Come e perché fondare una micronazione

Le micronazioni sono entità che si proclamano indipendenti senza ottenere alcun riconoscimento. Abbiamo intervistato l'italiano che le studia dal 2005, per capire come nascono e perché sono così interessanti.

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ott 6 2015, 8:25am

Il principato di Sealand, forse la micronazione più famosa. Immagine


via Wikimedia Commons

Quando ero piccolo, io e gli altri bambini del mio palazzo giocavamo a fingere che il cortile di casa nostra fosse uno stato indipendente. Ci eravamo dati ruoli e divisi i compiti, avevamo persino tenuto delle libere elezioni per stabilire chi dovesse essere il presidente del cortile e adibito determinati angoli—un certo albero, un certo muretto—a sedi istituzionali. Il gioco finiva lì: non c'era nient'altro al di fuori di questa complessa organizzazione.

Secondo Wikipedia, una micronazione è "un'entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, ma che tuttavia non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali."

In un certo senso, tramite quel gioco anche noi stavamo creando una nostra micronazione. A spingerci a giocare era un desiderio inconscio di libertà, e probabilmente tutte le micronazioni nascono da sentimenti di questo tipo. Alla luce di questo imprinting infantile, era naturale che un libro come l'Atlante delle micronazioni attirasse la mia attenzione. Ho chiamato l'autore, Graziano Graziani, per parlare di queste microscopiche anomalie, di come nascono e come muoiono e del perché sono importanti—e a volte anche rivoluzionarie—dal punto di vista politico e filosofico.

La frontiera tra l'Italia e il Principato di Seborga. Immagine


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VICE: Da dove arriva il tuo interesse per le micronazioni?
Graziano Graziani: È nato tutto quando mi sono imbattuto nella prima storia, quella di Sealand, facendo un articolo per il settimanale per cui lavoravo. All'epoca mi occupavo di diritti digitali e si parlava molto di The Pirate Bay, un sito di p2p con base in Svezia che è stato al centro di molte polemiche e ha dato origine a un movimento che poi ha portato anche un parlamentare al Parlamento Europeo con il Partito Pirata. Ho scoperto che The Pirate Bay stava cercando di portare i propri server in un posto dove la legislazione europea non avesse effetto, e tra le varie opzioni c'era appunto Sealand.

Così ho scoperto la storia di questo "principato" su una piattaforma petrolifera abbandonata e occupata a largo delle coste inglesi. Documentandomi ho scoperto che esistevano diversi casi simili, magari meno reali dal punto di vista delle pretese d'indipendenza ma che comunque si rifacevano allo stesso modello. E da lì ho cominciato a scavare.

E hai deciso di farne un libro.
Sì, il libro esce adesso ma le mie ricerche sono iniziate nel 2005. Per dieci anni questa cosa è stata una vera e propria ossessione: ho deciso di fare un atlante giocando sulla letteratura di catalogazione d'ispirazione borgesiana, qualcosa che è a metà tra un libro di viaggi e un'opera di letteratura fantastica—perché sono tutte storie reali ma che sembrano fantastiche.

Mi sono documentato tramite internet ma ho attinto anche ai libri di persone che hanno vissuto in prima persona queste esperienze e quando è stato possibile ho anche intervistato i protagonisti. Insomma, ho cercato di mettere insieme più materiale possibile.

Perché nasce una micronazione?
In generale, per un desiderio d'indipendenza o, all'opposto, per una certa insofferenza nei confronti delle imposizioni di un'entità statale più grande. Le entità statali o sovrastatali—specie quelle di oggi che sono molto grandi, come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia o la stessa Unione Europea—sono dimensioni macro spesso percepite come molto distanti, forse anche perché hanno preso una deriva tecnocratica di fronte alla quale l'individuo si sente schiacciato.

