L'Agcom vuole far pagare un "pedaggio" a Whatsapp e Telegram

In pratica, l'Agcom vorrebbe che le app di messaggistica paghino una tassa per l'utilizzo delle infrastrutture di rete delle società di telecomunicazione.
28.6.16
Immagine: Shutterstock

Applicazioni come Whatsapp, Messenger, Telegram hanno cambiato il nostro modo di comunicare. Certo, prima del loro arrivo si poteva scrivere a qualcuno senza spendere un soldo dai computer di casa, ma una volta abbandonate le mura domestiche si doveva fare affidamento sulle chiamate e gli SMS.

Così facendo bisognava stare attenti a contare ogni singolo carattere che si digitava, al tempo passato al telefono, oppure bisognava sprecare interi pomeriggio a cercare le migliori offerte cumulative per tentare di non preoccuparsi troppo di questi aspetti. Le applicazioni di messagistica via internet ci hanno sollevati dal peso delle tariffe, riconducendo il tutto al semplice (irrisorio, per un messaggio di testo) traffico dati del proprio abbonamento internet.

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Tuttavia, questa situazione favorevole potrebbe cambiare. Come riportato da Repubblica, il Garante per le Comunicazioni (l'Agcom), ha prodotto una indagine sui "Servizi di comunicazione elettronica" il cui relatore è Antonio Preto. Nel documento si evidenziano una serie di aspetti che metterebbero in luce come queste applicazioni godano di una serie di privilegi poco in linea con le normative italiane.

francesco pizzetti28 giugno 2016

Per prima cosa, le app sfruttano le reti mobili, fisse, satellitari messe in piedi dalle società di comunicazioni senza pagare. Sempre gratuitamente, fanno affidamento sui numeri di telefono assegnati ai clienti dalle suddette società di tlc che devono pagare per l'acquisto.

Preto vorrebbe imporre agli sviluppatori un "obbligo a negoziare" con le società di telecomunicazioni, perché le applicazioni paghino un pedaggio per l'uso dei beni altrui, "equo, proporzionato, non discriminatorio" per evitare di penalizzare eccessivamente le realtà più piccole e per scongiurare l'abbandono del mercato italiano da parte di quelle più grandi.

Le app verrebbero ripagate garantendo loro l'accesso al credito telefonico dei clienti per fornire nuovi servizi, mentre fino ad ora, i loro guadagni sono basati sulla profilazione degli utenti per vendere le informazioni ad altre aziende, altro aspetto da regolare perché non sono sottoposte alla nostra legge sulla privacy.

Le app verrebbero ripagate garantendo loro l'accesso al credito telefonico dei clienti per fornire nuovi servizi.

Da qui, le ultime imposizioni, dotarsi di un "titolo abilitativo" che imporrebbe di piegarsi alla nostra legislazione in materia di riservatezza, aprire un call center in italiano per tutte le richieste e le proteste degli utenti e, infine, rendere possibile la chiamata gratuita ai numeri d'emergenza (come il 112 e il 113).

Insomma, come l'era dei contenuti diffusi gratis su internet sembra essersi conclusa, anche questo breve periodo di relativa "anarchia" in materia di applicazioni di messaggistica istantanea per mobile sembra volgere al termine, ci toccherà scegliere: è meglio pagare fornendo indiscriminatamente i nostri dati personali oppure mettendo mano al portafogli?

Nel frattempo restiamo in attesa della pubblicazione del documento dal sito dell'Agcom, l'ente contattato da Motherboard ha previsto per oggi la pubblicazione dell'argomento, non appena avremo maggiori informazioni vi terremo aggiornati.