miei contabili / Tu mi hai dato dei mal di testa e io ti ho dato troppe chance / Guarda, dimmi come diavolo hai fatto ad arrivare a Parigi e a Phuket / Questa tipa è troppo bella, ma scommetto che è il proiettile nella roulette”, “Mi ha spezzato il cuore tre volte / Sta tipa saluta un n***o con il segno della pace / Non sta con me da quando avevo la Nissan” e ancora “Siamo onesti, fottevo con te da quando le mie Air Force avevano le crepe”.

In generale, la forza autoriale di Aminé sta nel riuscire a unire un tono introspettivo e emotivamente molto aperto—come nella traccia “Mama”, in cui il rapper racconta quanto sia stata dura per lui lasciare la madre per trasferirsi a Los Angeles, o quando spiega il recente trauma causato dalla morte di Kobe Bryant—a delle uscite ironiche, sarcastiche e a tratti anche sfrontatamente grezze; una su tutte la geniale barra di “Riri”, “La figa è così buona che dovrebbe costare come una Ferrari / E farmi sentire come se fossi fatto di MD”. “Pressure in My Palms” con Slowthai e Vince Staples è forse il brano che meglio rappresenta l’Aminé più divertente e provocatorio, dove in una strofa tira in ballo tanto figuracce di varie star, come Britney Spears calva o Fergie dei Black Eyed Peas che si è urinata addosso durante un concerto, quanto meme come quello del pugno chiuso di Arthur e giocatori dell’NBA come Metta World Peace.

Limbo sembra essere un punto di svolta per la carriera di un ragazzo che al di là di tutto è obiettivamente uno dei giovani rapper più interessanti in circolazione.

Piaccia o meno, probabilmente è questo lato di Aminé ad arrivare prima al pubblico, un po’ perché la sua voce nasale e il suo flow si prestano benissimo ad un rap più leggero e spensierato, un po’ perché i beat del disco sono quasi tutti da banger. Il suono di Aminé, come dicevamo, è fortemente influenzato da quello di altri rapper della sua generazione come i membri di Odd Future, Mac Miller e Vince Staples, ma allo stesso tempo l’autore di Limbo sembra riconoscere i suoi limiti e spesso preferisce sporcare quel tipo di rap con elementi più smielati e ruffiani à la Drake, mantenendo comunque una buona dose d'ironia in grado di renderlo decisamente meno sottone del canadese.

Altre due grandi ispirazioni di Limbo sono sicuramente il rap anni 2000 di Jay-Z e Pharrell, soprattutto su “Compensating” con Young Thug, e la locura di Ol’ Dirty Bastard, omaggiata in “Shimmy”. Nonostante questa sorta di riverenza di Aminé nei confronti degli artisti che lo hanno formato e la sua maniera un po’ paracula e forzata di alternare la spacconaggine all’autoironia— “Se essere brutti fosse carino io sarei il meglio”, scherza in “Roots” —Limbo sembra essere un punto di svolta per la carriera di un ragazzo che al di là di tutto è obiettivamente uno dei giovani rapper più interessanti in circolazione.

Rispetto alle precedenti produzioni, difatti, questo disco suona molto bene dall’inizio alla fine e c’è l’apprezzabile ricerca di un suono coerente ma mai ripetitivo. Gli ospiti—Young Thug, Slowthai e Vince Staples su tutti—sono scelti perfettamente e non prendono mai il sopravvento sul protagonista, che, oltre ad aprirsi più del solito sulla sua vita personale, tira fuori i migliori incastri e le barre più geniali della sua produzione. Oltre a tutto questo, senza mai fare eccessiva retorica sull’attualità, Limbo è un disco che rappresenta benissimo questo strano 2020, un anno in cui tutto brucia e la gente muore, ma l’importante è sempre e comunque riderci sopra grazie ai meme. “Odio questa merda, ma questa merda è buona”, diceva qualcuno.

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