Giocare col cuore

Mohamed Diamé e la lenta risalita dai bassifondi del calcio europeo che lo ha portato più volte nel radar delle squadre più importanti, che però hanno sempre preferito non scommettere sulla tenuta del suo sistema cardiaco.

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26 novembre 2014, 2:25pm

Mohamed Diamé è nato e cresciuto a Parigi, anzi a Créteil, banlieue brutta a sud-est della città, e a tredici anni è andato via di casa per frequentare il Centro di Formazione Nazionale di Clairefontaine. A quei tempi Diamé era il figlio piccolo e magro di un immigrato senegalese, giocava numero 10 e lo chiamavano "Petit Momo."

Insieme a lui a Clairefontaine, della classe 1987, c'erano Blaise Matuidi, che già allora eccelleva nei test di resistenza, e Mehdi Benatia, che giocava attaccante e Diamé ricorda superiore a tutti gli altri dal punto di vista tecnico. Il loro allenatore era un ex-calciatore brasiliano di nome Francisco Fiho, che in trent'anni al CNF di Clairefontaine ha allenato anche Eric Cantona e Thierry Henry e che, come ci si aspetterebbe da un allenatore delle giovanili brasiliano, puntava molto sul lavoro con la palla. "Quando hai la tecnica," dice Diamé, "puoi sempre migliorare, anche da solo, ad esempio puoi lavorare sulla parte atletica." 

Da solo o no, Diamé a un certo punto è cresciuto fino a diventare quello che è oggi: un centrocampista di un metro e ottantacinque che domina quasi ogni pallone che entri nel raggio d'azione delle sue gambe: "A quelli che mi hanno conosciuto ai tempi di Clairefontaine adesso devo sembrare un mostro."

Diamé è la taglia L di Yaya Touré, dove Yaya Touré è una XXL. Un centrocampista potente e tecnico (meno tecnico di Touré ma abbastanza tecnico da ribaltare il piano di gioco correndo palla al piede contro le difese avversarie come Yaya Touré). Così fisicamente superiore alla maggior parte degli avversari che si trova di fronte che diventa irruento (dove Touré diventa semplicemente pigro), scivolando quando dovrebbe restare in piedi, infilando la gamba davvero in ogni contrasto, anche da dietro, anche rischiando il fallo quando potrebbe accontentarsi di controllare. Non è indisciplinato tatticamente, ma l'istinto viene prima. È il centrocampista perfetto per il pubblico inglese e quell'idea di calcio ancora non troppo lontana dal rugby che vuole eroi in grado di trascinare intere squadre al traguardo.

Tutta quella forza però è alimentata da un cuore con un'anomalia congenita (in alcuni articoli ho letto che si tratta di un'aritmia, ma non ne sono certo) che ha impedito a Diamé una carriera all'altezza delle sue potenzialità, o anche solo una carriera normale. Altrimenti, l'elenco dei suoi trasferimenti da solo non mi permetterebbe di scrivere paragrafi entusiasti in cui lo paragono a uno dei calciatori più dominanti della storia del calcio. Una lenta risalita dai bassifondi del calcio europeo che lo ha portato più volte nel radar delle squadre più importanti, non solo inglesi, che però hanno sempre preferito non scommettere sulla tenuta del suo sistema cardiaco.

Nell'ultima virata della sua carriera, in realtà, il cuore di Diamé c'entra poco. Con Sam Allardyce, allenatore del West Ham, in cui ha giocato negli ultimi due anni, l'intesa sembrava già finita prima del trasferimento last minute all'Hull City. Per Big Sam, anzi, era semplicemente  ​un affare: il contratto di "Mo" (come lo chiamano accorciandogli ulteriormente il nome in Inghilterra) stava scadendo e si è presentata l'occasione di fare profitto. Dato che la sua clausola rescissoria era di appena 3,5 milioni, e che due anni prima era arrivato a Londra a parametro zero, l'affare di cui parla Big Sam sono 5 miseri milioncini per un centrocampista che aveva già dimostrato di valere di più.

