politica

Come Capitan Harlock è diventato un'icona fascista

Da Giorgia Meloni al pub di CasaPound a Roma, cosa c'è dietro questa lunga ossessione?

di Leonardo Bianchi; illustrazioni di Enrico Salvador
18 aprile 2019, 5:45am

Illustrazione di Enrico Salvador.

Negli anni Ottanta e Novanta in Italia, accendere la televisione durante il pomeriggio significava principalmente una cosa: imbattersi negli anime. La programmazione delle reti maggiori era pressoché dominata dai cartoni animati giapponesi, e pure quella dei canali minori—dove magari si potevano trovare serie più “adulte” come Ken il guerriero.

Capitan Harlock, l’opera più celebre di Leiji Matsumoto, era una di queste. Trasmessa per la prima volta su Rai Due esattamente quarant’anni fa (il 9 aprile del 1979), la serie originale racconta l’epopea di un fuorilegge a capo di altri reietti sull’astronave Arcadia che, disgustato dall’apatia del genere umano e dal totalitarismo del “governo unico,” ingaggia una guerra solitaria contro invasori alieni (le Mazoniane) per salvare una Terra depredata di ogni risorsa naturale.

Per una serie di bizzarre coincidenze, tuttavia, da noi la storia del pirata spaziale è stata anche altro: col tempo, Harlock è diventato un mito propagandistico per militanti dell’estrema destra—un destino che il personaggio di Matsumoto non ha incontrato in nessun’altra parte del mondo.

L’ultimo caso di questa lunga strumentalizzazione riguarda Giorgia Meloni. Il 9 aprile del 2019 la leader di Fratelli d’Italia ha voluto ricordare il quarantennale twittando la sigla e descrivendolo come “il simbolo di una generazione che ha sfidato l'apatia e l'indifferenza della gente, lottando contro chi voleva privarla del futuro.”

Sebbene molti nei commenti su Twitter si siano sorpresi di questo elogio, va detto che quello di Meloni non è un atto isolato; né è legato alla sua recente svolta manga. In certe parti della destra italiana, infatti, la ricorrenza è stata ampiamente celebrata. Su Il Primato Nazionale, la testata ufficiosa di CasaPound, si può leggere che Harlock è “letteralmente saturo di scene, parole, immagini, simboli, azioni che […] muovono il cuore di certi giovani ed eternamente giovani accordandoli alle frequenze ancestrali del Mito, della Tradizione e dell’Eroismo.” Sul sito di estrema destra VoxNews, invece, si è arrivati persino a dire che “oggi affonderebbe le Ong.”

Ma com’è nata questa leggenda nera intorno a Harlock? Per capirlo, e analizzare quali implicazioni politiche e culturali abbia avuto, bisogna tornare alla metà degli anni Settanta—ossia all’epoca della prima, massiccia penetrazione mainstream degli anime in Europa e in Italia.

Come ricorda il sociologo Marco Pellitteri, alcune società di distribuzione, la Rai e altre emittenti “cominciarono ad acquistare un gran numero di serie vecchie e nuove dai principali network televisivi e studi giapponesi.” Tra i motivi principali di questa scelta ci sono sicuramente la competitività economica—il prezzo dello yen era piuttosto basso—e il retrogusto europeo di quelle serie, realizzate però con le “competenze e l’innovazione tecnico-espressiva giapponesi.”

La data che in Italia ha fatto da spartiacque è sicuramente il 1978, quando Rai Due trasmette prima Heidi e poi Ufo Robot Goldrake (che la dirigenza Rai erroneamente chiamerà Atlas Ufo Robot). Capitan Harlock si inserisce in questa prima ondata, e come altri anime è censurato in alcune scene considerate troppo forti. Per cogliere il grado di paranoia che c'era in Rai, basta ricordare che una dirigente socialista voleva modificare un passaggio della sigla (“il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà”) perché “questi erano i simboli della X Mas, rimandavano al fascismo, al principe Valerio Borghese.”

Pur ottenendo un immediato successo di massa, gli anime vengono osteggiati dall’opinione pubblica. A suscitare un discreto panico morale presso opinionisti, parlamentari, rotocalchi e genitori sono soprattutto le serie robotiche del mangaka Go Nagai—additate all’istante come un “pericolo” per i giovani, al punto tale da spingerli verso le droghe.

Curiosamente, le critiche più accanite arrivano da sinistra. Elena Romanello, autrice di vari saggi sugli anime, mi dice che “per anni il fumetto e l’immaginario fantastico sono stati snobbati dalla sinistra come robetta per ragazzi.” E rileggere alcune polemiche dell’epoca—con le eccezioni di Lotta Continua e Gianni Rodari—non solo conferma questa affermazione, ma è davvero un’esperienza straniante.

