Cosa volete dalla critica?

Ultimamente tanti musicisti se la sono presa con la stampa. Dietro questo c'è un'idea di come si debba scrivere di musica che alla lunga danneggia tutti.

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14 settembre 2016, 10:18am

È successo di nuovo. Un rapper se l'è presa con un magazine musicale. Anzi, è successo di nuovo che un rapper si è incazzato proprio con Rolling Stone. L'ultima volta che ho scritto di una roba del genere, su quelle pagine si era parlato dell'"arresto" di Noyz Narcos con un linguaggio bacchettone e moralista, assolutamente inappropriato per un magazine il cui scopo non sia apertamente quello di fare propaganda di destra. Noyz stesso, com'è giusto che sia, era a sua volta parecchio irritato. Da allora è sia cambiata la gestione che, per alcuni versi, la linea editoriale, ma le polemiche coi rapper non sono finite.

Un po' di tempo fa, infatti, è stato Luché a prendersela, incazzato per una recensione, a suo dire, non solo negativa ma anche scritta in una maniera un po' offensiva e approssimativa. Il rapper ha accusato su Facebook l'autore di essere un incompetente e Rolling Stone di scarsa serietà editoriale per avergli affidato la recensione. I suoi fan, ovviamente, si sono accaniti ulteriormente nei commenti, con un fanatismo a momenti davvero tragicomico. Qualche giorno fa è invece toccato a Salmo, che però non ha trovato da ridire in merito a qualcosa che i giornalisti di Rolling Stone, no, le parole contro di lui contenute nel numero di settembre della rivista le ha pronunciate un intervistato: Sfera Ebbasta

Salmo

Cito testualmente quanto riportato: "Penso che me lo può sucare (…) Quando ho visto il video avrei voluto rispondergli 'Zio ma quanto sei un fallito? Poi ci becchiamo e mi saluti?'". Si riferisce evidentemente al video di "Mr Thunder", in cui Salmo fa la parodia di diversi tipi di rapper e cantante pop, tra cui (in apertura) anche un trapper colorato di viola con cappello da pescatore e boccia di Sprite in mano, chiaro riferimento, se non a Sfera in particolare, a tutta la generazione di rapper più giovani. Se avete pensato al video di "Blunt E Sprite" non siete assolutamente i soli. Il riferimento è abbastanza ovvio anche se, boh, incazzarsi così tanto probabilmente non ci stava… Non ci interessa comunque entrare nel merito del beef, il punto di questo articolo è un altro.

 Non abbiamo bisogno di farci intervistare da questo tipo di riviste, se mi rispondo da solo su Facebook arrivo a molte più persone.

Nel suo status, infatti, Salmo ha deciso di non bersagliare unicamente Sfera, prendendosela di brutto anche con Rolling Stone, accusando la rivista di avere riportato il fatto solo per vendere più copie, di essere un giornale in crisi che ha bisogno di aggrapparsi a polemiche sterili per sopravvivere. In confronto, Sfera ne esce relativamente incolume, mentre la rivista si becca le peggio manate. C'è però un passaggio dello status particolarmente degno di nota, ovvero quando Salmo afferma "Non abbiamo bisogno di farci intervistare da questo tipo di riviste, se mi rispondo da solo su Facebook arrivo a molte più persone." 

Ora, non è il compito né oggetto di un articolo come questo prendere parte a un eventuale processo a Rolling Stone in sé. Nemmeno mi frega, in questa sede, di compiere una disamina della qualità generale del loro giornalismo musicale. I casi che ho citato sono infatti emblematici per il fatto che riguardano tutti il mondo del rap italiano, e RS è tra i pochi magazine di un certo rilievo a trattare assiduamente la materia (almeno ultimamente), assieme be'… a Noisey. E basta, praticamente. Oltre a ciò, si tratta appunto di una delle poche riviste italiane il cui volume di vendite determina un minimo di peso culturale. Questo comporta che non siano tante le pubblicazioni in cui possano nascere questo genere di polemiche, o anche dalle quali possano sgorgare dibattiti interni alla scena. È una cosa abbastanza sconcertante, dato il rilievo che il genere ha assunto nel mercato e non da ieri. Di fatto, però è così.

