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Moises Saman: Sì, quella è stata la prima volta che mi sono interessato di fotogiornalismo. Sono stato ispirato da quei lavori nella seconda metà degli anni Novanta.Mi sembra qualcosa di strano anche per gli standard dei reportage di guerra—quello nei Balcani mi è sempre sembrato un conflitto particolarmente triste e brutale. Cos'è che ti ha appassionato?
Non so se ci sia stato qualcosa di particolare in quelle foto, anche se in quel frangente ne furono scattate di bellissime. Penso che la ragione abbia più a che fare con il periodo che stavo vivendo all'epoca. Era un periodo in cui ogni cosa mi risuonava in testa—il periodo in cui ho iniziato ad interessarmi a quello che succedeva nel mondo. È stato quando ho seguito quella guerra giorno dopo giorno che mi sono "connesso", se capisci cosa intendo. Ho iniziato ad interessarmi al mondo al di là della bolla in cui vivevo.

Sono stato lì nell'estate del 1999. Ero totalmente impreparato e il viaggio era stato pensato male. Un mio buon amico che avrebbe dovuto venire con me si è tirato indietro all'ultimo momento, così ci sono andato da solo, ho raggiunto il limite di spesa sulla mia carta di credito e non sono riuscito a vendere una sola foto di quel viaggio. Ho provato ad informarmi sulla situazione prima di partire, ma una volta arrivato lì mi sono reso conto che non avevo la minima idea di ciò che stavo facendo.
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Non so se mi infastidisce, ma di sicuro non mi piace. Penso sia piena di implicazioni che non rappresentano davvero quello che sono come fotografo. È vero, tendo a lavorare in teatri di guerra, ma in qualche modo spero che i miei lavori non vengano visti soltanto come qualcosa di collegato alla guerra—gente che uccide altra gente e così via. Lavoro in contesti di violenza e repressione e cerco di trovare alcuni instanti che li trascendano.Ovviamente a volte non ci riesco, ma è quello a cui aspiro: cerco dei momenti in cui tutti si possano riconoscere. Non si tratta solamente di mostrare eventi e immagini a cui prima o poi diventiamo tutti insensibili: foto di gente morta o di episodi di violenza. Quindi, "fotografo di guerra" è una definizione da cui mi tengo lontano.

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La mia ricerca continua. Se non fosse così, potrei anche smettere di fare quello che faccio. Nel senso, quando perdi la speranza che senso ha andare avanti? Ma non voglio mentire, dopo tutti questi anni di lavoro in così tanti posti inizio a percepire la densità di quelle scene orribili. Non finiscono mai, continuano ad accadere ancora e ancora.Ma sono ancora motivato, penso sia importante andare avanti. Vogliamo tutti salvare il mondo e cambiare delle vite, ma capisci abbastanza presto che non si può sempre farlo. Si tratta di contribuire a un dialogo: questo, credo, è ancora importante.In questo senso, c'è un progetto particolare che è andato più vicino a farti perdere la speranza e la motivazione?
Direi l'Afghanistan. È il posto dove ho passato più tempo nella mia carriera. Ci sono arrivato abbastanza presto, quando l'Alleanza del Nord ha preso Kabul, e ci sono stato l'ultima volta nel 2010. All'inizio c'era grande speranza: stavo mostrando un nuovo mondo al pubblico occidentale; a quei tempi l'Afghanistan era poco conosciuto e tutto ciò era eccitante. Ma come sappiamo, le cose non sono andate molto bene da quelle parti.
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Be', per quanto riguarda quella foto in particolare non è stato così grave. L'Iraq in quel periodo era ancora uno stato di polizia e le cose tendono a non sfuggire di mano negli stati di polizia: tutti hanno troppa paura di fare la cosa sbagliata. Ora come ora il vero pericolo è in posti come l'Egitto. Quando ti trovi in mezzo a una folla, non comanda nessuno. Non c'è alcuna gerarchia e quella folla può rivoltarsi contro di te in una manciata di secondi. Quello è il vero pericolo. In quella foto scattata in Iraq, sì, i soldati avrebbero potuto picchiare o uccidere il pilota americano, ma non penso di essermi trovato davvero in pericolo personalmente. I giornalisti sono più a rischio nelle situazioni fuori controllo.
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Sì, mi sono solo trasferito in Spagna.Il nuovo progetto a cui stai lavorando è un libro sull'Egitto. Dev'essere difficile trattare con obiettività la situazione corrente per uno che vive e lavora lì da lungo tempo. L'obiettività è qualcosa di cui ti preoccupi?
È una zona grigia ed è qui che le cose si fanno complicate. Penso che la questione dell'obiettività per me sia abbastanza irrilevante. Non penso che l'obiettività sia un metro valido per valutare il lavoro di qualcuno, penso sia più importante l'onestà. Sono onesto in ciò che voglio dire e nel lavoro che sto facendo? Questa è la domanda che mi faccio. Ma in questo tipo di situazioni, in cui sei molto legato a ciò che accade, le tue opinioni e le tue esperienze contano. E, ovviamente, se vivi e lavori in un posto per mesi o addirittura per anni, finisci inevitabilmente per esserci legato, se non fosse così saresti un robot. Le emozioni e i sentimenti sono reali. Ricercherei l'obiettività se stessi scrivendo per un giornale, se mi occupassi di giornalismo, ma per quanto riguarda i miei progetti a lungo termine—tipo quello sull'Egitto—ciò che ricerco è l'onestà.

Parla della rivoluzione in Egitto, e più in generale della Primavera Araba, dei problemi che ha sollevato. La ricerca di identità di alcune zone del Medio Oriente è ciò che sto cercando di indagare. Ma sto cercando di indagarlo in un modo più, direi, "lirico"… non è un libro giornalistico. Non è una ricapitolazione degli eventi; è una narrazione in chiave personale.
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Be', è questo l'obiettivo, no? Ma penso anche che non possiamo prenderci in giro o diventare troppo idealisti. Se lo fai rischi di diventare la caricatura di te stesso. Io cerco di contribuire al dialogo su certi problemi. Ovviamente, se una foto che scatto o un pezzo che scrivo hanno un qualche impatto palpabile sulla vita di una persona, o la cambiano, be', è fantastico. Vorrei che tutto il mio lavoro avesse questi effetti. Ma la verità è che non succede spesso. Però si può comunque contribuire, cercare di alimentare la consapevolezza e continuare a combattere i problemi. Penso sia una buona causa.Clicca qui sotto per vedere altre fotografie di Moises Saman.




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