Nel 1979 il deputato di Democrazia Proletaria Silverio Corvisieri, ad esempio, fa un’interrogazione parlamentare e un intervento su Repubblica in cui accusa Goldrake di celebrare “l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente […], il rifiuto viscerale del ‘diverso’.” La deputata comunista Nilde Iotti arriva a bollare i cartoni animati giapponesi come “fascisti.”

Per Romanello questa peculiare idiosincrasia “ha permesso alla destra di impossessarsi di varie storie, [tra cui] anime come Capitan Harlock e i robottoni di Go Nagai.” In effetti, proprio in quel periodo alcune aree del neofascismo italiano—tutte gravitanti intorno al Movimento Sociale Italiano—cominciano a interrogarsi su come svecchiarsi e intercettare i giovani.

Secondo il ricercatore Elia Rosati, autore di CasaPound Italia. Fascisti del terzo millennio, la questione riguardava la creazione di un “immaginario, un modo di stare insieme, una socialità ideologica” diversa e più al passo con i tempi. “Diciamo che si erano già persi il Sessantotto,” mi spiega Rosati, “e non volevano perdersi pure il Settantasette.”

In quell’anno, infatti, il Fronte della Gioventù (l’ala giovanile del Msi) organizza per la prima volta i Campi Hobbit, una serie di raduni neofascisti che rappresentavano la reazione da destra a Parco Lambro. Il nome rimanda esplicitamente al Signore degli Anelli di Tolkien, che proprio in quegli anni era diventato—altro caso unico al mondo—un feticcio neofascista.

Ma torniamo agli anime. Nel 1980, mentre infuria la polemica nazionale su Goldrake, sul periodico del MSI Linea (allora diretto da Pino Rauti) appare un articolo che prende le difese dell’opera di Nagai. Pur condannando “la montatura consumistica che è stata creata attorno a questi personaggi,” l’articolista che si firma G. A. trova comunque positivo che i bambini—guardando i cartoni giapponesi—possano “andare al di là del semplicemente umano […], trascendere il banale quotidiano dei piccoli piaceri e sacrificare sé stessi per un fine universale.”

L’anno successivo, sempre su Linea, si parla direttamente di Capitan Harlock. Nell’anime di Matsumoto, si legge in un articolo firmato da Giovanni Drogo, “c’è da un lato l’esaltazione della vita libera e avventurosa […], dall’altro la condanna dei politici vigliacchi […] avversari dell’avventura materiale e spirituale.” Il pirata spaziale, che “raccoglie sotto la sua bandiera tutti gli insoddisfatti,” è pertanto “un perfetto ‘fascista’ nell’ideologia e nei comportamenti.”

La fascinazione della destra per il pirata dello spazio, dunque, parte da lontano e affonda le sue radici in ambienti rautiani e giovanili—entrambi fortemente influenzati dal filosofo Julius Evola. Per Rosati, infatti, queste aree hanno intravisto in Harlock la “figura evoliana dell’uomo in piedi tra le rovine.” A tal proposito, aggiunge il ricercatore, nell’anime di Matsumoto non c’è “un immaginario di rivolta di massa, ma piuttosto una rivolta individuale; che è un po’ come si sentivano i giovani di destra.”

Un recupero più deciso della cultura pop, mi dice Rosati, arriverà poi tra gli anni Novanta e i Duemila. Nel 1991, in particolare, a Roma nasce il movimento Meridiano Zero: creato da Rainaldo Graziani—figlio di Clemente, fondatore del Movimento Politico Ordine Nuovo—la sua ideologia ruota intorno alla cosiddetta “tecnoribellione,” ispirata al pensiero di Ernst Jünger e alla figura del “Ribelle.”

Quest’ultimo è “l’uomo concreto che agisce nel caso concreto,” e che si sottrae al “potere tecnocratico che vuole uccidere l’uomo”—cioè al “mondialismo” globalista—scegliendo di “passare al bosco.” Le azioni del “Ribelle,” dunque “non si conformano ad alcuna ideologia e in ogni ambito della vita […] la decisione sovrana spetta solamente a lui.”

Meridiano Zero si scioglie nel 1993 poco dopo l’approvazione della legge Mancino, e ha una vita molto breve. La sua influenza nel campo della destra radicale è però rilevante, tanto da essere considerato una specie di fratello maggiore di CasaPound.