Se scendiamo nel dettaglio, ritroviamo nelle micronazioni l'arco costituzionale tipico delle utopie politiche. Ci sono casi che nascono da una volontà comunitaria, come esperimenti sociali differenti e innovativi, e viceversa tentativi di instaurare forme di assolutismo che rappresentano dei passi indietro dal punto di vista dei diritti. Ci sono anche casi di utopie che ideologicamente sono riconducibili all'anarchismo di destra, o tentativi turbo-capitalisti di miliardari che investono soldi per creare dei piccoli stati in cui risiedere per evitare la tassazione. Insomma, nelle micronazioni si può vedere tutta la storia del pensiero politico del Novecento, perché ognuna declina la stessa necessità di libertà in un modo diverso.

Alla base c'è sempre un tentativo di avere il controllo.
Sì, si preferisce essere re a casa propria, anche se questa è minuscola. C'è poi da dire che le micronazioni—che non coincidono con i microstati, e infatti non ho inserito nel libro stati come il Vaticano, il Principato di Monaco o Andorra—sono spesso delle epopee personali che falliscono quasi sempre e si esauriscono con la morte del loro fondatore e protagonista. Insomma, è molto raro che riescano, come invece fa un vero stato, a creare i presupposti per un tramandarsi della loro comunità nel tempo. Non c'è un riconoscimento, non c'è una vera base giuridica e molto spesso con gli anni il tentativo finisce per perdersi nel nulla.

Il "presidente" del Liberland Vit Jedlicka (a sinistra) con la "first lady" Jana Markovicova (al centro). Immagine


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Secondo te questo desiderio di libertà, controllo e indipendenza è una caratteristica fondamentale dell'essere umano?
Sicuramente è qualcosa di connaturato all'essere umano, e tutti soffriamo le imposizioni esterne anche se ci troviamo in un contesto democratico. Il fatto è che di solito accettiamo determinate limitazioni perché ne traiamo determinati vantaggi. C'è chi a questi vantaggi preferisce poter disporre effettivamente della propria libertà.

C'è anche da dire che non tutti i micronazionalisti hanno quest'indole: ci sono anche casi di goliardia, casi in cui non si crede veramente di poter dar vita a uno stato indipendente ma lo si fa lo stesso per spirito di sfida e per capire quanto si possono allargare le maglie dell'ordinamento statale e del suo storytelling. E ci sono anche casi di micronazioni nate come forma di protesta politica, come tentativo di contrapporre un'idea diversa di stato a quello esistente. È il caso del Regno Gay e Lesbo delle Isole del Mar dei Coralli, in cui la fondazione di uno stato in un'isola del Pacifico è stata una forma di protesta da parte della comunità LGBTQ australiana per una legge ritenuta omofoba.

Cosa intendi per "storytelling statale"?
In fondo se togliamo a uno stato l'unico elemento concreto di intervento sulla realtà con cui definisce se stesso—ossia il monopolio della violenza, sotto forma di polizia e forze armate—che tra l'altro spesso non ci tocca nemmeno direttamente, non resta che una sorta di confine mentale: noi rispettiamo le regole dello stato perché ci fa comodo, perché abbiamo paura delle conseguenze del non rispettarle o perché le riteniamo immutabili. Lo storytelling di ogni entità statale è esattamente questo. In questo senso, le micronazioni sono come una contro-narrazione: mettono in crisi quella narrazione e ne fanno vedere delle contraddizioni che solitamente vengono ignorate o negate.

L'isola delle Rose. Immagine


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Come finiscono in genere queste esperienze? Ce ne sono alcune che sono ancora in corso, mentre in altri casi lo stato ha fatto valere la sua forza anche in modo violento, come ad esempio nel caso dell'Isola delle Rose.
A seconda dei regimi in cui queste esperienze vengono a nascere, le risposto delle autorità sono differenti. Se in America o in Europa vengono trascurate e magari non perseguite, in Africa o in Asia "attentare all'integrità dello stato" in questo modo può essere più rischioso: ci son casi finiti con spargimenti di sangue, come ad esempio quello della Repubblica di Kalakuta in Nigeria.

Il più delle volte, però, questi casi finiscono insieme all'epopea che le ha fatte nascere, perché a meno che non diventino effettivamente degli esperimenti comunitari in cui la comunità prosegue l'esperimento, la micronazione muore con il suo fondatore.

