Un giornalista italiano racconta cosa ha visto durante il tentato golpe in Turchia

Da quando siamo in Turchia ci siamo interrogati più volte sulla possibiltà di un colpo di stato, e del resto le voci nell'ultimo mese si erano fatte più insistenti. Ogni discussione, però, finiva sempre per escluderlo. Almeno fino a venerdì.

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17 luglio 2016, 11:53am

Istanbul, civili scesi in strada in risposta all'appello di Erdogan. Foto di Nicholas Floreza.

Piero Castellano è un fotogiornalista italiano che dal 2011 vive in Turchia, ad Ankara. Nel 2013 ha documentato la rivolta di Gezi Park, e da allora continua a seguire regolarmente la politica e la società turca. Gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa ha visto durante il tentato colpo di stato del 15 luglio.

La notte che ha cambiato la Turchia è iniziata come un pigro venerdì sera nella capitale, Ankara. La giornata era stata caldissima, e il fresco della sera aveva spinto quelli che non erano partiti per il mare verso i tavolini all'aperto dei caffè in centro.

Ero reduce da una giornata a rifare un articolo reso obsoleto dagli eventi di Nizza—e dalla relativa notte in bianco passata a seguirli. Un amico tornato dalle vacanze aveva portato delle autentiche salsicce di suino (una rarità quasi introvabile in Turchia) e ci eravamo incontrati nel caffè di alcuni amici.

Verso le dieci di sera mi arriva un messaggo diretto su Twitter, in cui uno dei miei follower scrive solo "#beylerbeyi," una località di Istanbul sul Bosforo. La domanda che mi faccio subito è: perché questo hashtag? Vado a controllarlo, e leggo tweet di questo tipo: "Soldati armati bloccano il ponte sul Bosforo e ordinano alla polizia di consegnare le armi."

Cosa stava succedendo? Da quando siamo in Turchia nel mio gruppo ci siamo interrogati più volte sulla possibiltà di un colpo di stato militare, e del resto le voci nell'ultimo mese si erano fatte sempre più insistenti. Ogni discussione, però, finiva sempre per escluderlo—dopotutto, le chance di successo per un golpe erano minime.

Un anno di attentati sanguinosi ha comunque un effetto sulla vita quotidiana: paghiamo frettolosamente il conto e torniamo alle rispettive case. Verifico che le notizie da Beylerbeyi siano reali, e nel frattempo il rombo di un jet a bassa quota fa tremare le finestre. I jet diventano poi due, e volano sempre più bassi e veloci.

No, non è normale.

Faccio un giro di telefonate alla ricerca di conferme "tranquillizanti": fonti della sicurezza parlano di un allarme per prevenire un grosso attentato del PKK. Ma non ci credo, non sembra avere senso. Gli F-16 rombano a non più di duecento metri sui tetti; e se lo scopo è quello di far svuotare le strade, funziona eccome. I rumori normali della strada sono spariti, c'è solo il tuono intermittente degli aerei seguito da un'ondata di antifurti.

Continuo a compulsare Twitter, e vedo foto e video di mezzi militari che prendono posizione nei punti chiave di Ankara e Istanbul, nonché soldati che parlano di coprifuoco e annunciano che "l'Esercito ha preso il comando."

Chiama una collega appena arrivata da Los Angeles che era con noi al caffè. È passata davanti allo Stato Maggiore e si è trovata in mezzo a una sparatoria tra polizia e soldati. "È un colpo di stato," mi dice. "Non uscire, sentiamoci dopo!"

Arriva la telefonata di Repubblica, giornale con cui collaboro da quando sono in Turchia. Con tutta la prudenza possibile dico quello che so, ma i fatti sembrano estremamente gravi.

Quandoil primo ministro Yildirim annuncia ufficialmente in televisione che "è in corso una rivolta" dei militari, corro immediatamente alla finestra. I miei vicini hanno avuto la stessa idea: gruppi di persone si radunano davanti a ogni portone, e tra un passaggio e l'altro degli F16 il chiacchiericcio sommesso è il rumore dominante. Da qualche parte una donna piange, qualcuno inveisce contro Erdogan.

