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Perché le periferie italiane non possono essere paragonate alle banlieue francesi

Il paragone tra le periferie italiane e le banlieue francesi non è nuovo, ma da un anno si ripropone con più insistenza, spesso legato al tema della radicalizzazione. Per capire quanto il confronto sia fondato, ci siamo rivolti a un'esperta.

di Flavia Guidi
10 ottobre 2016, 8:41am

Dalla "Guida a Roma est." Foto di Valerio Mattioli.

Il parallelo tra le periferie italiane e le banlieue francesi non è di certo nuovo: sono anni che viene riproposto al minimo segno di protesta o fermento nelle nostre periferie, a ogni ricerca che ne ricorda lo stato di povertà e isolamento, per poi essere occasionalmente ridimensionato da studi e indagini. Se nella realtà le banlieue—specialmente quelle parigine—sono luoghi enormi e molto complessi che comprendono anche parti benestanti, il termine è entrato nel gergo giornalistico slegandosi dal suo significato originale. Del resto, anche nell'immaginario collettivo, più che un luogo fisico le banlieue sono un luogo della mente: soprattutto in seguito alle rivolte del 2005, rappresentano il simbolo della povertà che sfocia in guerriglia urbana e della rabbia pronta ad esplodere.

Con gli attentati di Parigi e Bruxelles, la concentrazione si è poi spostata sul ruolo che le periferie svolgerebbero nella radicalizzazione. A seguito della strage del Bataclan, per esempio, la politica italiana aveva spesso puntato l'attenzione sui potenziali rischi, mentre la stampa si era mobilitata in massa per cercare la versione nostrana di Molenbeek.

A fine luglio, nel frattempo, è stata varata una commissione di inchiesta sulle condizioni delle periferie italiane, e il mese scorso il premier Matteo Renzi ha annunciato che nella legge di Stabilità 2016 verrà introdotto un bando di 500 milioni di euro destinato al loro recupero.

Lo scorso sabato le banlieue parigine sono tornate al centro dell'attenzione pubblica per lo scontro tra due auto della polizia e 40 abitanti del quartiere di Viry-Chatillon che rifiutavano la videocamera di controllo. Per fare chiarezza sul tema e capire una volta per tutte quanto il parallelo tra le nostre periferie e le banlieue parigine sia fondato, ho deciso di contattare Laura Fregolent, professoressa di Tecnica e pianificazione urbanistica all'Università Iuav di Venezia ed esperta di scienza e metodi per la città e il territorio europei.

Le case popolari in via Gigante, in zona San Siro, Milano. Foto di Stefano Santangelo.

VICE: Negli ultimi anni—e soprattutto in seguito agli attentati di Parigi—si è insistito molto sul parallelo tra le banlieue francesi e le periferie italiane, e il discorso spesso si ripropone. I due modelli sono paragonabili?
Laura Fregolent: Ci sono delle profondissime differenze, si tratta di due contesti completamente diversi. Le banlieue francesi sono espansioni delle città dormitorio costruite nella seconda metà del Novecento per risolvere il problema abitativo di una fascia consistente di popolazione francese, per poi accogliere anche flussi di popolazione immigrata soprattutto proveniente dal Nord Africa. Inoltre sono frutto di una pianificazione massiva di "città nuove" che dovevano contribuire a organizzare l'area metropolitana, in particolare di Parigi, quasi sempre supportate anche da una forte politica di infrastrutturazione.

Le periferie italiane, invece, si sono costruite sempre a partire dal secondo dopoguerra per rispondere a una domanda abitativa che può essere definita analoga, ma la grande differenza è che in Italia si è ragionato per quartieri, le periferie risultano cioè essere delle espansioni delle città, vengono costruite a ridosso delle città, le dimensioni sono diverse e non sono interessate totalmente da quei processi migratori che toccano invece le città francesi. L'immigrazione in Italia è infatti un fenomeno più recente.

Due modelli diversi sin dal concepimento quindi.
Esatto. In Italia non esistono le banlieue francesi, abbiamo periferie con problemi, luoghi nei quali si concentrano situazioni di disagio in parte legate a questioni di immigrazione, ma le due "forme urbane" non sono comparabili, e questo per le differenze di tipo fisico, progettuale, e del modello di pianificazione adottato.

Tra questi due modelli, Molenbeek per esempio dove si colloca?
Stiamo sicuramente parlando di un modello, dal punto di vista dei processi migratori, molto più simile a quello francese che a quello italiano. Dal punto di vista delle sue caratteristiche fisiche però è un quartiere urbano, non una cittadina satellite. Qui però ancora non regge il confronto con il caso italiano per la composizione della popolazione, almeno nella parte del quartiere arabo di Chaussée de Gand.

