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Parma sul tetto d'Europa

Quella del Parma è la storia di un'anomalia durata quasi dieci anni, durante i quali una squadra passa dalle sfide con la Rondinella alla finale di Coppa Uefa. E ora che sono passati 16 anni da quel momento, la ripercorriamo.
13 maggio 2015, 8:33am

Mentre scrivevo quest'articolo, a dicembre del 2013, il Parma stava festeggiando il suo centenario. Il momento zenitale della sua storia era già passato da più di dieci anni, ma niente lasciava presagire che solo un anno e mezzo dopo si sarebbe arrivati al punto di mettere all'asta pubblica panchine e attrezzi ginnici, senza che nessuno si presentasse per fare un'offerta.

Prima del definitivo fallimento, lo scorso 19 marzo, il secondo in dieci anni, il Parma di Ghirardi veniva persino definito un modello virtuoso, "un sistema scientifico pensato per far fronte all'impossibilità del club di investire." L'a.d. Pietro Leonardi, definito dal presidente "il vero fuoriclasse del Parma", era arrivato a mettere sotto contratto fino a 230 giocatori, muovendoli in società di ogni categoria e provando a generare plusvalenze. Se anche solo il 30 percento delle operazioni fosse riuscito si sarebbe generato profitto.

Un sistema criptico e implosivo, che non ha niente a che vedere col primo fallimento del Parma, quello di Calisto Tanzi, frutto di un calcio che non ricercava neanche un "modello" ma solo l'edonismo.

Delle "sette sorelle" di quel calcio tre sono fallite almeno una volta (Parma, Lazio e Fiorentina), le milanesi continuano ad affrontarsi in derby decadenti e per la prima volta nella storia, quest'anno, saranno entrambe fuori dall'Europa. Quello del declino del calcio italiano è diventato un discorso così sedimentato da rendere confusi i confini tra la realtà e la paranoia.

Oggi, in occasione dell'anniversario dell__a conquista della seconda Coppa Uefa del 12 maggio 1999, abbiamo deciso di riproporre questo post, apparso nel 2013 su Crampi Sportivi.

Mosca, 12 maggio 1999. Al minuto cinquantacinque Lilian Thuram raccoglie una palla poco oltre il centrocampo e parte prepotente sulla fascia. Supera un primo giocatore, per evitare la scivolata di un secondo, scarica a destra su Juan Sebastian Veron, e si butta dentro l'area facendo sfilare via Laurent Blanc. La cosa crea due uno-contro-uno in area di rigore. Veron lo capisce e mette una palla morbida nel mezzo, Crespo taglia sul primo palo, si muove verso il pallone ma poi lo lascia sfilare. Da dietro arriva Enrico Chiesa che lascia partire un calcio secco, pulito che fa finire il pallone sotto la traversa.

Parma tre, Olympique Marsiglia zero. La partita finirà così e il Parma alzerà la sua seconda Uefa, a quattro anni di distanza dalla prima. La finale di Mosca rappresenta, per il Parma calcio, il punto più alto di un'incredibile epoca aurea apertasi otto stagioni prima, con la promozione in serie A.

Fase 1: L'era ragionata di Ernesto Ceresini

La promozione coronò le intuizioni del presidente Ernesto Ceresini, a partire da quella del maggio 1984. Il Parma sta per concludere una stagione deludente, il cui risultato più ovvio è l'ennesima retrocessione in serie C, nel classico sali-scendi a cui sono abituate realtà calcistiche modeste. Ceresini stavolta vuole cambiare radicalmente e, per la nuova stagione, blocca un allenatore all'epoca piuttosto conteso. Si chiama Arrigo Sacchi, allena il Rimini e ha iniziato spandere nella riviera romagnola i verbi della "zona" e del "pressing". In poche parole: "La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando hanno la palla gli avversari, con questa pressione li obblighi a giocare a delle velocità, a dei ritmi, a delle intensità cui molto probabilmente non sono abituati e quindi sei tu attivo anche quando la palla ce l'hanno gli altri."

Il Parma chiude al primo posto, 47 punti come il Piacenza.

Foto via Wikimedia Commons.

