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Foto

Dominic Nahr insegue i disastri

Che siano naturali o legati a un conflitto, lui è lì per fotografarli.
2.8.13

KENYA. Hell's Gate, 2013. Un lavoratore fa una pausa nella nuova piscina dell’impianto geotermico vicino a Nairobi.

Dominic Nahr è un fotografo, e presto sarà anche un membro Magnum a tutti gli effetti.

VICE: Di tutti i fotografi Magnum con cui abbiamo avuto a che fare, tu sei sicuramente uno dei più giovani. Come sei entrato nel mondo della fotografia?
Dominic Nahr: Mi sono appassionato alla fotografia quando mia madre mi ha regalato una macchina. Ho una pessima memoria, non mi ricordo nemmeno una vacanza con i miei genitori. La macchina fotografica serviva a quello, perché non le dimenticassi. Sono andato all’università e ho iniziato a studiare cinema, ma non mi piaceva lavorare in gruppo. Volevo trovare la mia visione e il mio stile da solo, così ho lasciato e mi sono buttato nella fotografia.

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Il mio primo lavoro è stato per GQ Francia—mi hanno chiamato mentre ero in bicicletta, a Toronto, e sono quasi caduto. Arnaud, il photo editor, mi ha detto, “Ti va di fare un lavoro a New York?” e io, “Scusi, non ho capito—cosa vuole che faccia?," e lui, “Quello che vuoi.” È stata la mia prima commissione, un momento chiave in cui mi sono detto, Ok, bene, questo lavoro esiste davvero.

Appena dopo l’università, nel 2008, sono stato assunto dall’agenzia L’Oeil Public, un posto stupendo. Ha chiuso nel 2009, sono stato con loro nell’ultimo anno di esistenza. Mi aiutavano molto e mi hanno consigliato di andare nell’est del Congo. Non ero mai stato in Africa, e ho fatto un reportage della guerra. Le mie foto emozionavano molto e sono state scelte da diverse riviste. Ho anche fatto una mostra durante Visa pour l’image a Perpignan, che ha aiutato un sacco. Credo che abbia aperto gli occhi alla gente sul mio lavoro. Da lì sono arrivato alla Magnum.

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO. Kivu Nord, Kibumba, ottobre 2008. Più di 25.000 persone trasportano I loro averi mentre abbandonano uno dei principali campi rifugiati a causa di combattimenti vicino a Kibumba, nell’est del Congo. I sodati sono stati forzati a ripiegare, spinti vicino a Goma dai ribelli di Laurent Nkunda.

Credo sia questo che rende Magnum così particolare—il fatto che sia difficile entrarci, il dover convincere un sacco di altri fotografi.
Credo che sia la relazione più duratura che io abbia mai avuto con qualcosa.

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Che mi dici dei progetti per libri, come il tuo in lavorazione sull’Africa, in rapporto ad altri tuoi progetti che sembrano più contenuti, storie da un reportage e via? Ho come l’impressione che tu preferisca lavorare a progetti più aperti, ma forse mi sbaglio.
No, credo sia un mix: i progetti per i libri arrivano da progetti più piccoli. Non ci lavoro pensando, “Sono un fotografo, ho questa idea e voglio fare fotografie per sei mesi su questa cosa.” L’Africa non è così—ci sono tantissime storie. Lavoro su temi più piccoli, che messi insieme costituiscono il materiale per il libro. Ho una lista lunghissima. Infinita. Vivo a Nairobi, in Kenya, e c’è un sacco di roba da fare. Anche se la gente non ti paga, alla fine servirà a qualcosa.

Quindi quando sei andato in Congo era la tua prima volta in Africa, e ovviamente è stata come un’illuminazione per te. Da allora hai lavorato molto sul continente. È per la quantità di lavori che puoi fare o ci sono anche aspetti più pratici?
No, c'è molto di più. Sono cresciuto a Hong Kong; non sono svizzero o tedesco, canadese o cinese. Giro, quindi non ho il problema di “andare a casa”. Sono sempre alla ricerca di casa mia, ma non esiste. E quando sono atterrato per la prima volta a Kigali, nel 2008, sono sceso dall’aereo, i miei piedi hanno toccato il suolo ed è successo qualcosa. C’era una voce nella mia testa che diceva, “Sei a casa.” Era già successo prima, ma mai in maniera così intensa.