Ci sono anche casi in cui l'esperimento prosegue perché la comunità riesce a portarlo avanti, come il caso di Christiania, a Copenhagen, che ha persino trovato un accordo di gestione del territorio con il governo danese. Ovviamente dal punto di vista dello stato si tratta semplicemente di tollerare una zona che si è arrogata da sé il diritto di essere a statuto speciale senza esserlo veramente, mentre dal punto di vista degli abitanti la narrazione è diversa.

Quindi le possibilità per un esperimento di questo tipo sono o essere preso sul serio ed essere represso in modo più o meno violento, oppure essere considerato uno scherzo e venire tollerato.
Sì, esatto. Come dicevo prima, le micronazioni mettono in discussione la narrazione dello stato e o falliscono oppure il massimo che ottengono è un riconoscimento indiretto che nasce dalla scelta, fatta dallo stato, di ignorarle. Prendi il caso di Sealand: ogni volta che c'è stata una controversa internazionale in merito, l'Inghilterra ha sempre detto che non era di sua competenza perché fuori dalle sue acque territoriali. Sealand ha sempre considerato questo come un riconoscimento indiretto—dal punto di vista delle micronazioni, la loro esistenza è giocata sempre su ambiguità di questo tipo.

Per gli stati, invece, le loro rivendicazioni sono prive di ogni fondamento giuridico. Ma è anche vero che quando gli stati europei hanno colonizzato l'Asia, l'Africa e il Sudamerica e vi hanno creato delle entità statali non hanno agito secondo nessun fondamento giuridico—si sono semplicemente annessi dei territori che, per quanto fossero abitati, non erano considerati sovrani da nessuno. Le micronazioni puntano il dito sull'aspetto arbitrario e violento del diritto internazionale e del sistema economico che stiamo vivendo—che nasce con il colonialismo e si sviluppa in senso economico dopo la decolonizzazione.

Come si può vedere bene osservando i confini degli stati africani che sembrano tracciati con la squadra.
Sì, da lì puoi vedere l'aspetto arbitrario e violento all'origine dell'attuale ordinamento giuridico e statale che suddivide il mondo in 205 stati. Le micronazioni si appellano proprio a questo "peccato originale" degli ordinamenti politici e nazionali che hanno creato gli stati attuali, per cui dal mio punto di vista possono essere un'ottima lente di ingrandimento attraverso cui guardare dei fenomeni che diamo per scontati ma che in realtà non lo sono affatto.

Sei stato in alcune delle micronazioni che tratti nel tuo libro?
Sì, soprattutto in quelle europee. Quelle italiane per esempio le ho visitate tutte—o comunque ho visitato i luoghi dove sorgevano. Sono stato a Seborga e a Tavolara e ho intervistato Giorgio Rosa, il creatore dell'Isola delle Rose.

L'isola di Tavolara, sede dell'omonimo "regno". Immagine


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Hai capito qualcosa di più su queste esperienze visitando i luoghi dove sono avvenute?
Direi che è un po' come quando vai in un paese straniero: ti può capitare di trovarci dei luoghi fantastici e dei luoghi che non rendono rispetto all'idea che ne avevi—e penso che questo sia interessante perché torna al tema dello storytelling. Ad esempio, ci sono posti che fanno sfoggio della loro "indipendenza" mentre altri la tengono nascosta. Alcuni ti mettono addirittura il timbro sul passaporto per rimarcare questo aspetto, mentre altri ne hanno fatta una dimensione turistica e hanno delle monete senza alcun valore—a parte forse in quel luogo—che vendono come souvenir ai turisti.

Oggi il mondo è completamente mappato, con Google Maps possiamo andare a vedere le strade di posti lontanissimi rimanendo a casa nostra, ed è praticamente impossibile trovare nuovi paesi e nuove esperienze. Pur essendo narrazioni (e a volte niente più che questo) le micronazioni ti danno l'impressione di stare in un luogo diverso. Occupandomene ho capito che è molto importate per un luogo il racconto che se ne fa: noi cerchiamo i luoghi per ciò che sono fisicamente ma anche per come vengono raccontati da chi li vive, da chi li ha vissuti e da chi li ha immaginati.

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