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Ho sempre sognato di andare a vivere da sola, allora perché adesso sono così triste?

Fino ad oggi ho sempre vissuto con altre persone e non vedevo l'ora di andare a vivere da sola. Ma ora che sono riuscita a farlo, mi sembra di incarnare uno stereotipo che prima pensavo non mi riguardasse.
16 marzo 2015, 11:54am

Fino ad oggi ho sempre vissuto con altre persone. Per i primi 18 anni della mia vita si trattava di un obbligo legale. Poi sono arrivati i coinquilini, a prendere il posto della mia famiglia e ad aiutarmi a entrare nel mondo adulto lasciandomi bigliettini passivo-aggressivi con scritto, "Lavami :)" accanto ai piatti sporchi. In questi anni ho attraversato tutte le fasi della convivenza con altre persone: ho condiviso una stanza in un dormitorio, ho vissuto in un bilocale con altre quattro ragazze, sono sopravvissuta a una casa di studenti perennemente sporca, per un breve periodo ho coabitato con la fidanzata del tipo con cui ho perso la verginità e, di recente, ho vissuto a casa di una coppia.

Di tutte queste fasi, la peggiore è stata sicuramente l'ultima. Vivere con due persone emotivamente coinvolte mi ha fatto sviluppare una repulsione per i legami come il loro. Come un cane di Pavlov, quando sentivo la parola "amore" iniziavo a salivare e a desiderare di andare a vivere da sola.

Spesso immaginavo come sarebbe stato vivere senza di loro. Mai più giudizi silenziosi per il fatto che portavo a casa un ragazzo diverso ogni notte. Ma più cene noiose in compagnia di una "coppia di amici," in cui si sorseggia vino e si fanno giochi di ruolo fingendo di divertirsi (quello è il vero gioco di ruolo, a mio parere.) Il fatto che sia piuttosto possessiva non aiutava. Non mi interessa se sembro ridicola: quello è il mio olio. Se vedo qualcuno che usa il mio frullatore, mi ribolle il sangue nelle vene. Solo perché ti ho detto che puoi usarlo non vuol dire che tu debba usarlo sempre. Perché è così difficile da capire?

Alla fine, ho deciso di fare il grande passo. Ho visto un annuncio di un monolocale in affitto in un quartiere vicino a quello dove vorrei vivere ma che non posso permettermi, e il giorno stesso ho consegnato la caparra. 36 ore dopo, mi ero già trasferita. Il proprietario non ha neanche controllato le mie credenziali bancarie. Si è limitato a chiamare i due numeri che avevo indicato come referenze e a chieder loro se ero una "brava persona."

Ero così impaziente di trasferirmi che non mi sono nemmeno accorta che non avevano pulito l'appartamento. La cucina era piena di macchie e il forno non funzionava. Ho trovato degli escrementi di topo nella credenza. Il doccino era—ed è tuttora—solo un tubo con qualche buco. Ma non ho permesso che tutto questo rovinasse il mio buonumore. Ho pulito tutto, ho comprato un bel po' di trappole per topi, un forno nuovo e mi sono abituata alla doccia—che in realtà ricorda molto una cascata.

Per la maggior parte delle cose, vivere da sola è anche meglio di come me lo immaginassi. Tutte quelle piccole cose che posso fare ora e che non potevo fare quando vivevo con altre persone mi fanno sentire immensamente bene. Posso mettere il ketchup sullo scaffale del frigo che preferisco. Posso togliermi li reggiseno in cucina, mentre mi faccio da mangiare, e lasciarlo lì sul tavolo. È quello che ho sempre desiderato—eppure, allo stesso tempo, per qualche ragione mi sento un po' patetica.

Per quanto ami tutte le cose che posso fare grazie a questa nuova indipendenza, alcune—cose che ho sempre fatto quando vivevo con altre persone—ora mi sembrano improvvisamente imbarazzanti. Perché ora sono una donna single che vive da sola, e mi sembra di incarnare uno stereotipo che prima pensavo non mi riguardasse.

Esito di più a indossare gonne lunghe e mangiare yogurt senza grassi. Devo ancora perdonarmi per aver comprato della cristalleria. Faccio fatica a guardare l'ultima stagione di Girls senza sentirmi in colpa – e tutto ciò solo perché vivo da sola. Sento di essere diventata il target perfetto di tutto quelle pubblicità di bagnoschiuma che esortano le donne a trovare la loro bellezza interiore senza dimenticare di tenersi idratate.

A peggiorare le cose, c'è anche il fatto che mia madre mi chiama circa tre volte al giorno. A volte è per darmi consigli su come cucinare il pollo. Altre, per ricordarmi che pensa che la mia decisione di andare a vivere da sola sia sbagliata. Per come la vede lei, è il primo passo verso la trasformazione in una perfetta zitella. La prima volta che mi ha chiamata mi ha raccontato la storia di quella sua collega che non si è mai sposata e non ha avuto figli. Aveva vissuto da sola per decenni, e invece che una famiglia aveva messo su una notevole collezione di cappelli.

"Aveva un'intera stanza solo per i cappelli. Parlava di loro come dei suoi bambini," mi ha detto mia madre. "Anche lei voleva fare la scrittrice, proprio come te." Le ho risposto dicendo che i cappelli mi stanno bene.

Più ci penso, più mi chiedo perché mi dia così fastidio l'idea di incarnare il cliché della donna single. Perché una donna che vive da sola viene vista come una persona triste—o, come direbbe mia madre, "condannata"? Il fatto è che io non mi sento sola. Non mi sento nemmeno patetica. Non desidero niente di più di quello che ho adesso. Sono felice di aver raggiunto la mia situazione abitativa ideale, e so che sarò molto più felice una volta che mi sarò convinta a indossare una gonna lunga e ad entrare in un negozio di cristalleria fregandomene di quello che potrebbe pensare la gente.

Sì, adesso la mia dispensa è piena di cioccolato. No, non indosso le mutande mentre mi riscaldo gli avanzi nel microonde. E allora? Se per questo dovete etichettarmi come patetica, fate pure.

Segui Alison Stevenson su Twitter: @JustAboutGlad.