È altrettanto sconcertante, però, che Salmo se la sia presa col medium che le ha riportate più che con chi ha pronunciato le parole contro di lui. Anche perché ci troviamo di fronte alla più classica delle situazioni da rap game, una delle voci-base del manuale del beef rappuso: "Sfottò generazionale preso male", in ordine di frequenza sta subito dopo "Faida tra crew". Si può obiettare che i media si nutrono di questo genere di cose, che le cannibalizzano fino a farle diventare spettacolo puro, merce di bassa qualità e ad altissimo rendimento, roba da spendere in fretta perché finisce avariata in pochissimo tempo… E sarebbe tutto vero, no? Solo che altrettanto fanno i rapper: i beef sono una componente fondamentale della cultura di cui fanno parte, il confronto testosteronico e spesso cieco è un comportamento sistematico, integrale a una cultura che ha egocentrismo e competizone incisi nel codice genetico. Dai, su, non serve davvero che stia qui a spiegarvelo: i rapper si insultano, i fan si insultano, si fa un po' di dramma e bella per tutti. Con questo non voglio assolutamente insinuare che ci sia qualcosa di male né che chi partecipa a questi scontri non ci creda davvero.

 Si può obiettare che i media si nutrono di questo genere di cose, che le cannibalizzano fino a farle diventare spettacolo puro.

A dire il vero, fare polemica coi media è una convenzione meno ricorrente, e il gioco sta esattamente nel rapporto ambiguo che si costruisce con questi ultimi, nel rapporto sadomasochistico che si costruisce con la fama. Ecco, allora, è proprio qui che si inserisce l'affermazione più da bullo fatta da Salmo nel suo status: "se mi rispondo da solo su Facebook arrivo a molte più persone", e insomma, non farebbe nemmeno così tanto effetto non fosse che in questo caso prende una sfumatura tutta particolare, perché fa leva su un'idea abbastanza "grillina" del giornalismo musicale e della comunicazione in generale. Meglio raccontarsela da soli, si fa prima, si arriva a più gente, si arriva nel modo giusto.

Questo, oltre a contraddire gli assunti di cui sopra—ovvero a negare un po' ipocritamente quanto il rimestare nei beef sia nutrimento—predica una chiusura che alla lunga non può che essere stagnazione pura. A cosa serve essere intervistati, recensiti o semplicemente raccontati? Non è solo una questione di numeri, di riproduzione della propria immagine, e no, neanche solo uno strumento per tirarsi la merda in faccia con chi fa il tuo stesso genere musicale. Trovarsi davanti a qualcuno che problematizza il tuo lavoro, la tua estetica, la tua immagine, che la mette più o meno in discussione o viceversa ne elogia alcuni tratti serve a confrontarsi con se stessi e a crescere, serve a procurarsi strumenti creativi nuovi. Anche per contrasto, anche nello scontro. Scrivere di musica non vuol dire spiegare alla gente cosa è figo e cosa no, quanto raccontare la realtà secondo un'ottica che ne metta in risalto connessioni, idiosincrasie e risvolti particolari. 

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Ora, che troppo spesso ci si trovi di fronte a giornalismo scadente, a gazzettieri vasectomizzati che danno la pagellina e a gente che si improvvisa è pure vero. Allo stesso tempo quante interviste-pompino avete letto che si spacciano per "profili" degli artisti? Roba studiata unicamente per costruirsi una alleanza commerciale con l'artista e il suo management, poco più che elaborati insert pubblicitari in cui il contraddittorio o la semplice curiosità si trasforma in un'imbeccata per permettere all'intervistato di raccontarsela. Alla lunga, insieme alle dinamiche cannibali della promozione giornalistica online, hanno portato troppi musicisti e uffici stampa a scambiare i magazine per delle agenzie pubblicitarie, mere casse di risonanza per le loro operazioni di promozione. E quando sono inefficaci in questo lavoro, ecco nascere il germe che poi porta ad affermazioni come quella di Salmo: se mi intervisto da solo faccio più click. Ma il nostro lavoro non è necessariamente quello di rendervi la vita più facile. 

Non ho idea di quanto atteggiamento manipolatorio e sensazionalistico ci possa essere stato dietro il lavoro di Rolling Stone. Forse ce n'è stato, forse no. Forse le parole di Sfera sono state gonfiate. Effettivamente gli è stato dato un rilievo ("non ne ha per nessuno, neanche per Salmo", nel cappello dell'intervista) che altri avrebbero evitato, ma non ha senso dare per scontata malafede di redattore, editor e magazine a questo modo. Salmo lo ha fatto, e lo scontro è stato vissuto ancora una volta  come una forma di linciaggio popolare, contro qualcuno la cui colpa era unicamente di avere vagamente partecipato a una qualche forma di attacco contro il capo. È anche un po' paradossale: se al critico stai dando la stessa rilevanza sociale di un commento su YouTube, cosa te ne batte di crocifiggerlo in sala mensa? Vorrei proprio vedere un artista che si mette a mostrizzare ogni singola voce contro di lui, comprese quelle più irrilevanti (a meno che non glielo facciamo fare noi, certo).

