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vita vera

La dura vita di un ciclista della domenica a Roma

A Roma l'odio per chi gira in bicicletta raggiunge vette a prima vista inspiegabili. E io, che ho iniziato ad andare in bici per opportunismo, non ne sono immune.
21.11.14

​Ciclisti che non sono chiaramente l'autore.​ Foto di ​Niccolò Berretta.

La mia appartenenza alla categoria dei ciclisti ha motivazioni biecamente pratico-opportunistiche: semplicemente, andare in macchina cominciava a costare troppo e quindi mi misi a suo tempo a valutare le alternative. Allʼinizio mi affidai al trasporto pubblico locale, ma abitando a Roma, vi lascio immaginare il seguito. Poi lʼilluminazione: e se andassi bicicletta? In fondo quandʼero piccolo andare in bici mi piaceva. Era anzi il mio unico passatempo, e in qualche modo i miei polpacci ne avevano tratto beneficio. La bici è anche un mezzo di locomozione virtualmente a costo zero: tolta la spesa iniziale, tutto quello di cui hai bisogno è un poʼ di equilibrio e un paio di gambe. E poi soprattutto di ciclisti cominciavo a vederne tanti. Spuntavano da tutte le parti, persino in una città per definizione ostile alle due ruote come Roma.

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La cosa veniva ovviamente commentata con fare sarcastico nelle immancabili conversazioni da bar: la bicicletta era "una moda"; i ciclisti "degli hipster"; eccetera. Un poveretto di cui non voglio fare il nome, recensendo un festival noise svoltosi più o meno un anno fa, la metteva così: "Parcheggi per automobili liberi quanti se ne volevano, pali liberi per attaccare biciclette nessuno. Il target era chiaro". Sottinteso: un branco di modaioli o per farla breve, di nuovo secondo l'autore di cui sopra, "la cultura hipster romana" che sulle sue bici ("in una città tutta salite e discese") portava a tracollo reflex digitali e barbe in vari ordini di lunghezza. Adesso, lasciamo stare che quel giorno ero in macchina e col cavolo che i parcheggi c'erano, quello che volevo dire è: io in bicicletta ci vedevo più che altro sobrie signore di mezza età con cestino sul portapacchi per fare la spesa. Presumo avessero avuto anche loro la stessa idea: perché spendere soldi per la benzina se posso muovermi gratis? Insomma: se ce la facevano loro, ce lʼavrei fatta anchʼio.

Adesso per andare a lavoro mi faccio ogni giorno otto chilometri allʼandata e otto chilometri al ritorno su una scassatissima Bianchi comprata usata dopo che la precedente mi fu rubata dinanzi a unʼosteria di Tor Pignattara. Come forse avrete immaginato, non sono un ciclista particolarmente virtuoso: il mio obiettivo principale, una volta che salgo in sella, è "non sudare" o quantomeno sudare il meno possibile; vado piano, non sono un tipo sportivo, e poi sono anche  ​un fumatore; anzi, ho scoperto che fumare su due ruote mi piace parecchio. Diciamo che mi rilassa.

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Sedici chilometri di bicicletta al giorno non sono pochissimi, almeno per i miei standard; però cerco di prenderli come una gradevole passeggiata allʼaria aperta, al punto che ogni tanto allungo il percorso per godermi gli scorci migliori. Sono insomma un ciclista della domenica che per pura coincidenza la bici la inforca tutti i giorni. Quando un altro ciclista mi supera, non ho nemmeno quel tipico scatto si orgoglio che ti fa spingere di più sui pedali. Sto lì, sulla mia Bianchi, la sigaretta in bocca, a macinare lentamente chilometri scrutando pensoso il panorama. Poi sì, ogni tanto sudo comunque, ma che vuoi farci: ho un cambio di emergenza pronto nello zaino.

Nella mia precedente vita da automobilista, non ho mai provato fastidio per i ciclisti che incontravo in strada. Forse saranno i ricordi dellʼinfanzia, vai a capire. In realtà ho sempre pensato che i ciclisti fossero dei "buoni", e che i "cattivi" sedessero semmai su una Smart, sugli odiatissimi SUV, o perché no su una Ford Fiesta qualunque come quella che avevo io (e che ho ancora). Voglio dire, mi sembrava una faccenda di semplice buonsenso. Perché ecco, pensavo: "che gli vuoi dire a questi? Non inquinano, non occupano suolo pubblico, non fanno rumore, si fanno il culo in salita, e nella peggiore delle ipotesi lo fanno per sport." Come fai a volergli male? Credevo fosse unʼopinione condivisa, no?