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L’altra cosa che la mia piccola voce nella testa mi diceva era, “Qualsiasi cosa succeda, non prenderla troppo sul serio.” È stato un insegnamento molto utile da quando sono arrivato in Congo.

PALESTINA. Striscia di Gaza, 2007. I funerali di un esponente di Fatah dopo gli scontri tra combattenti di Hamas e Fatah nel campo profughi di Jabalia.

Qual è il rapporto tra quest'esperienza e quelle in Medio Oriente, come Gaza? Hai coperto zone di conflitto molto diverse in paesi molto diversi.
Prima di Gaza ero a Timor Est, e lì era un ambiente piuttosto rilassato. Poi Gaza e poi Congo. Non so—sono stato in Egitto, ho fotografato la rivolta e via dicendo, ma in un certo senso lavorare in Africa piuttosto che in Medio Oriente mi emoziona di più, non è così frenetico. A volte mi trovo nel mezzo del nulla da solo o con un piccolo gruppo di giornalisti. Tutto il contrario, per esempio, della rivoluzione in Egitto, dove ci sono migliaia di giornalisti. Detto questo, non credo che i miei lavori riguardino solo zone in conflitto; mi piace anche lavorare in situazioni e in posti normali, senza le pressioni.

In Sudan eri embedded?
Non eravamo propriamente embedded, ma l’unico modo per spostarsi era stare coi militari. Le mie foto in Sudan risalgono a quando sono entrato nel paese “illegalmente”. L’unico modo per farlo era andare con l’esercito che avanzava o con i ribelli. La foto che mi ha fatto vincere il World Press… per quella siamo dovuti andare con i soldati del Sudan del Sud che avanzavano verso il Nord. Non potevamo prendere la nostra macchina, ci avrebbero sparato addosso. Doveva sembrare che avessimo il via libera dei comandanti, ed è quello che abbiamo fatto.

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Poi ci hanno mandato con i soldati. Lanciavano bombe sulla strada che portava all’interno del Sudan e verso le prime linee, quindi avere un camion mimetico significava essere più sicuri. Anche se, al ritorno, la corda che teneva il tetto si è sciolta ed è venuto via, scontrandosi contro il parabrezza. C'erano pezzi di vetro che volavano ovunque. Fortunatamente, l'autista è stato calmo e ha rallentato senza colpire niente.

A proposito di intrufolarsi, mi stavi raccontando di quella volta in cui ti sei vestito da dipendente di una centrale nucleare per entrare in Giappone, dopo lo tsunami. Rischi come quello—o il rischio di essere in prima linea con gli aerei sopra di te—ti preoccupano molto o sei metodico nel decidere cosa farai?
Be’, sono sempre preoccupato, sempre paranoico su tutto. Ma mi aiuta a indentificare il problema e a guardare la situazione con chiarezza. Non me la meno, valuto il pericolo e le probabilità di andare in prigione o di farmi del male, e mi chiedo se succederà o meno, penso a cosa avrò nelle foto e prendo una decisione.

GIAPPONE. Namie, 2012. Mucche morte dentro alla zone di esclusione; appartenevano a un allevatore rimasto nella zona per proteggere e tenere in vita il resto dei suoi animali.

Quel che mi è sembrato un po’ strano del progetto sul Giappone era l’assenza di persone—tutto vuoto e angosciante. È piuttosto in contrasto con gran parte del tuo lavoro, che è così pieno di gente e di attività umana. È stata un'esperienza particolare anche per te?
Sì, il lavoro che hai visto è unico proprio in quel senso. Mi sono sentito molto vicino allo spirito giapponese. Ci sono andato subito dopo la morte di mio padre. Ero stato a casa solo qualche settimana, a Hong Kong, quando lo tsunami ha colpito la costa del Giappone. Dopo aver visto le prime onde portarsi via le case sono partito. Ero insieme a un amico giapponese per un servizio per TIME, e a un certo punto ho trovato un tempio.

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Era tutto a pezzi, a parte quello. Era l’unico posto in cui dormire, e ci siamo uniti ai tanti che ci si erano rifugiati. Era una struttura in legno, ed era inverno. Si gelava. Alcuni avevano perso i propri cari. Anche io, ma in modo molto diverso, eppure a quel punto non importava. È stata un’esperienza molto spirituale, rispetto l'elaborazione del lutto nella cultura giapponese, in silenzio e con tenacia. Credo fosse per quello che è stato così sorprendente quando sono andato nella zona nucleare. All’improvviso sei in un posto in cui la vita umana è inesistente. Era molto potente.

