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Vice Blog

Alcolici DIY dalle carceri brasiliane

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di it
02 dicembre 2010, 4:03pm

Ho sempre avuto un desiderio insaziabile di strafarmi a prezzi ridottissimi. Purtroppo, però, sono anche un fanatico della roba organica e naturale: ciò significa che non mi faccio di crack o di altre droghe "sporche", e significa anche che il mio desiderio è ancora più difficile da placare. Con queste premesse, ho deciso di prepararmi dell'alcol in maniera economica e un po' hippie. Ho pensato a lungo a quale potesse essere il gruppo di persone che ha meno mezzi a disposizione, ma è più voglioso di altri di ubriacarsi, e la scelta è ricaduta sui carcerati. In Brasile, il tipico alcolico da penitenziario si chiama Crazy-Mary (Maria-louca in portoghese). Subito dopo aver cominciato la ricerca, ho scoperto che quella roba non è facile né rapida da preparare. Ma cazzo se è buona!

Sapevo che avrei dovuto fare amicizia con un ex-carcerato, quindi ho chiamato un mio amico, João Wainer, che ha fotografato la Casa di Detenzione di San Paolo, anche nota come Carandirúgot. Lui mi ha messo in contatto con Sophia, una sua amica, che ha fatto volontariato in prigione per più di vent'anni. Lei, a sua volt,a mi ha fatto conoscere Twin e Issac, che entrambi hanno scontato la propria pena in Brasile.

Twin mi ha detto: "Sono stato in prigione per circa dieci anni. L'ultima volta ho fatto otto anni, sono entrato nel '96 e sono uscito nel 2004. Ma prima mi ero trovato in quella rivolta, il massacro di Carandirú: mi sono fatto tre anni per due 157 (rapina e aggressione) e per un 155 (furto)." Ha anche lavorato in infermeria con il famoso dottore del penitenziario, Dráuzio Varella.

Issac, l'amico di Twin, è stato in galera alla Baixada Santista, e sa come preparare gli alcolici. Ha imparato il processo nel corso dei suoi quindici anni a Carandirú, dove era stato incarcerato per omicidio, rapina, aggressione e traffico di droga. "Ho fatto molte cose. Per preparare la Maria-louca occorre molta pratica artigianale. E come si impara l'artigianato? Lo si impara dagli anziani. C'erano dei tizi a cui erano stati dati 20, 30 anni di galera. Ho incontrato molti Banditi della Luce Rossa (un famoso gruppo di rapinatori brasiliani, ndr) e mi hanno tramandato un po' di quello che sapevano. Ho provato la Maria-louca in molti posti, ma c'è soltanto un sistema per prepararla. Avevo bisogno di farla tutto il tempo, perché altrimenti come sopravvivi in un posto simile? È esattamente come quelle persone in miniera che sono rimaste sepolte per due mesi, ma in galera non c'è un arco di tempo. Soprattutto se all'interno fai qualcosa: in quel caso ci rimani ancora più a lungo."

Issac, su richiesta di Sophia, aveva cominciato a preparare per noi la prima fase della Maria-louca una settimana prima che lo andassimo a trovare. Quando ha portato fuori il suoi piccolo barile di plastica (che in origine contenteva olive) Twin le ha dato una bella guardata prima di dare il suo giudizio: "Ha un bell'aspetto, mi sembra bella consistente."

Prima di aprire il contenitore Issac mi ha spiegato: "Il processo consiste nello sterilizzare tutto e lavare bene la frutta. Poi metti il tutto nell'acqua calda, con due chili di zucchero, riso crudo, guava, frutto della passione e arance. Poi tagli la frutta e aggiungi del lievito da pasticcere." Questo deve essere fatto in un barile sigillato, e se si vuole ottenere la vera Maria-louca, bisogna seguire anche tutto un altro processo, ma ne parliamo più avanti.

Dato che avevamo comprato solo ingredienti freschissimi al mercato, la nostra ricetta si è un po' imborghesita, ma datemi retta, non c'è bisogno di usare prodotti freschi e organici. Qualsiasi combinazione di frutta può andare bene. O si può usare solo il riso, e il lievito può essere sostituito con il pane.

Twin mi dice: "In galera gli ingredienti li si prendeva dalla spazzatura, o tra la frutta portata da chi veniva a trovare i carcerati. Prendevano i resti del frutto, la buccia, e li rivendevano a chi preparava gli alcolici. Poi tutto veniva lavato e lasciato fermentare con zucchero, acqua e lievito. Tra il '91 e il '94 c'era una cucina, in prigione. Sono stati i migliori anni per la Maria-louca. Era tipo saké: riso, zucchero e lievito."

Oggi non c'è una cucina in prigione, tutto il cibo arriva precotto. Dopo la consegna, Twin riscaldava di nuovo tutto con un accendino, o con qualsiasi cosa fosse a sua disposizione. Dice che preparare la Maria-louca con il cibo precotto è facile come prepararla in cucina: "Il processo è lo stesso, non cambia niente."