Ci sono in questo caso diversi fattori che incidono: in primis, il fatto che stiamo parlando di paesi che hanno avuto dei processi di immigrazione precedenti ai nostri, quindi si sono consolidate determinate realtà molto prima che in Italia; poi conta il numero di immigrati e la concentrazione degli stessi. Sia nel caso francese che belga, infatti, abbiamo di fronte un modello "concentrato", diverso dal modello più "diffuso" italiano.

Su questo: qualche tempo fa si è parlato di come questo modello—il modello diffuso—avrebbe aiutato a evitare che in Italia le periferie diventassero luogo fertile per le radicalizzazioni... di cosa parliamo quando ci riferiamo al modello diffuso e in cosa consiste?
Si tratta di un modello—se parliamo delle recenti vicende legate all'immigrazione—che prevede la distribuzione appunto diffusa e sul territorio di immigrati o profughi. Questo però si riferisce ai migranti temporanei e ai recenti processi molto legati all'emergenza dell'arrivo in Italia di molti cittadini provenienti da paesi extra UE. Se parliamo invece del modello territoriale diffuso che, in particolare, caratterizza alcune aree del paese dove osserviamo una distribuzione "diffusa" di immigrati, allora non si tratta di immigrati temporanei ma di persone stabili, di una immigrazione consolidata.

Se guardiamo cioè i dati Istat sulla distribuzione degli immigrati—e parlo sempre degli immigrati stabili—ci accorgiamo di una distribuzione che avviene lungo i principali corridoi della produzione economica. Gli immigrati sono insediati nei luoghi dove c'è lavoro, questo è ovvio, le aree del manifatturiero, della produzione agricola, e quindi nel caso del Nord Italia nei comuni di piccola o media dimensione—non solo nelle gradi città. Non ci sono quindi quelle polarizzazioni in termini di numeri così come negli esempi europei citati.

Si tratta di un modello vincente?
La risposta richiede molto spazio. Dipende da come la guardiamo. Dal punto di vista territoriale all'oggi diremmo che non è stato un modello vincente poiché le conseguenze dal punto di vista degli impatti territoriali, ambientali, paesaggistici ma anche sociali è molto alto.

Per quanto riguarda gli effetti sull'immigrazione invece, non mi è chiaro se abbiamo i dati e gli elementi per confermare che questo modello sia vincente e quello delle metropoli in Francia o Belgio sia sbagliato. Non ci dobbiamo fare influenzare da fatti molto specifici e contingenti: una cosa è l'immigrazione o la presenza di comunità altre, un'altra è il terrorismo. Mi pare che più che il modello, le cose che fanno la differenza sono altre.

Ovvero?
Le politiche urbane specificatamente rivolte ad incentivare forme di integrazione. Se noi guardiamo al modello diffuso abbiamo una preminenza del welfare comunale dove necessariamente vengono favorite (consciamente o no) delle forme di integrazione attraverso la scuola o un'assistenza di base di cui i comuni si fanno carico.

Nelle piccole realtà comunali tendenzialmente le persone lavorano, si integrano—ovviamente bisogna valutare caso per caso—fanno figli che vanno a scuola e condividono con i propri simili un quotidiano. Ma le medesime forme e politiche di integrazione possono essere applicate anche a una scala maggiore, di città.

A cosa attribuisce quindi il fatto che le grandi città italiane per adesso non si sono rivelate incubatrici di radicalizzazione, o anche di violenza, come successo ad esempio nelle banlieue francesi?
Per ora direi che è nella storia che troviamo la risposta, non ci dobbiamo dimenticare che in Italia gli immigrati sono poco più dell'8 percento della popolazione residente, vale a dire un nulla.

Al di là dei fatti di terrorismo successi e che coinvolgono abitanti delle banlieue, ma che vanno trattati e analizzati da un altro punto di vista, le rivolte delle banlieue ci possono insegnare moltissimo. I problemi al loro interno sono cominciati a emergere quando sono stati fatti tagli importanti sul welfare e sulla scuola—da sempre strumento di integrazione. Nel momento in cui sono state messe sotto attacco le politiche di welfare, con tagli anche radicali, come diversi studiosi francesi sottolineano, sono iniziati o si sono manifestati i problemi che hanno portato alle rivolte delle banlieue. Il ruolo delle politiche pubbliche è centrale.

Quanto alle periferie italiane, in quale direzione stanno andando? Una maggiore densità e una maggior numero d'immigrati significano necessariamente un'evoluzione sul modello francese?
Non direi. Le periferie, nel loro espandersi, stanno perseguendo un modello che definirei "italiano", fatto di linee di intervento sulla città e recepite da quelle stabilite dall'UE, orientate alla riqualificazione e alla rigenerazione delle aree marginali e/o degradate e aggiungerei anche di comunità (mediamente) più consapevoli e partecipi.

Si delinea cioè una propensione al recupero dell'esistente: un recupero fisico ma in alcuni casi anche sociale, e che va nella direzione di una riqualificazione complessiva della città.

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