Il ricordo della repressione seguita al golpe del 1980 è ancora vivo.

Come per un riflesso condizionato, figli e mariti si avviano verso i bakkal, i negozietti di quartiere che vendono alimentari, tradizionalmente aperti 24/7 ma che sono stati decimati dalle restrizioni alla vendita notturna di alcolici. Tornano carichi di bottiglioni di acqua e cibarie. Altri sono in coda ai bancomat e prendono tutto il contante che possono.

Gli F16 continuano a scuotere i tetti e io cerco di pensare a cosa fare, continuando a twittare freneticamente. Nessuno sa dove sia Erdogan.

Dai tempi delle proteste di Gezi, quando capitava di dover ospitare amici o estranei bloccati dagli scontri, tengo in casa cibo e acqua per una settimana. Ho però perso l'abitudine di usare il contante e non ho soldi in casa. Mi preparo a uscire.

La ABC chiama per un'intervista da New York mentro sono già per le scale. Rientro e parliamo via Skype; l'intervista si terrà tra un'ora.

Nel frattempo, i militari golpisti hanno preso il controllo della televisione di stato e hanno emesso un comunicato in cui parlano di diritti civili e ritorno allo stato di diritto. Nessuno se la beve, e le persone continuano a fare provviste per prepararsi alla legge marziale annunciata in tv.

Vado verso il bancomat e incrocio un gruppo di ragazzi che torna nervosamente dal centro. Mi fermano e mi chiedono dove sia diretto. Alla mia risposta annuiscono, devono aver fatto la stessa cosa di ritorno dal venerdì sera, ma mi dicono di non andare perché ormai è troppo tardi: "I bancomat sono tutti vuoti, puoi provare. Stai attento, stanno arrivando i soldati."

Chiamo un amico che abita lì vicino per chiedergli come stia. Risponde sussurrando, con gli F16 non sento niente. "Dieci carri armati sono appena scesi da Tunali Hilmi, stai in casa," mi avverte. Si tratta della strada elegante dove eravamo seduti un paio d'ore prima. Mi sembra una settimana fa.

"Sei sicuro che siano carri armati e non blindati della polizia?," chiedo incredulo. Si offende: certo che sono carri armati—dimentico che i turchi il servizio militare lo fanno sul serio. Poi, all'improvviso, sento degli spari.

Rinuncio al bancomat e rientro in casa, mentre un altro F16 con i postbruciatori accesi ci passa sopra. Mi chiedo che senso abbiano tutti questi jet, quando la mia scrivania trema. L'esplosione arriva attutita, ma inequivocabile. Tre ore prima avrei pensato a un'autobomba, ora penso subito alla bomba sganciata da un aereo. Mi sembra del tutto impossibile: l'aviazione turca sta bombardando Ankara.

Immagine via CNN Turk.

Erdogan è in televisione; o meglio, la sua faccia è su un iPhone nelle mani della conduttrice di un telegiornale. È al sicuro, è riuscito a collegarsi con FaceTime. Il presidente turco chiede alla gente di scendere in strada e salvare "la volontà del popolo"—cioè lui—e la democrazia. Ha tutta l'aria di essere un gesto disperato. Se i golpisti non lo hanno bloccato, però, il colpo di stato è destinato a fallire.

Le esplosioni sono continue ora, ma diverse da quelle precedenti: sono cannonate. La ABC mi chiama per l'intervista, e mentre racconto su Skype quello che sta succedendo sento un botto spaventoso che fa tremare tutto il quartiere e urlo " fuck" in diretta televisiva. Un F-16 ha appena lanciato una bomba sul Parlamento.

