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Fairphone è lo smartphone etico che non porta al suicidio i suoi operai

Ancora prima di arrivare nelle nostre mani, uno smartphone tradizionale ha già provocato un certo accumulo di cadaveri in paesi in via di sviluppo abbastanza lontani da non suscitare in noi alcun rimpianto.
13 giugno 2014, 12:22am

Immagine: Fairphone

Lo smartphone è diventato l’oggetto simbolo del decennio che stiamo vivendo, con tutte le sue promesse di connessione continua, Twitter-revolution e citizen journalism. Ma, come ogni totem, esige anche il suo tributo di sofferenze, sangue e marciume vario.

Basti pensare al caso Snowden e allo spionaggio continuo che l’NSA conduce sulla popolazione mondiale. In un mondo senza smartphone—gingilli portatili che fungono da microspie, microcamere e localizzatori dei loro proprietari—il grande occhio di Washington non sarebbe riuscito a scrutare tanto a fondo.

Oltre che strumento di sorveglianza governativa strisciante, negli ultimi tempi la narrativa giornalistica ha fatto dello smartphone una sorta di blood diamond al silicio: un oggetto voluttuario ed essenzialmente inutile che, prima di esserci recapitato in una scatola ergonomica, ha provocato un certo accumulo di cadaveri in paesi in via di sviluppo abbastanza lontani da non suscitare in noi alcun rimpianto.

Ciò accade in parte per via delle materie prime. I minerali necessari per i componenti degli smartphone, come il tantalio, vengono spesso acquistati in paesi devastati dai conflitti, come la Repubblica Democratica del Congo, finendo per riempire le tasche dei vari signori della guerra.

Immagine: Fairphone

In altri casi, l’estrazione intensiva di questi metalli ha trasformato intere isole dell’Indonesia in colossali miniere a cielo aperto, con la distruzione degli ecosistemi, lo schizzare alle stelle del lavoro minorile e dozzine di morti bianche ogni anno.

C’è poi l’affaire Foxxcon, la fabbrica cinese dove vengono assemblati gli smartphone di mezzo mondo, e che vanta un record di suicidi fra gli operai tale da farla diventare l’oggetto di vari studi accademici. In generale, le condizioni di lavoro nelle fabbriche-moloch asiatiche che sfornano i nostri dispositivi mobili sono da gulag siberiano, con orari semi-schiavisti e paghe da fame.

Forse l’unica speranza che abbiamo per usare il nostro smartphone senza sentirci in colpa potrebbe essere nelle mani di Bas Van Abel, programmatore e designer olandese, fondatore di Fairphone.

Bas Van Abel, fondatore di Fairphone. Immagine: Fairphone

Fairphone vuole essere uno smartphone “etico” sotto ogni punto di vista. Per i materiali di produzione, Fairphone si è rivolta ad alcune miniere congolesi che lavorano sotto la supervisione di organizzazioni no profit, che assicurano che i profitti vengano effettivamente distribuiti ai minatori senza finanziare l’acquisto di kalashnikov.

Per la produzione, Van Abel ha stabilito che gli operai che assemblano i Fairphone in Cina siano retribuiti adeguatamente e abbiano accesso a un fondo addizionale per il benessere dei lavoratori.

Più che sparigliare totalmente le pratiche dell’industria degli smartphone—ad esempio, producendoli in un altro paese—l’idea sembra quella di adottarle per poi cambiarle dall’interno. Probabilmente non sarà facile.

Immagine: Fairphone

Per stessa ammissione dell’azienda, i Fairphone odierni sono ancora tutt’altro che “etici” a 360 gradi. Ci sono ancora molti aspetti e passaggi della produzione che dovranno migliorare. Ad esempio, il lavoro dei minatori Fairphone in Congo non viene sfruttato dai guerriglieri locali, ma è ancora generalmente sottopagato. Allo stesso modo la questione ambientale—vedi Indonesia—non è ancora stata toccata.

L’idea dovrebbe essere che ogni nuovo modello costituisca un passo avanti sul sentiero verso la costruzione di uno smartphone sostenibile. Così, dopo la vendita dei primi 25.000 esemplari, adesso gli sforzi si stanno concentrando sul modello del 2015, che sarà costruito interamente con materiali riciclati.

Ciò che resta da vedere, in ogni caso, è se e come Fairphone riuscirà a tenere fede alle sue promesse di sostenibilità a fronte di un aumento nella produzione. E una volta garantità la qualità, riuscirà a convincere gli utenti dei “blood smartphone” a buttare i loro dispositivi per comprarne l'analogo più etico? Per il momento, tanti auguri a Van Abel.