Diamé avrebbe preferito muoversi dal West Ham per andare in un club con più tradizione, o più ambizioso dell'Hull, ma nella sua pur breve carriera ha visto comunque di peggio. Tutto quello che ha ottenuto se l'è dovuto guadagnare, e tutto quello che ha avuto è sempre stato un po' meno di quello che avrebbe meritato. Questa volta ha dovuto aspettare solo poche giornate di campionato prima di prendersi la sua vendetta personale. Nel gol del momentaneo 1-2, a Londra, a favore dell'Hull, ci sono tutte quelle qualità di Diamé: la potenza e l'elasticità muscolare con cui approfitta di un fallo laterale battuto male dal West Ham per rubare palla a Kouyaté (suo compagno con la Nazionale del Senegal, un metro e novantacinque, in Belgio lo chiamavano "Kouyatouré", a proposito di paragoni esagerati) l'equilibrio e il controllo con cui spinge il suo avversario diretto fin dentro l'area di rigore senza perdere contatto con il pallone, la tecnica con cui apre il piatto del piede destro e mette la palla sul palo più lontano. A cui va aggiunta la compostezza, in un gesto assolutamente istintivo, di un tennista che mira all'incrocio delle linee. "Quello che mi ha dato più fastidio," ha detto  ​Big Sam, decisamente ingiusto con Mo, "è che glielo abbiamo regalato noi il gol."

Nell'unico video che ho trovato si vede appena il momento in cui ruba il pallone a Kouyatouré.

Mentre ancora si allenava a Clairefontaine Diamé ha firmato un contratto con il Lens. In quel periodo il padre si era ammalato di cancro ed è morto prima che il Lens scoprisse l'anomalia cardiaca. A diciotto anni era stato in panchina per qualche partita di coppa, ma una volta scoperto il difetto di nascita il Lens ha deciso di non correre rischi.

Era stato il Lens a portare in Europa il calciatore camerunense Marc-Vivien Foé, che solo qualche anno prima era morto in campo proprio per via di una malformazione cardiaca congenita (a Lione, durante una partita di Confederetions Cup del 2003). E sempre a Lens, in quello stesso periodo, aveva giocato ​ Dagui-Bakari, centravanti franco-ivoriano di un metro e novanta che ha smesso di giocare nel 2005 dopo che al Nancy (a cui il Lens lo aveva appena venduto) avevano trovato un problema cardiaco incompatibile con l'attività sportiva. Con questa storia recente alle spalle, il Lens decide di tenere fermo Momo per un anno intero, tra i suoi diciannove e i venti. A posteriori, il più grande rimpianto di Diamé, l'unico rimpianto riguardante la sua carriera, è quello di non aver giocato nello stadio Bollaert, per quei tifosi con cui è cresciuto e che è arrivato a guardare dalla panchina.

E per qualche motivo la sua storia ha continuato ad intrecciarsi con quella di altri calciatori con problemi al cuore, come una specie di monito che Momo ha deciso di non ascoltare. Ad agosto 2007, nella stessa estate in cui a Siviglia muore in campo Antonio Puerta, per una malattia al cuore, lui decide di trasferirsi a Linares. Pur di continuare a fare il calciatore accetta di giocare in terza divisione spagnola, in un comune andaluso di sessantamila persone a due ore di macchina da Siviglia. A vent'anni gioca un'intera stagione in una categoria decisamente inferiore alle sue possibilità, si mette in mostra e l'anno seguente sale in Segunda, al Rayo Vallecano. Anche lì è fuori posto e se ne accorgono Barcellona e Real Madrid, che però si tirano indietro per i soliti dubbi sull'anomalia cardiaca (il Madrid in realtà lo voleva per la squadra B).

Alla fine è il tecnico spagnolo Roberto Martinez che lo porta tra i grandi in Premier League, anche se al Wigan, a inizio stagione 2009/10. E decide di prenderlo anche se una prima visita di controllo aveva confermato i problemi cardiaci di Momo. Inoltre, pochi giorni prima del trasferimento era morto un altro calciatore, sempre per un problema cardiaco, il capitano ventiseienne dell'Espanyol Dani Jarque (durante un ritiro a Coverciano). "Staremo molto attenti, la salute del giocatore ha la priorità,"  ​ha detto Roberto Martinez: "A quanto pare è un problema congenito. Ma dipende, perché i cuori dei calciatori si comportano diversamente anche per il tipo di lavoro che svolgono." Il Wigan decide di portare un defibrillatore in panchina e nei suoi tre anni di permanenza Diamé ripaga pienamente la fiducia. Martinez ne dà una ​descrizione che rende bene quanto, nonostante tutto, sia nato per giocare a calcio: "È raro trovare qualcuno di così potente, con qualità e anche equilibrio. Patrick Vieira era così."

