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Le corte notti di Milano

Cosa sarà della vita notturna cittadina dopo l'ultima proposta?

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C’era una volta una città, una metropoli del nord Italia dai mille difetti ma in cui la gente circolava libera di divertirsi e svagarsi, in cui la gente parlava e socializzava liberamente sotto il sole così come sotto le stelle. Come si chiamava quella città? Sicuramente non Milano. Lo so che è un incipit un po’ cheesy, questo qua, ma la situazione è sufficientemente deprimente da autorizzarmi a usare anche questo tipo di narrazione un po’ pomposa e un po’ stucchevole. Ci sono problemi in Italia, o almeno in alcune parti d’Italia, che sembrano non potersi risolvere mai per il verso giusto. Quando qualche timido progresso sembra affiorare, dura solo un attimo, e subito si svolta con convinzione verso la peggiore delle strade possibili e verso gli interessi dei più stronzi. È frustrante, estremamente frustrante, soprattutto quando a mancare è la logica di cui anche un bambino di terza elementare è dotato. Ho già affrontato alcune volte la questione della “vita notturna” in Italia, con due articoli, uno su quella ridicola silent disco stradaiola bolognese, l’altro come piccolo attacco a tutti quanti hanno sfruttato la schifosa situazione milanese per far credere alla città di essere i più fichi dell’universo. Sono stati entrambi oggetto di grosse polemiche, soprattutto il secondo, per il quale si è praticamente incazzata mezza città (a buona ragione, ve lo garantisco). Una delle critiche più fondate ricevute a proposito di quel pezzo fu di non aver dato abbastanza peso a tutte le problematiche logistiche che incorrono nel momento in cui si vuole organizzare un qualsiasi tipo di evento che coinvolga decibel elevati, gente esaltata e rituali parasessuali. Vorrei quindi porre un molto parziale rimedio in questa sede. Non in senso stretto, perché l’argomento è un po’ diverso, ma se volevate l’articolo contro l’amministrazione comunale e le sue assurde politiche repressive in merito di nightlife, eccolo qua. Il pretesto dovrebbe essere già noto a chiunque viva a Milano da almeno due giorni: ieri, durante una riuinione tecninca con l’assessore comunale alla sicurezza Marco Granelli e i presidenti dei consigli di zona, l’assessore al commercio Franco D’Alfonso ha tirato fuori una brillantissima proposta con cui regolare l’attività dei locali notturni della zona dei Navigli. L’idea è che tutti gli esercizi facciano cessare ogni tipo di musica entro la mezzanotte, “per rispetto degli inquilini dei palazzi che vogliono dormire.” Ancora una volta si propone l’idea di una città dai ritmi anziani, senza mai passare alle maniere totalmente forti, onde salvare quel po’ di faccia che, come si diceva l’altra volta, serve a tutti per tenere in piedi la facciata della città moderna ed europea. A questo giro neanche troppo, visto che subito dopo il colpo, è arrivata a incalzare la presidentessa del Comitato Navigli, dichiarando che non basta: le 24 dovrebbero essere orario di chiusura vera e propria dei locali, e servono provvedimenti più severi, come il divieto di servire da bere a chi non ha un posto a sedere. Azioni che, in sostanza, dovrebbero servire a garantire uno svuotamento pressoché totale delle strade e quiete a volontà in tempistiche molto rapide. Sembra un ritornello ripetitivo e scassapalle, ma non ci si riesce davvero a capacitare di come le cose possano continuare ad andare così nonostante il senso comune. Certo, la vita notturna è un problema strano, e piuttosto ambiguo. Se tecnicamente lo si potrebbe bollare come di poco conto nello spettro di tutte le problematiche metropolitane, nei fatti non è così, perché dal punto di vista del governo della città ci sono molti elementi che diventano più che rognosi. Primo fra tutti il fatto che, come dicevo prima, si vuole sempre tentare di salvare capra e cavoli, forse in nome di una mitizzatissima “moderazione”. Si vuole la città dinamica, creativa, giovane, e le si propone uno stile di vita da pensionati, e non so più se pensare davvero che dietro ci sia il semplice scontro generazionale o, piuttosto, la folle idea che il modello universalmente riconosciuto e accettabile sia proprio quello, che ovunque ci si sposti nel mondo sia così che si gestiscono le dinamiche sociali. In entrambi i casi, quello contro cui siamo andati a sbattere è comunque un tipo di moralismo arcaico e, come in ogni caso di questo genere, classista. La polemica sulla “movida” dei Navigli va avanti da moltissimo tempo e si è fatta più fitta negli ultimi tre anni, passando per allucinazioni di tutti i tipi, compreso un assessore alla sicurezza (lo stesso Granelli di cui sopra) convinto che uno dei più grossi business mafiosi in Lombardia fosse lo smercio abusivo di birra in ticinese. Quello che mi infastidisce di più, e che rappresenta gran parte dell’origine del problema, è l’idea stessa di movida, quantomeno quella che ha preso piede da queste parti. Corrisponde a casino, gente che vomita per strada e bottiglie rotte, o almeno a una forma di divertimento con la particolare tendenza a sfociare in quella direzione. Personalmente non ho mai creduto che questa idea corrispondesse alla verità ma che, al contrario, fosse un prodotto di quegli stessi desideri repressivi: perché la vita e le attività notturne di un quartiere buttino per forza verso qualcosa di lascivo o pericoloso c’è sempre bisogno di una spinta all’estremizzazione, che in larga parte è data dalla mancanza di offerta e di spazi, dall’univocità di prospettive. L’ennesimo caso, insomma, in cui la criminalizzazione non fa altro che “alzare il livello dello scontro”, se mi passate il termine.