È tutto incredibilmente confuso. Il Parlamento è il simbolo della sovranità popolare, anche se Erdogan ormai l'ha svuotato di ogni potere con il suo progetto presidenzialista. Eppure, è proprio dal parlamento che i militari ribelli dovrebbero aspettarsi qualche legittimazione. Invece è il contrario: tutti i partiti d'opposizione hanno condannato il golpe; l'autoritarismo di Erdogan va combattuto con la democrazia. Loro hanno imparato la lezione del golpe post moderno che spinse la gente a votare l'AKP, erede del partito islamico estromesso dai militari; i golpisti invece no.

Chiamo l'assistente di un deputato che avrei dovuto incontrare a colazione. Non ne sa molto più di me; è a casa, il suo deputato è in una sessione straordinaria al parlamento per condannare il golpe. "Sono scesi tutti nel bunker," mi dice l'assistente. "Speriamo bene, questa è una follia."

Dai minareti partono delle preghiere, anche se non è l'alba. E infatti non è l' ezan, la chiamata alla preghiera; è la selah, una preghiera che ho sentito solo per i funerali. Ora imparo che che si usa dopo una catastrofe, come un terremoto o una guerra. Evidentemente è la mia prima catastrofe in Turchia.

Alla fine della preghiera, i muezzin dicono qualcosa. Capisco distintamente le parole jihad, demokrasi e cumhurbaskanimiz, "il nostro Presidente": le moschee stanno chiamando la gente a manifestare per la democrazia e a sostegno del presidente e dicono che è jihad, quindi un dovere religioso. Gli F16 sembrano girare intorno ai minareti. L'illuminazione della moschea di Kocatepe si spegne di colpo, e la chiamata del muezzin s'interrompe.

Arrivano suoni di altre esplosioni che scuotono il pavimento. Forse lo immagino ma sembrano venire dalla zona del palazzo di Erodgan. Un amico dall'Italia mi scrive che Salvini è dalla parte dei golpisti, e mi cadono le braccia. Erdogan, invece, è in volo verso Istanbul—un bel rischio, con tutti gli F-16 dei ribelli in volo.

Gli aerei, tuttavia, sembrano preferire terrorizzare gli abitanti di Ankara piuttosto che dare la caccia al presidente: adesso passano a velocità supersonica e i boati sono terrificanti, vicinissimi e senza preavviso. Decine di finestre vanno in frantumi, la strada è piena di vetri. Passa un corteo strombazzante di macchine imbandierate, cariche di nazionalisti che fanno il saluto del lupo e urlano slogan patriottici.

Mi richiama la collega di Los Angeles, è bloccata in casa senza cibo nè acqua. Ha i nervi a pezzi per le esplosioni, e mi chiede di raggiungerla. Mentre mi preparo penso a un piccolo inconveniente: la benzina. Ho twittato delle code ai benzinai, ma ho dimenticato che il serbatoio della mia macchina quasi vuoto. È troppo tardi, i benzinai hanno finito tutto.

La gente ha ascoltato gli appelli di Erdogan e riempie Kizilay, la piazza centrale di Ankara. È qui vicino: prendo le fotocamere e mi avvio, calpestando vetri rotti. Per strada c'è solo una coppia di mezza età che va nella mia direzione. Passa un taxi che frena e fa retromarcia, poi parla con la coppia e li carica. A un certo punto si ferma accanto a me e dice: " Dove vai? A Kizilay è pericoloso, non andare!"

Si offre di portarmi a casa gratis, gli spiego perché vado, vede la tessera stampa appesa al collo, scuote la testa: "Non è come credi, Kizilay'da savas var ! A Kizilay c'è la guerra! E tu sei straniero." Non lo dice esplicitamente, ma lascia capire che la cosa è sospetta: i sostenitori di Erdogan hanno detto spesso che i giornalisti stranieri sono tutti spie venute a distruggere il paese per invidia. Nonostante viva qui da cinque anni il mio turco fa ancora schifo, ed è difficile spiegare a una folla impazzita o a militari incazzati cosa ci faccia lì. Torno indietro, rassegnato.