Nella stagione successiva, i timori per una nuova, immediata retrocessione vengono cancellati da una squadra che gioca bene e che inizia a consolidarsi come accademia del calcio italiano: emergono giovani come Mussi, Piovani, Fontolan, Melli, ma è soprattutto Arrigo Sacchi, presentandosi come una sorta di Robespierre del calcio italiano, ad attirare l'attenzione. A fine stagione il guru della zona va al Milan e Ceresini chiama un altro grande maestro dell'ortodossia tattica: Zdenek Zeman. Insegna educazione fisica in Cecoslovacchia e crede che molti schemi dell'hockey su ghiaccio possano essere applicati al calcio. Ci mette sette partite a saltare. La cosa incredibile di quella stagione fu un pre-campionato durante il quale il Parma (squadra di serie B) batte Roma e Real Madrid, e riesce a eliminare dalla Coppa Italia proprio il Milan di Sacchi.

Il Parma si piazza metà classifica e, anche nella stagione successiva, confermerà una tranquilla salvezza. La svolta arriva nella stagione 89-90. Ceresini chiama in panchina un promettente Nevio Scala (promozione in A sfiorata con la Reggina) e mette su una squadra finalmente in grado di far uscire il Parma da un grigio anonimato. Luca Bucci in porta, Gambaro, Apolloni e Minotti in difesa. A centrocampo Marco Osio, prima di trasferirsi al Palmeiras in una specie di scambio Erasmus con cupi risvolti finanziari, macina gioco insieme a Fausto Pizzi. In attacco Melli-Ganz sembrano poter segnare l'immaginario del calcio italiano del decennio successivo (diciamo che sarà vero solo in parte). Ceresini sogna di portare finalmente il Parma in serie A e quella sembra la stagione buona.

Dopo diversi mesi spesi tra i primi posti della classifica, nel Febbraio '90 Ernesto Ceresini ha un attacco di cuore e non può vedere il Parma classificarsi quarto e raggiungere la Serie A. Il 27 maggio il Parma vince il derby "del parmigiano reggiano" contro una "terribile ed elegante" Reggiana—gol di Osio e Melli—e può festeggiare la promozione in casa.

L'autore del servizio non sembra neanche parlare la stessa lingua degli attuali giornalisti sportivi.

Durante la festa, Fulvio Ceresini—figlio di Ernesto—alza i pugni al cielo con gli occhi velati di lacrime, arrabbiandosi per il destino assurdo che ha negato al papà di godere finalmente di quella gioia. Finisce la fase uno. Fin qui nulla di strano: una modesta squadra di provincia imbecca il talento di qualche giovane, la visionarietà di qualche allenatore, la fortuna di coincidenze positive, e arriva in serie A. Un percorso faticoso, lento e molto ragionato.

Fase 2: l'edonismo degli anni Novanta, Calisto Tanzi

1990, Parma in serie A, presidenza rilevata dalla Parmalat di Calisto Tanzi. Inizia un nuovo decennio; sta per scoppiare Tangentopoli, è caduto il muro di Berlino, il partito comunista non esiste più. L'Italia sembra pronta a proseguire con meno ombre e conflittualità quella morale dell'edonismo pacchiano avviatasi negli anni Ottanta.

Massimo Moratti all'Inter, Silvio Berlusconi al Milan, Franco Sensi alla Roma, Sergio Cragnotti alla Lazio, Matarrese al Bari. I soldi iniziano a girare piuttosto in fretta.

Nel 1990, mentre la Juventus compra Baggio a 16 miliardi, la Roma spende 18 miliardi per Aldair—cifra record per un difensore. Nel 1991 l'acquisto più salato del calcio mondiale lo completa il Bari, comprando David Platt per 12 miliardi. L'Inter nel 1992 ne spenderà 50 per comprare i due fenomeni dell'est Shalimov e Pancev, il Cobra, di cui si narrano le gesta da queste parti.

Inizialmente Tanzi mantiene la stessa ossatura della squadra arrivata in Serie A, di per sé piena di giovani talenti, innestando qualche acquisto azzeccato come Thomas Brolin, centrocampista svedese in qualche modo icona degli anni Novanta.

Gigi Apolloni, in questa strana intervista, parla di quanto quella squadra vivesse il calcio in maniera arcaica: "Si ricordano più di quella squadra lì rispetto a quella di grandi campioni che arrivò dopo. Perché fu una squadra nata lì, cresciuta in un mezzo a un parco pubblico. Noi ci allenavamo al parco della cittadella di Parma, in mezzo a persone che andavano a giocare a carte. C'era un coinvolgimento totale della città."