"Comunismo alcolico", qualcuno ricorderà…

Uno dei più illustri rappresentanti di questo movimento milanese anti-Movida è stato Massimo Cacciari, ex-sindaco di Venezia e oggi residente di via Vetere. Filosofo, politico, e cacacazzi di professione, per difendere le sue ore di sonno, e, probabilmente, il valore immobiliare del suo appartamento. Come lui tanti, esponenti di una alta borghesia che abita e, nei fatti, possiede il centro. Perché è inutile menarla: quello contro cui i residenti dei Navigli si stanno abbattendo è più che altro un ricambio generazionale, una fase normale della vita di un quartiere e anzi, probabilmente delle loro stesse vite di esseri umani, non più capaci o disposti a tollerare lo stress intrinseco di una zona del centro zeppa di locali (neanche troppo notturni). Finora non gli era nemmeno riuscita tanto bene. Nonostante il coprifuoco alle due imposto agli esercenti, infatti, il quartiere dei Navigli aveva già iniziato un processo di ripopolazione che fino a qualche anno fa sarebbe sembrato impossibile. Per quanto lentamente, gli affitti si stavano abbassando a livelli semi-umani, alla portata di gente genericamente più giovane. Segno, questo, non tanto dell’abbassamento del valore degli immobili quanto dell’impossibilità di continuare a rendere la zona disponibile solo ed esclusivamente a individui o famiglie di reddito medio-alto, soprattutto alla luce di un mercato immobiliare vicno alla stagnazione totale. Si doveva colpire presto, quindi, per salvaguardare più uno stile di vita che gli investimenti immobiliari. Importante specificare: a me non frega niente dei Navigli in sé e per sé. Ci saranno sì e no tre posti in zona (stando larghi) in cui mi piace andare a bere e niente di più, e in generale l’offerta notturna del centro tende a essere piuttosto omologata (oltre che costosa). Proprio per questo, però, ogni colpo inferto all’idea stessa che possa esistere una nightlife interna alle mura di Milano, vicina a dove la gente vive e si muove, accessibile in maniera ampia, va a colpire la prospettiva stessa che possano formarsi delle alternative altrove. La militarizzazione del centro, infatti, non si accompagnerà mai a una valorizzazione dei quartieri più esterni, nemmeno di quelli che magari abbiano dimostrato una certa spontaneità nell’attirare popolazione più giovane, magari per gli affitti bassi. No, la repressione passa anche soprattutto da lì. In tutta Milano, dentro e fuori le mura, si sono trovate negli anni scuse patetiche per far chiudere locali di botto o togliere loro la possibilità di fare musica. Non si sono certo trovate soluzioni che rendessero, per esempio, davvero comodo e facile lo spostamento notturno né altro che facilitasse la socialità in nessun modo. La notte per i milanesi rimane una sorta di strano tabù, appannaggio di pochi e che si vive dietro muri spessi e un buio ben fitto a coprire quello che si sta facendo davvero. Un mito, praticamente, di cui parlare e di cui raccontare i protagonisti. Ancora, a Milano si chiacchiera ma si combina poco.
E sono tutte chiacchiere controproducenti, in fondo: come se non esistesse effettivamente la possibilità di reggere parte dell’economia proprio sul divertimento, su un'industria di quelle che guadagna solo quando offre tanto, per tutti, a tutte le fasce di prezzo. Non so quanto questo possa confortare i milanesi, ma non siamo soli, e la compagnia è pessima: Bologna ha appena ridefinito il suo regolamento per quanto riguarda la musica all’aperto, e la stessa piazza Verdi di cui sopra risulta off-limits. Certo, non sono ancora messi COSÌ male, ma lì la contraddizione sembra più aspra: come se una città che per decenni è stata vissuta e fatta (oltre che nutrita di quattrini) dagli studenti, da un po’ di anni si stesse ribellando contro di loro, tentando di rigettarli del tutto. Tornando a Milano, rimane sullo sfondo chi si aspettava che il cambio di casacche della giunta comunale di quasi due anni fa avrebbe davvero inziato a proporre un modello di vivibilità diverso, più solidale e giusto. Non solo nulla di questo sta avvenendo, ma il comune ha deciso di continuare la stessa micragnosa politichetta della “quiete” che la Moratti e De Corato avevano fatto imperversare per anni.

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