Da Kizilay intanto arrivano video di tank che passano sulla gente e di soldati adolescenti linciati dalla folla . I ribelli si stanno arrendendo, molti coscritti dicono che credevano fosse un'esercitazione . Ma gli aerei continuano a sorvolare la città a bassissima quote, e le sparatoria sono martellanti—mi sembra il suono di armi pesanti.

Alle tre di notte Erdogan arriva a Istanbul , accolto da una folla adorante. I ribelli gli hanno restituito un livello di popolarità che non aveva da anni. Il primo ministro dice che ogni aereo in volo su Ankara sarà abbattuto, ma gli F16 non lo sanno e continuano a volare imperterriti. Forse sono quelli governativi adesso, ma continuano.

Ormai è l'alba, e la strada è deserta. Arriva un elicottero, mi affaccio per vedere se è della polizia. No, è un Cobra dell'esercito—e spara. Torno dentro di corsa, l'elicottero ha scaricato due raffiche sulla stazione di polizia.

Poco dopo chiama la BBC. Mi vedo su Skype e non mi riconosco, dopo due notti in bianco sembro uno zombie. Si sente ancora sparare; questa volta sono colpi di pistola.

Scendo nuovamente in piazza. Kizilay è piena di gente e costellata di macchine schiacchiate dai carri armati. I dimostranti sono soprattutto seguaci di Erdogan: ci sono islamisti, nazionalisti e persino dei kemalisti, i sostenitori di una repubblica laica come concepito dal fondatore dello Stato, Mustafa Kemal Ataturk.

Festeggiano, cantano "ya Allah, bismillah, Allahu Akbar!," e l'atmosfera è di sollievo. Il golpe è fallito ignominiosamente, e si capisce come gli elettori dell'AKP abbiamo vissuto finora nell'incubo di un intervento militare.

Per la prima volta dopo Gezi, sono felici di vedere un giornalista straniero. Un uomo mi chiama in disparte, mi sussurra: "Io sono diverso da loro, sono curdo del Kurdistan." Sobbalzo quando pronuncia la parola con la K, vero e proprio anatema alle orecchie dei nazionalisti che ci circondano. "Non mi piace Erdogan ma ora lo sostengo, i militari sono peggio. Quello che succede è colpa loro, Erdogan è colpa loro! Un colpo di stato è la cosa peggiore che possa esserci. Scrivilo!"

Nonostante gli appelli all'unità, è chiaro che gli islamisti stanno festeggiando molto più che una vittoria. Stanno celebrando la definitiva presa del potere: ora, infatti, niente e nessuno può ragionevolmente opporsi al presidenzialismo di Erdogan.

E infatti, la prima conseguenza del tentato golpe è quella di aver innescato la resa dei conti finale: gli arrestati sono migliaia, e non tutti sono militari. Finiscono in carcere i generali che hanno ordinato ai golpisti di tornare in caserma, e addirittura due giudici della Corte Costituzionale . Migliaia di magistrati sono rimossi, e chiunque abbia legami con Fethullah Gulen—l'ex alleato accusatodi essere dietro al fallito golpe—rischia la galera.

È notizia di queste ore, inoltre, che la Turchia abbia chiesto l'estradizione di Gulen, che si trova in esilio negli Stati Uniti. Se non verrà concessa, potrebbe esserci una crisi diplomatica con gli USA e prevedibilmente anche con la Nato.

Mi aggiro al castello di Ankara, e l'atmosfera è quasi spettrale: quasi tutti i negozietti sono chiusi, e in giro non c'è un solo turista. Dai pochi negozi aperti arriva all'unisono il discorso di Erdogan in televisione. Due venditrici mi supplicano di comprare qualcosa, e mi sorprendo a pensare che ho già troppa roba da portar via. Dei bambini stanno giocando con dei bastoni, picchiano uno di loro e gridano: "Sei un soldato! Sei un traditore!"

È un'affermazione che solo ventiquattro ore fa era semplicemente inimmaginabile. Ma dopotutto la Turchia è cambiata per sempre in una sola notte, e ora non c'è davvero più nulla di scontato.

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