È questa la squadra che nel '92 vince la Coppa Italia contro la Juve (due a zero, ancora gol di Osio e Melli, come contro la Reggiana) e che nel '93 compie un miracolo vincendo la Coppa delle Coppe. Finale a Wembley contro l'Anversa.

Cosa è rimasto del gol in acrobazia di Minotti?

A spiccare in quella competizione è un ragazzo di 23 anni comprato da Tanzi in Colombia per pochi spicci. Faustino Asprilla segna quattro gol in Coppa Uefa, sette in campionato e, intanto, trova il tempo per iniziare una relazione extraconiugale con una pornostar e posare nudo per una rivista colombiana.

'El Tino' in campo si muove in maniera scorbutica, a strappi e quando esulta fa i salti mortali. È il calciatore che inizia a far assomigliare il Parma a una squadra meno provinciale e che inaugura la grande tradizione di attaccanti gialloblù.

Il tipo di giocatore capace di fare qualsiasi cosa.

Calisto Tanzi inizia a investire in maniera pesante. Nel giugno del '93 vengono acquistati Gianfranco Zola dal Napoli per 13 miliardi e Sensini per 10. Nel febbraio del 1994, a San Siro, il Parma trascina il Milan ai tempi supplementari della Supercoppa europea. Cinque minuti dopo il novantesimo Crippa segna il gol vittoria. Il Parma vince un altro trofeo europeo e inizia a scrivere una storia in qualche modo priva di logica: una squadra piccola, senza alcun pedigree calcistico, nel giro di cinque anni passa dalla serie C alla Supercoppa Europea.

Parma è una città di 200mila abitanti (senza citare Milano e Roma, Firenze e Bologna sfiorano i 400mila, per capirci), austera, elegante e abbastanza ricca. "Il nome di Parma... m'appariva compatto, liscio, dolce e color malva... la immaginavo soltanto in virtù di quella sillaba pesante di nome Parma, dove non circola brezza alcuna, e di tutto quel che le avevo fatto assorbire di dolcezza stendhaliana e del riflesso di violette." Così diceva Marcel Proust. A Parma sono legate le personalità del Parmigianino e di Giuseppe Verdi, la cui musica risuona sempre dopo le vittorie dei gialloblù, creando al Tardini un'atmosfera radical piuttosto sostenuta.

Parma non sembra c'entrare niente col calcio. Al punto che lo sport ufficiale della città—almeno fino agli anni Novanta—è il baseball. Lì si sono disputati due campionati mondiali. Ma da metà degli anni Novanta l'aria inizia a cambiare: il Parma è una delle migliori squadre europee.

Quando il 17 luglio del 1994 a Pasadena Italia e Brasile si affrontano per la finale dei campionati del mondo, in campo ci sono cinque giocatori su ventidue che vestono—o hanno vestito—la maglia del Parma. E in panchina c'è Arrigo Sacchi, che in qualche modo lo ha inventato il Parma.

In panchina Nevio Scala ha ormai le fattezze di un santone, intriso di una mistica agricola in grado di infondere un carattere di genuina provincialità al Parma. Gioca 3-5-2, come fanno molti in serie A in questi anni; ma sulle fasce mette due terzini capaci di fare tutta la fascia: Antonio Benarrivo, detto "Il bell'Antonio" (ai tempi si diceva si facesse la moglie di Taffarel) e Alberto Di Chiara, uno che all'epoca di Roma era considerato "il Sebino Nela del Quadraro".

Scala, che amava farsi fotografare in sella al suo trattore, ora è nella campagna del padovano a coltivare tabacco. Ma nel '98 era stato a un passo dall'allenare il Real Madrid campione d'Europa; declinerà l'offerta "per correttezza", "perché la squadra non era stata costruita da lui."

Un altro momento fondamentale della storia del Parma viene nel novembre del 1995, quando Scala fa esordire in serie A Gianluigi Buffon: "Andò in campo e fece cose incredibili. Non aveva paura di nessuno, non gli tremavano le gambe e sapeva persino trascinare i compagni nonostante fosse un ragazzino."