Naturalmente mi sbagliavo. I ciclisti sono probabilmente la singola categoria più odiata del codice della strada. Il sarcasmo a cui accennavo prima si è tradotto in un odio condiviso e trasversale, roba che appena uno ti vede in sella, quasi lo percepisci il "vaffanculo" di default. Mi dicono che questo sentimento sia diffuso in quasi tutte le grandi città italiane, persino quelle storicamente più "ciclabili"; non so se crederci, ma credo di non sbagliare se dico che a Roma questo odio raggiunge vette di parossismo a prima vista inspiegabile—anche se naturalmente le spiegazioni ci sono.

​Foto di ​Niccolò Berretta.

I motivi secondo i quali se vai in bicicletta a Roma sei… beʼ, nella migliore delle ipotesi un disadattato, sono diversi. Il primo, è che Roma è "tutta saliscendi", e quindi non è una città adatta alle biciclette per natura. Ora, ai romani piace sempre esagerare quando si tratta della loro città. Se prendi un romano medio e gli chiedi quanti abitanti fa la Capitale, ti risponde invariabilmente cinque o sei milioni: più di quanti ne fa il Lazio tutto intero. Lo stesso vale per lʼorografia: Roma sicuramente non è una città di pianura, ma per la miseria, non stiamo mica a San Francisco, che tra lʼaltro a ciclisti è assai meglio fornita.

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Tolti i colli storici, i pendii della parte occidentale e salite panoramiche come quella del Gianicolo o di Monte Mario, Roma è perlopiù una città di salitelle e disceselle. Va bene, tutto è relativo: ma nei sedici chilometri al giorno che mi faccio, lʼunico punto in cui veramente soffro è al ritorno, quando devo affrontare il pendio —peraltro leggerissimo—di via La Spezia; ma soffro perché è lʼultimo tratto prima di arrivare a casa, e a quel punto sono stanco, ho fame, ho fumato venti sigarette, e nel corso della giornata ho già accumulato un tal numero di bestemmie che pure la più innocua delle pendenze mi sembra un affronto intollerabile. Che poi, intendiamoci: se la salita è davvero troppo ripida, esiste anche lʼopzione "scendi e porta la bici a mano." Ma evidentemente si tratta di un nesso logico inconcepibile per quelli che "la bici a Roma, ma che scherzi? E coʼ tutte ʼste colline, chi jaa fa?"

Lʼaltra ragione oggettiva per cui Roma non è adatta alle biciclette, è che è troppo grande. E sì, Roma grande lo è, non scherziamo: da Ostia a Settebagni, sono quarantuno chilometri e passa. Ma si tratta di casi estremi che—mettetela come volete—non giustificano il patologico attaccamento dei romani alla maghina. Cioè, prendiamo il mio amico F.: è il classico tipo che lʼautomobile la prende pure per andare a comprare le sigarette al tabaccaio sotto casa, e non è quello che si dice un episodio isolato. F., se stai leggendo, pensaci: se persino uno come me, un pantofolaio fumatore incallito che non fa sport dai tempi della quinta elementare, riesce a farsi sedici chilometri di bicicletta al giorno, forse vuol dire che sedici chilometri non sono tantissimi. Si può fare. E poi ragiona: per andare a lavoro facciamo lo stesso percorso, e io ci metto sempre meno di te. E mi evito pure di sentire boiate tipo La Zanzara sullʼautoradio! Dovrai ammettere che conviene.

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Infine, il motivo per eccellenza per cui a Roma, come un po' in tutta Italia, andare in bici non si può: è pericoloso. Rischi la vita. Questo è veramente lʼargomento più paradossale, perché proviene dagli stessi soggetti che quotidianamente attentano alla tua incolumità (cioè gli automobilisti). Oddio, cʼè anche chi come il Pira —lui sì un ciclista provetto—sostiene che Roma sia in assoluto una delle città più sicure per i ciclisti, proprio perché gli automobilisti sono talmente abituati alle irrazionalità del traffico da aver sviluppato un intuito invidiabile per le "sorprese". Un tir imbocca un vicolo contromano? E che sarà mai, tutto calcolato. Una bicicletta compare allʼimprovviso a un incrocio? Tsk, bazzecole, gli faccio il pelo e poi chi se la fila più.