Al minuto 0:50 Diamé sposta il Torres di Liverpool, a 1:20 segna con un movimento da centravanti d'area di rigore, solo che si gira e calcia da venticinque metri. 

Per far capire quanto per Diamé fosse irrinunciabile giocare a calcio mescolo parti diverse di una sua lunga intervista a  ​hat-trick.fr mettendole in forma di monologo: "Prima di entrare a Clairefontaine ho firmato con il Lens. Era il volere di mio padre. Quando sono arrivato a Clairefontaine si è ammalato, aveva il cancro. Voleva proteggermi, che il mio futuro fosse già un minimo deciso, non voleva lasciarmi nell'incertezza. Dopo gli esami mi hanno detto: c'è un'anomalia. Dobbiamo fare altri test più approfonditi ma non avremo i risultati prima di sei mesi. Mi è crollato il mondo addosso. Dicevano che dovevo smettere di giocare a calcio. Per sei mesi ho fatto avanti e indietro tra Lens e Créteil. Quando mi annoiavo a Lens tornavo a Créteil. Non mi facevano neanche avvicinare all'erba del campo. Non potevo neanche correrci intorno, niente, non potevo fare nessuna attività sportiva. Mi rompevo le palle tutto il giorno. Ho fatto talmente tanti test medici, non potete neanche immaginare. Dentro di me non ho mai pensato che la mia carriera fosse finita, no! Sarei andato a giocare in Malesia se ce ne fosse stato bisogno. Mi dicevo che ci doveva pur essere un posto dove avrei potuto giocare a calcio. Però avevo anche paura che ovunque andassi mi dicessero: No, tu non puoi giocare! Paura di morire? Se fossi svenuto in campo, allora quello mi avrebbe fatto riflettere. Hai 19 anni, hai già perso tuo padre, tocca a te prenderti cura della famiglia. Non puoi lasciarli con un'altra persona in meno. Da quel momento sono diventato io l'uomo di casa. Pensavo: o diventi calciatore o diventi calciatore, non hai altre soluzioni! Poi ho avuto la fortuna di allenarmi con il Linares. Era la mia occasione. Quella di partire da zero. Volevo rigiocare a calcio, ma volevo anche farmi dimenticare. Volevo andare dove nessuno mi conosceva. Così mi avrebbero giudicato sul mio gioco e nient'altro. Persino gli amici che sentivo spesso non hanno avuto mie notizie per un anno! In compenso, ero sempre al telefono con mia madre. E dicevo a me stesso: Goditelo, goditelo! Non hai più il diritto di dire che il calcio è duro, goditelo, goditelo, goditelo al massimo!"

Wow, il tipo era al posto giusto e ha tirato fuori il cellulare proprio al momento giusto. Le prestazioni migliori di Diamé sono quasi sempre contro le squadre più forti.

A ventuno anni non tutti i calciatori di talento sono in rampa di lancio. Benatia, ad esempio, era ancora in Ligue 2 a Cleremont-Ferrant, e lui non aveva problemi al cuore. Altri giocatori nati nel 1987 come Diamé, invece, se la passavano certamente meglio di lui nella stagione 2008/9. Arda Turan costruiva la sua leggenda in patria giocando 30 partite con il Galatasaray; Nasri era al suo primo anno all'Arsenal e per qualcuno era ancora lui il vero nuovo Zidane; Giuseppe Rossi era a Valencia, nei suoi anni da più di 30 presenze e 10-12 gol a stagione; persino Giovinco giocava 27 partite nel Parma. Messi era alla sua quinta stagione da professionista e per la prima volta ha superato la barriera dei 40 gol, coppe e Nazionale compresa. Anche Cavani a Palermo, Hamsik a Napoli e Suarez all'Ajax non se la passavano male.

Intanto Diamé, con il Rayo Vallecano in crisi economica, non riceveva neanche lo stipendio tutti i mesi. "Riuscivo a sopravvivere, ma non era facile perché dovevo mandare dei soldi a mia madre, ai miei fratelli e alle mie sorelle a Parigi." Due compagni di squadra, Carlos Caballero (che proprio pochi giorni fa è rientrato in campo dopo un infortunio al ginocchio, esordendo in Liga a trent'anni con la maglia del Cordoba) e Manuel Arroyo (di cui non ho trovato traccia) per aiutarlo lo invitavano a cena. In tutto ciò, Diamé non poteva permettersi di non giocare, o di giocare male, perché se non si fosse messo in mostra non sarebbe potuto andare in una squadra migliore. Poi per fortuna è arrivato Roberto Martinez.