Non appena i nostri amichetti hanno aperto il barile, ne è fuoriuscito un odore putrido. L'intruglio era alla prima fase. Ne abbiamo bevuto un goccio, e la prima fase è forte come poche. L'alcol ti striscia nelle narici immediatamente, e quasi subito senti un forte brusio. Il lusso del riso crudo ha conferito alla nostra creazione un gusto di saké fruttato. Era così buono che, al di là dell'odore ripugnante, non abbiamo smesso di bere finché non si è fatto tardi.

Questa prima fase "è come l'effetto dello champagne a Natale: è come essere al caldo, al chiuso, e sentire tutti i fuochi d'artificio che esplodono fuori," dice Twin ridendo "è meraviglioso. Ma per fare uscire il liquore, bisogna usare una serpentina sul fuoco." È lì che il processo si complica.

Innanzitutto, trovare gli attrezzi utili alla distillazione è una rottura di coglioni. "Avevamo una serpentina di rame. Generalmente la prendevamo dalle fontanelle pubbliche. All'improvviso la serpentina dell'ufficio del direttore spariva, e nessuno sapeva dove fosse andata a finire. Quando ce la trovavano, la nascondevano in altri posti, ma si trovava sempre alla fine," dice Twin.

Poi ci ha spiegato uno dei rischi maggiori del preparare alcol in cassa: "Bisogna filtrare il liquido a fondo, prima di riscaldarlo, perché quello è il vapore che diventa il liquore. Bisogna continuare a seguirlo, durante il processo, e se un pezzettino di frutta si incastra, questo non lascia uno sbocco d'aria alla pentola a pressione, che probabilmente esploderà. Ho visto persone che si sono spellate tutto il torso. Lavoravo in infermeria, e quando sentivo un'esplosione dicevo: "Tira fuori la barella, ché sta per arrivarne uno." Una volta c'è stata un'esplosione nelle ore di visita (durante quelle ore nessuno controlla cosa stiano facendo i carcerati. È difficile provocare esplosioni se una persona presta un minimo di attenzione). E poi, se il liquido cola, significa che va tutto alla grande. Ma quella volta c'era un solo uomo nella sua cella e si è distratto per un attimo. È andato a disintasare la serpentina e, BOOM!, il coperchio del recipiente gli ha disegnato una nuova bocca in faccia, e tutta quell'acqua zuccherata che bolliva gli è andata sui vestiti. Non hai idea di come era ridotto. Lo abbiamo portato alla Sala 4, gli abbiamo fatto tutto il trattamento da pronto soccorso, ma da allora per lui ogni giorno è una sofferenza. Devi estrarre la pelle morta, passarla con del perossido d'idrogeno. È tremendo, e non ne vale la pena per degli alcolici."

La fase di distillazione, in effetti, è stata la più difficile. Secondo la stima di Issac e Twin, da 200 litri di liquido fermentato puoi ottenere 20 litri di liquore puro. Al di là di tutto il casino che il processo comporta, l'intero apparato è troppo grande per essere nascosto. "Non era possibile nasconderlo durante le ispezioni, e se ti prendevano ti mettevano per 30 giorni in isolamento. Ma era whisky della galera, molto più forte di qualsiasi altro alcolico. E non è per tutti: un quarto di litro costava qualcosa come 50 euro, questo per darti l'idea che non era per tutti, era solo per quelli che avevano i soldi... per quelli che avevano lasciato qualcosa fuori, e per quelli che lo preparavano. Questi ultimi potevano, come privilegio, portarsene a casa un bottiglione. Chi veniva a sapere che lo stavi preparando veniva da te e ne chiedeva un po', o magari ti dava una mano con gli ingredienti, così da avere un po' della prima distillazione: la prima è la migliore, poi il prodotto si indebolisce. Ma non era per tutti, no. C'erano cose meno costose e più facili da procurarsi."

Ufficialmente ubriachi, li abbiamo ringraziati, abbiamo detto ciao, e ce ne siamo tornati a San Paolo dove, dopo qualche giorno, abbiamo provato a fare una distillazione. Iniziando a sviluppare la nostra versione suburbana di quel processo rustico, abbiamo comprato una serpentina di rame e una pentola a pressione e della resina epossidica. Abbiamo fatto un buco nel coperchio, ci abbiamo attaccato la serpentina, sigillandola con la resina, ed era tutto pronto. Non abbiamo filtrato il liquido fermentato con un calzino (fanno così, in galera) ma abbiamo usato un pezzo di stoffa, stando ben attenti che niente di solido venisse scaldato.

Abbiamo riscaldato il tutto tenendo il fuoco basso, la pentola era solo per metà sul fornello, e poco dopo il liquore ha iniziato a colare. Nonostante il suo sapore fruttato (e quell'odore), è stata la merda più spaccabudella che abbia mai messo in bocca. Mi sono sballato immediatamente. Non abbiamo fatto un calcolo del contenuto alcolico, perché credo che ci saremmo direttamente cagati addosso se l'avessimo scoperto. Ecco tutto e be', dico davvero, non provatelo a casa.

TESTO: ANDRE MALERONCA

FOTO: JOAO WAINE