L'esordio di Buffon con la maglia del Parma.

La dimensione del Parma è così cambiata che l'anno successivo si può permettere di acquistare un neo-pallone d'oro: Hristo Stoichkov. La stagione del '96 è però deludente come il rendimento del genio bulgaro, Scala viene esonerato e si ricomincia da capo, una terza fase.

Fase 3: Il Parma è la migliore squadra del mondo

Il Parma chiude il girone d'andata quarto ma in quello di ritorno, grazie ai 26 gol complessivi messi a segno da Crespo e Chiesa, arriva a giocarsi lo scudetto: il 18 maggio è a due punti della Juve e ha uno scontro diretto da giocare a Torino.

Dopo venti minuti Zidane segna l'unico autogol della sua vita e il Parma è in vantaggio. È il momento in cui il Parma è più vicino allo scudetto: per una ventina di minuti è virtualmente campione d'Italia.

Poi Collina fischia un calcio di rigore che realizza Nick Amoruso, la partita finisce uno a uno. Quel rigore c'era? Se non ci fosse stato il Parma sarebbe diventato campione d'Italia? Quali conseguenze avrebbe avuto sulla carriera di Zidane? Sarebbe passato alla storia per "quello che ha regalato uno scudetto al Parma"?

La squadra che nella stagione 98-99 vince la Coppa Uefa è questa: Buffon, Thuram, Sensini, Cannavaro, Vanoli; Boghossian, D. Baggio, Fuser, Veron; Chiesa, Crespo.

In quel momento è probabilmente il migliore undici del continente. Se prendiamo questi singoli calciatori e ne leggiamo la carriera lontano da Parma conteremo sei Coppe Italia, dieci campionati, due Supercoppe Europee, tre Coppe Uefa, un pallone d'oro. In quella squadra militavano quattro calciatori che sarebbero diventati campioni del mondo. È il momento di massimo sfarzo del Parma, a partire dal quale inizia prima una normalizzazione, poi la fine definitiva di un'era.

Nel 2004 Calisto Tanzi viene arrestato per il crac Parmalat e l'A.C. Parma, per non ripartire dal calcio dilettantistico, cambia il nome in F.C. Parma. Bisognerà aspettare tre anni per vedere Ghirardi, nel 2007, acquisire la società.

La morale del Parma Calcio

Quella del Parma non è la semplice storia romantica e un po' kitsch di una provinciale che si affaccia nel grande calcio. È piuttosto la storia di un'anomalia durata quasi dieci anni, durante i quali una squadra passa dalle sfide con la Rondinella alla finale di Coppa Uefa. Il tetto d'Europa.

È quindi un grande racconto sulle potenzialità del calcio, una cosa che ci fa relativizzare il pensiero deterministico che spesso accompagna la lettura dei fatti storici. Una storia che, per certi versi, lascia intatte le possibilità, per alcune squadre, di rompere il regime oligarchico che caratterizza il mondo del pallone.

Il Parma, nella stagione 96-97, è una delle prime squadre italiane a qualificarsi per la neonata Champions League. Una competizione che—con i premi partita, gli sponsor, i diritti TV—è stata in grado di creare ex-novo un universo splendido e levigato a cui poche squadre possono accedere—e che contribuisce a ghettizzare in una dimensione minore tutte quelle che non possono farne parte.

Il Parma di quegli anni ci ricorda del primo Hernan Crespo, di Ariel "El Burrito" Ortega, di Claudio Taffarel, di Veron, di Faustino Asprilla (che ritornerà, per un cameo gialloblù, nel '98), di un magico Enrico Chiesa. Ma anche di Lassisi, Boghossian, Benarrivo, Blomqvist. In pochi anni il Parma ha rappresentato tre diverse fasi del calcio italiano: un'epoca arcaica, pre Novanta, dalla quale è uscito fuori in modo romantico. L'era della sbornia di soldi: durante la quale la tradizione calcistica poteva essere letteralmente comprata. Un epilogo da fin de siècle, con la fine dei soldi, delle vittorie e di una dimensione probabilmente gonfiata.

La storia di quel Parma è durata solo otto anni: contano più questi dei rimanenti novantadue? Quello della Storia è un concetto enorme, eppure si riesce a scrivere anche in brevissimi lassi di tempo.

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