Sono ragionamenti di questa risma a rendere sempre più difficile la costruzione di una comunità di ascoltatori interessati, attenti, pronti a dibattere attorno al punto di vista di qualcuno che ha, a differenza dell'ascoltatore comune, ha preso l'impegno di motivare i suoi discorsi con uno studio e un'attenzione più consistente, e di relazionarsi direttamente con gli artisti. È il lavoro critico ed è tanto giusto accanirsi contro chi non lo fa seriamente quanto ingiusto tirare in mezzo i giornalisti quando si spara a caso sul "nemico", accecati dalla rabbia perché un altro musicista t'ha detto che glielo puoi sucare. Oltretutto negando di avere dato inizio al tutto con una videoparodia davvero palese. Oltretutto se finora hai avuto tempo da dedicare a dissing con cani e porci.


Chiaro, per gran parte di questo articolo ci siamo riferiti alla comunità rap italiana, ma i problemi che ho riscontrato non riguardano solo quella scena. Si tratta solo del caso più paradossale, ovvero di un mondo in continua espansione e ancora popolato da una comunità densissima di fan, ma in cui, proprio a causa di questa crescita, è sempre più difficile è produrre un racconto fedele di quello che succede, cambia  e si muove in quella scena. Più grossi sono i numeri in ballo e più si vede aumentare la sensibilità da primedonne delle parti in gioco. Contemporaneamente, l'età media dell'ascoltatore rap si è notevolmente abbassata, e i musicisti sanno di avere in mano la possibilità di formare l'atteggiamento dei loro fan in maniera più netta, con questi a loro volta meno disposti a criticare l'atteggiamento dei loro rapper preferiti.

Non ho mai fatto parte di quel mondo e, sinceramente, non credo mi interesserà mai farne parte. Ho le radici buttate altrove e non lo nego. Non so se è possibile augurarsi che a una certa la scena tutta raggiunga una maturità che la faccia finita con roba del genere. È  pure probabile che a un certo punto la sua posizione sociale verrà presa da una cultura diversa. Quello che mi auguro io è che nel futuro chi ha voglia di polemizzare e dare battaglia lo faccia con la coscienza di stare mettendo sul tavolo tutte le carte che lo riguardano, e non stia praticando un'autodifesa a prescindere, facendo un gran fascio di chiunque sia stato a due metri da quello che gli ha detto male. Senza mettere sul piatto il fatto che c'hai più soldi di qualcuno il cui obiettivo non è quello di diventare ricco. 

A cosa serve essere intervistati, recensiti o semplicemente raccontati? ​

Da queste parti ci siamo presi anatemi di tutti i tipi, abbiamo subito la furia di più di una comunità di fan e spesso abbiamo apertamente cavalcato la possibilità di fare polemica con atteggiamento provocatorio. Non lo rinnego e non penso che nessuno nella redazione di Noisey si sia pentito di avere voluto apertamente sfidare qualcuno sapendo di potere sostenere le proprie opinioni, ma senza esserci mai preclusi la possibilità di tornare sui nostri passi. È un lavoro che se sbilanciato "a favore" di un uditorio o, peggio, dell'oggetto della propria critica (cioè degli artisti) finisce per tradire se stesso. L'unico modo onesto di operare è fare un lavoro idiosincratico, in cui non solo l'opinione di chi scrive è centrale, ma anche le sue conoscenze e la sua visione. Deve essere permesso tracciare il percorso culturale delle loro parole. 

Se invece si lavora "per nessuno", il profitto è paradossalmente globale: la possibilità di arricchire il dibattito anche all'interno dei fandom può portare a una crescita collettiva, a una scena più dinamica e dotata di un linguaggio più ricco, che spinga il pubblico non solo verso un dibattito più complesso, ma a una comprensione individuale dell'oggetto delle proprie passioni che può molto più facilmente svilupparsi in qualcosa di creativo. È qualcosa che non nasce solo dalla conciliazione ma anche da contrasto, a patto che non ci si richiuda in delle bolle alimentate dalla star di turno, che in questo modo protegge solo il suo impero anziché provare a nutrire la scena che occupa. 

Se un artista vi si vuole confrontare, può e dovrebbe fare la stessa cosa: dialogare o controbattere sulla base del suo lavoro, partendo della sua storia e contribuendo al dibattito con qualcosa di più di qualche insulto, senza avere timore di alienare il proprio pubblico semplicemente per avere dimostrato intelligenza. Per quanto quest'ultima sia bandita dal dialogo sociale, sarebbe bello anche vedere distrutto il proprio lavoro critico se dall'altra parte c'è un musicista che ci sta, finalmente, insegnando qualcosa. Senza doversi giustificare, senza doversi difendere, ma solo dimostrando la consistenza che, magari, millanta da quando ha iniziato a suonare.

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