Il Wigan di Martinez giocava un calcio di possesso adatto a pochi giocatori in squadra ma perfetto per Diamé che veniva da quello spagnolo, e adattarsi al ritmo inglese non è stato un problema per lui. In quegli anni ha esordito anche con la Nazionale del Senegal, di cui ha fatto il capitano alle Olimpiadi di Londra. Anche con il Senegal gioca tutte le partite possibili: "I miei compagni mi dicono: Momo tu giochi anche quando la partita è in qualche punto sperduto dell'Africa! Se mi dicessero di andare a giocare in Rwanda, ci andrei." Dopo tre anni Diamé era cresciuto ulteriormente e per la stagione 2012/13 ha preferito non rinnovare il contratto con il Wigan, sperando in una grande squadra: "Avevo raggiunto il 70 percento dei miei obiettivi. Ma volevo continuare a migliorare la posizione della mia famiglia. Intanto però ero già riuscito a prendere il posto che aveva preso mio padre. Sapevo che alla mia famiglia non sarebbe mancato niente."

Black Skinhead è una scelta davvero ottima.

Nell'estate del 2012 il  ​Manchester United lo avrebbe voluto, se non fosse stato per l'anomalia cardiaca congenita, e a un certo punto Momo è stato ancora più vicino al Liverpool. Aveva incontrato Kenny Dalglish, gli aveva detto di non potergli promettere un posto da titolare, ma davanti alle foto di Gerrard e delle altre leggende del Liverpool appese al muro Diamé ha pensato che si sarebbe conquistato il posto in squadra: "Credo che sia stata la sola volta in vita mia in cui sono stato fiero di me. Ero fiero di me. Pensavo molto a mio padre in quel momento. Ero a due dita dal traguardo. Ero quasi arrivato." Ma prima che il trasferimento si fosse concretizzato il Liverpool ha cambiato allenatore, al posto di Dalglish è arrivato Brendan Rodgers, e del trasferimento di Momo non se ne è fatto più niente. Non sembrerebbe che dietro il mancato passaggio di Diamé al Liverpool ci siano stati i dubbi sulla sua salute ma in Inghilterra avevano tutti bene a mente le immagini di pochi mesi prima (marzo 2012), quando Fabrice Muamba aveva avuto un arresto cardiaco durante la partita tra Bolton e Tottenham (il cuore di Muamba è rimasto fermo per 78 minuti prima di tornare a battere).

Quest'estate Loïc Remy, un altro giocatore francese, anche lui classe '87 tra l'altro, originario della Martinica, non si è trasferito al Liverpool dopo aver "fallito" le ​ visite mediche. Già nel 2010 Remy aveva rischiato di non trasferirsi all'​Olympique Marsiglia per un'anomalia al cuore congenita, ma in questo caso sia lui che il Newcastle, proprietario del suo cartellino, ​hanno smentito che l'accordo fosse saltato per ragioni che non fossero di natura economica. Ci può stare che il Liverpool abbia usato come scusa i problemi al cuore per tirare sul prezzo o sul contratto di Remy, o perché ha cambiato idea, invece ha poco senso che il Liverpool abbia rinunciato a un giocatore come Diamé a parametro zero, anche tenendo conto del cambio di allenatore.

Ad ogni modo poche settimane dopo il rifiuto del Liverpool Remy è passato al Chelsea (dove ha segnato due gol in una manciata di presenze) mentre Diamé nell'estate del 2012 si è trasferito al West Ham di Sam Allardyce. Già dopo pochi mesi su di lui sembravano esserci  ​Chelsea e Arsenal e Big Sam a quei tempi era contento del semplice fatto che Mo giocasse per lui.

Questo gol contro lo United è stato scelto come Goal Of The Season (2012-13) del West Ham. Diamé al suo primo anno con gli Hammers è stato scelto come Miglior Acquisto e Miglior Performance Individuale (in casa contro il Chelsea).