Sembra particolarmente angosciante e strano. 
C'è una campana che suona alle 17 per segnalare la fine della giornata lavorativa, ed è come una ninnananna che gira per le città. Si sentivano gli uccelli cantare, ma non c’erano macchine, non c’erano uomini, e una volta finita la campana c’era solo silenzio. Quel momento mi è rimasto molto impresso nella memoria.

Puoi parlarmi di come sei entrato nella zona proibita? Hai dovuto farlo accompagnato da qualcuno?
Sì, all’inizio—nei primi giorni—potevi attraversarla. Non c’erano blocchi, niente, perché non avevano ancora compreso la portata della cosa. Ci potevi entrare, fare quello che volevi e tornare indietro. Era figo, ma da pazzi. E poi hanno iniziato a mettere i posti di blocco e dovevi o avere dei pass, molto difficili da ottenere, o intrufolarti. Entravi dalle grate, o vestendoti da lavoratore della centrarle nucleare, o su un camion. Una volta mi sono nascosto sotto il telone di un furgone.

GIAPPONE. Minami Sanriku, 2011. Sopravvissuti dormono prima di un funerale di massa nel tempio di Daiou.

Il libro sull’Africa è il tuo progetto principale all’orizzonte? O ne hai altri?
No, credo che quest’anno avrò molto da fare in Africa. Non mi sposterò dal continente, a meno che qualcosa non mi colpisca particolarmente e mi interessi. Non sono riuscito ad andare nei posti caldi perché la mia famiglia è più importante, ora. Va benissimo, perché mi aiuta a concentrarmi su un posto che conosco. Che per me al momento è l’Africa dell’Est.

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Voglio passare più tempo in Somalia e lavorare di più in Kenya, dove vivo. Voglio lavorare più su tematiche relative all’energia e seguire il cambiamento. Poi c'è altro—Mandela, o cosa significherebbe la sua morte per il Sudafrica; lo Zimbabwe e Mugabe; la Somalia ha appena creato un nuovo governo; il Sudan del Sud è appena nato; o ancora, la crisi di identità dei giovani kenyoti. Tutto si muove molto velocemente.

È un progetto un tantino sconfinato, vero?
Sì, è come se cercassi di andartene, ma c’è un posto che continua a muoversi, ed è l’Africa. Anche l’energia. Il principale impianto eolico del mondo è in Marocco, e il Kenya dice di volerne costruire una ancora più grande. Su territori tribali. Sarà un disastro. Hanno appena scavato per cercare petrolio e ci sono stati problemi enormi. Ed era una cosa ristretta. Immagina 350 turbine per il vento—non finirà troppo bene.

Per vedere altre foto di Dominic, vai alla pagina successiva.

PALESTINA. Striscia di Gaza, Beit Lahia, 2007. Un palestinese trova la sua unica via di fuga dalla Striscia di Gaza e il crescendo delle violenze nuotando nel Mare Mediterraneo, a due chilometri dal confine con Israele e sotto lo sguardo attento di una nave da guerra israeliana.

SUDAN, 2012. Soldati e operai vicino a un cratere, dopo un bombardamento delle Forze Armate del Sudan durante una battaglia tra il Nord e il Sud.

GIAPPONE. Misawa, 2011. Una donna cammina tra gli alberi durante una pulizia comunitaria nel porto di Misawa, dopo lo tsunami.

SUDAN. Heglig, 2012. Il cadavere di un soldato delle Forze Armate del Sudan, coperto di petrolio, vicino a una struttura per l’estrazione. È stato ucciso durante uno scontro tra le forze del Sud e del Nord, dopo l'invasione della città petrolifera di Heglig, in Sudan.

GIAPPONE. Namie, 2011. Una televisione accesa in una casa abbandonata dentro la zona di esclusione, a meno di 10 km dall’impianto nucleare danneggiato. 

EGITTO. Il Cairo, 29 gennaio 2011. Un manifestante regge una bottiglia di vetro vuota e si nasconde dietro a un muro durante le proteste contro il governo di Hosni Mubarak.

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO. Kivu Nord, Kibati, 2008. Quattro soldati dell’esercito congolese si riparano dalla pioggia in prima linea, a 5 km da Kibati. Ribelli e soldati sono separati da meno di mezzo chilometro.

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