Non so se essere dʼaccordo col Pira. Cioè, parliamoci chiaro e fatemi fare un poʼ di sano populismo biciclettaro: ad andare in bici, ogni quindici metri devi mettere in conto che puoi schiantarti contro una macchina parcheggiata in doppia fila o uno sportello che si apre a cazzo; e non parliamo delle volte che ho rischiato di venire investito dal pilota di Formula 1 di turno. Questo tipicamente porta il ciclista a sviluppare una serie di contromisure che in alcuni casi possono trasformarsi in vere e proprie "azioni dimostrative", il cui sottinteso è sia sfuggire dai pericoli del traffico automobilistico, sia —perché no—vendicarsi degli automobilisti stessi, rispondere colpo su colpo a una guerra non dichiarata ma già nei fatti.

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Sono queste "azioni dimostrative involontarie" ad aver costruito attorno ai ciclisti la fama di tizi indisciplinati e potenzialmente pericolosi. La più eclatante —nonché vagamente suicida—è mettersi in mezzo alla strada e pedalare piano piano, sia per riposarsi un poʼ che per costringere chi sta dietro a unʼestenuante stop and go prima-seconda. Altre sono più tipiche: per esempio salire sul marciapiede quando la situazione è troppo critica, e fare ciao ciao con la manina alle macchine incolonnate nel traffico (è un "ciao ciao" simbolico, intendiamoci, ma non escludo che ci sia chi lo mima davvero). Tagliare per sensi unici e divieti di transito perché in bici puoi permettertelo. Non rispettare i semafori. Infilarsi in corsie preferenziali riservate a tram e bus. E così via.

Su queste scorrettezze di cui sarebbero protagonisti i ciclisti di ogni genere e grado si è costruita una mitologia intera. Ogni volta che su Facebook compare la notizia di un ciclista ammazzato, i commenti che seguono non mancano mai di rimarcare che i ciclisti sono dei prepotenti e che mica possono passarla sempre liscia: insomma, se lo sono meritato.

Foto di ​Guido Gazzilli.

Come detto, sono sostanzialmente un ciclista della domenica, e il codice della strada tendo a rispettarlo se non altro per una mera questione di pigrizia: salire su un marciapiede magari troppo alto, col rischio di fottere i cerchioni, mi sembra unʼopzione troppo faticosa, innanzitutto dal punto di vista mentale. Quello di cui però mi sono accorto, è che col tempo ho sviluppato una specie di psicologia diciamo così rivendicazionista: va bene, è possibilissimo che alcuni ciclisti siano realmente dei potenziali assassini che di sfrecciare a cinquanta allʼora su un marciapiede affollato non gliene frega niente; qui a Roma, avranno pensato che visto che le quattro piste ciclabili esistenti vengono a loro volta utilizzate come marciapiedi, vale il principio di reciprocità. Però la stragrande maggioranza dei circa 300 morti lʼanno in bicicletta, era gente che se ne stava tranquilla a pedalare su unʼAtala da passeggio.

Già nel 2012 lʼIstat segnalava come "la proporzione dei conducenti di biciclette vittime in incidenti stradali, sul totale dei conducenti deceduti, risulta più elevata di quella registrata per i ciclomotori."

E se pure sommo tutte le peggiori nefandezze di cui i ciclisti vengono accusati, mi pare nulla a confronto di quegli "animali che attaccano per difendersi da non si sa cosa" che sono ʼe maghine (la battuta è di Quino, se non sbaglio). E non parliamo di motorini e scooter, signoreiddio. Però va bene, è già troppo che vi sto tediando con la retorica dei ciclisti-vittime designate (che poi retorica un corno), quindi la chiudo qui.

Resta comunque il mistero: perché tanto odio? Cosʼè che mette in crisi la semplice visione di un tizio che pedala su un velocipede? È forse un affronto allʼestetica machista cara allʼautomobilista italiano? Potrebbe essere. È forse il fastidio per un ulteriore contendente in quel terreno di conquista che è la strada, arbitrariamente eletto a territorio esclusivo dei veicoli a motore? Può darsi. È magari il ricordo sgradevole di un tempo in cui gli italiani ʼa maghina non se la potevano permettere, tanto che quando al protagonista di Ladri di biciclette gli rubano il mezzo, quello si dispera e quasi finisce in galera? È unʼipotesi affascinante. Che poi, ci avete mai pensato che Ladri di biciclette si ambienta a Roma? Evidentemente ai tempi le colline erano più basse.

Segui Valerio su Twitter: ​@thalideide