Con Allardyce e il gioco diretto che lo contraddistingue Diamé giocava più vicino alle punte: "Roberto Martinez mi chiedeva di fare gioco, di toccare più palloni possibile, di venire a prendermi la palla dai difensori. Di giocare calcio davvero. Invece qui, Allardyce mi chiede di andare a prendere le seconde palle. E se posso fare la differenza nell'uno contro uno di provarci. Ma il mio ruolo è soprattutto stare lì per le seconde palle di Andy Carroll." Al secondo anno l'amore tra Momo e Big Sam era già finito. Diamé si è lamentato di aver cambiato spesso ruolo nel suo secondo anno, Allardyce ha invertito  ​causa e effetto dicendo che era perché le sue prestazioni non erano soddisfacenti da centrale che lo spostava in fascia o anche di punta.

Complice forse il trasferimento in prestito di Alex Song dal Barcellona (un altro che alla potenza abbina la tecnica, e che tecnica), e quella clausola rescissoria bassissima, Diamé si è trasferito all'Hull City (si parlava di Arsenal, e forse sarebbe stato utile). La squadra dell'egiziano  ​Assem Allam ha chiuso il mercato con un bouquet di fuochi d'artificio notevole: Momo Diamé + Gaston Ramirez + Abel Hernandez + Hatem Ben Arfa, nonostante, per ora, non gli abbiano fatto cambiare il nome in Hull Tigers), tutti insieme, tutti l'ultimo giorno di mercato. La stagione 2014/15 non è cominciata benissimo per l'Hull, che sembrava avere la qualità per zone di classifica più alte rispetto al quartultimo che occupa ora che scrivo (a un punto dalla retrocessione, a tre dal QPR ultimo in classifica).

La stagione di Momo Diamé invece è cominciata straordinariamente bene. Tra metà settembre e metà ottobre ha segnato 4 gol in 5 partite, cominciando la serie proprio con il gol da ex al West Ham (dove per segnare 4 gol aveva avuto bisogno di 41 presenze, senza contare quello di quest'estate alla  ​Sampdoria). Cinque giorni dopo aver fatto arrabbiare Big Sam ha segnato al Newcastle, confermando una tecnica di base che non solo gli permette di cambiare direzione e dribblare ma anche di calciare con entrambi i piedi più o meno da qualsiasi distanza.

Non solo Diamé è molto lontano dalla porta ma calcia praticamente da fermo. Mettete pausa un attimo prima del tiro e rispondete sinceramente a questa domanda: Dove pensavate sarebbe finita la palla?

La giornata successiva ha segnato di testa contro il Crystal Palace e dopo la sconfitta subita a Manchester contro il City (4-2, e Diamé aveva partecipato all'azione del gol del momentaneo pareggio duettando con Abel Hernandez) ha segnato di nuovo contro l'Arsenal. In questo caso dopo essersi mangiato Flamini di forza Momo scavalca Sczesny in uscita con un cucchiaio delicatissimo.

Parlando del suo impatto su squadra e tifosi,  ​Steve Bruce, l'allenatore dell'Hull, ha detto che non c'è da stupirsi se Diamé è diventato una specie di "cult hero", mentre ​Curtis Davis, difensore, ha descritto la sua forma come "ridicola", in senso positivo: "Diamé ha qualità, è elegante. Mi aspettavo un centrocampista da combattimento e fatica."

E Flamini aveva letto benissimo l'azione, si era messo tra la palla e Diamé ma quando Diamé gli ha messo le braccia davanti non ha avuto la forza necessaria per evitare di farsi superare.

Dopo aver saltato le ultime due partite del Senegal di qualificazione per la Coppa d'Africa, e la sconfitta casalinga dell'Hull con il Tottenham, Diamé è tornato in ospedale, questa volta per farsi guardare il ginocchio. Sembrerebbe niente di serio e dovrebbe tornare in campo già da sabato contro il Manchester United, partita importante per l'Hull City.

Continua a giocare con l'anomalia al cuore, rassicurandosi pensando che se ce l'ha da sempre forse significa che può conviverci e giocarci. Ma la storia di Diamé dovrebbe fare da antidoto anche allo stereotipo del calciatore viziato, che ha corrotto la propria passione per avidità. Noi italiani abbiamo la sindrome Bocca di Rosa. Preferiamo le puttane che lo fanno per passione, a quelle che lo fanno per professione, ma Diamé non ha avuto scelta: gioca perché gli piace e per continuare a migliorare la propria posizione e quella della sua famiglia, anche se sa quanto potrebbe costargli. Nessuno può dire che Diamé non gioca col cuore.

"A volte Dio decide il nostro destino, ma noi calciatori siamo tutti dei privilegiati. È il mestiere più bello del mondo e io non mollerò."

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