Ed è proprio con la nascita dei “fascisti del terzo millennio” che molte tendenze partite trent’anni prima trovano la loro sintesi. “C’è tutta una riflessione sulla comunicazione del mondo giovanile anche alla luce della globalizzazione e di Internet,” mi dice Rosati. “[I militanti di CPI] iniziano dunque a utilizzare immaginari ‘ribelli’ e grafiche molto accattivanti. Effettivamente, questa fu un’innovazione grafica e pop notevole.”

A quel punto, l’arruolamento di Harlock si fa esplicito e viene rivendicato apertamente. Il capitano si ritrova così sul logo del Cutty Sark, il pub di CPI a Roma; sulle pareti del palazzo occupato di via Napoleone III; in video con croci celtiche su YouTube o sulle maschere usate da studenti di destra nelle manifestazioni.

E torna spesso negli scritti di Adriano Scianca, responsabile culturale del partito e direttore de Il Primato Nazionale. Nel libro Riprendersi tutto Scianca scrive che “nel pirata dello spazio c’è qualcosa che ci tocca sul piano estetico, istintivo e incosciente, più che sul piano storico o politico”; mentre in un articolo su Captain Harlock: Space Pirate, film in CGI del 2013, l’astronave Arcadia è definita “la scelta della vita di militia, il ‘passaggio al bosco’” jungeriano.

Nonostante gli sforzi e le forzature fatte per intestarselo, c’è da dire che nel 2019 un riferimento come Harlock appare ormai datato—specialmente per le nuove generazioni. Del resto, la congiuntura che ha permesso la popolarizzazione dei cartoni giapponesi in Italia non esiste più e non è nemmeno replicabile, perché il mercato è cambiato e la televisione non è quella di quarant’anni fa.

Dall’altro lato, e non potrebbe essere altrimenti, intorno a manga e anime non c’è nemmeno più quell’alone di novità. “La percezione di fumetti e fantastico sta cambiando anche da noi in Italia,” mi dice Romanello, “ma certi pregiudizi restano e vanno combattuti.” Quello che non è cambiato, invece, è la strumentalizzazione politica degli anime da parte della destra radicale.

Negli ultimi anni lo si è visto molto bene con l’alt-right americana: secondo il giornalista Ryan Broderick di BuzzFeed il movimento ha diverse cose in comune con i netto-uyoku, i troll nazionalisti giapponesi nati su 2channel (il precursore di 4chan). In più, diverse figure di spicco dell’estrema destra americana sono letteralmente ossessionati dal Giappone—ritenuto l’ideale di un “etnostato” omogeneo e orgogliosamente identitario. E sì, in tutto questo c’entrano anche manga e anime: per Richard Spencer, inventore del termine alt-right, l’estetica del movimento “può benissimo includere gli anime.”

Se dunque esiste una connessione tra anime ed estrema destra è perché, molto banalmente, sono gli stessi estremisti a cercarla a tutti i costi—ricavando simbologie con uno sfrenato cherrypicking, piegando le storie alla loro visione del mondo, e stravolgendo gli intenti e i messaggi degli autori.

Il trattamento riservato allo stesso Leiji Matsumoto è particolarmente indicativo. La vulgata della destra nostrana lo descrive come una specie di ultranazionalista militarista, scambiando la sua fascinazione per la cultura europea per un’adesione al tradizionalismo o alla nostalgia per l’Asse. Anche qui, tuttavia, siamo di fronte a una lettura semplicistica e fuorviante.

Nato nel 1938, Matsumoto non è mai stato un guerrafondaio—pur essendo un appassionato di navi e aeroplani militari fin dall’infanzia, come ha raccontato lui stesso in un articolo del 1978. Il padre era infatti un pilota, e a suo dire la persona da cui ha tratto l’ispirazione. L’anno scorso, al Lucca Comics, Matsumoto ha spiegato che al termine del conflitto il genitore “è tornato cambiato, con un profondo odio per la guerra. Da qui nasce il messaggio che siamo nati per vivere, non per morire.”

In un altro passaggio dell’intervista rilasciata a Lucca, Matsumoto è stato ancora più diretto. “Quello che metto su carta sono le mie idee, i miei pensieri,” ha detto. “Tra questi quello che il mondo non deve più avere bandiere, basta differenze, basta dividersi per religione, razza o nazionalità.”

Il che, per l’appunto, non sembra un messaggio particolarmente in linea con Evola o l’estrema destra. Così come, in fondo, non lo è l’intera saga di Capitan Harlock; la quale, al contrario, è un grandioso apologo del dissenso, dell’indipendenza e della ribellione a qualsiasi tipo di oppressione. Inclusa quella fascista.

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