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medio oriente

Fuga dall'inferno: il viaggio di una famiglia dalla Siria alla Germania

VICE News ha seguito una famiglia palestinese in fuga dallo Stato Islamico, nel suo viaggio verso l'Ungheria e l'Europa.
18 settembre 2015, 1:50pm
Foto di Matthew Cassel

Nel momento in cui il treno diretto in Austria - stipato di rifugiati - lascia la stazione Keleti di Budapest, soltanto una famiglia lo guarda allontanarsi dal binario. "Non possiamo comprare i biglietti, non abbiamo soldi. Dei ladri, armati, ci hanno rubato tutto," mi racconta Tarek al-Hajj Khalil, un palestinese in fuga dal campo profughi Yarmouk di Damasco, in Siria.

Il rifugiato 19enne aspetta, seduto accanto a cinque sorelle e un fratello: Nour, 18 anni, Reem, 17, Rama, 16, Raneem, 15, Bayan, 4, e il fratello gemello di quest'ultima, Aamer. Il gruppo è arrivato a Budapest la notte scorsa, dopo essere stato rilasciato da un centro di detenzione ungherese. La prossima tappa del loro viaggio è la Germania, nella speranza di trovare asilo.

Tarek sta provando disperatamente a raggiungere sua madre e il fratello Mustafa, che hanno attraversato il confine con l'Austria tre giorni fa. La famiglia si è separata dopo essere stata derubata al confine tra Serbia e Ungheria: 4,500 euro in contanti. I soldi messi da parte con fatica per sperare in una vita diversa sono andati. Solo una delle sorelle era riuscita a nascondere agli occhi dei ladri il suo piccolo gruzzolo - 800 euro - poi finito nelle mani del trafficante che ha accompagnato la madre e il fratello Mustafa fino a Budapest.

Nour e Bayan camminano nella stazione Keleti, a Budapest.

Per sfuggire ai controlli della polizia di confine, i fratelli rimasti si sono nascosti tra gli alberi. La speranza è durata un'ora o due—poi, la polizia li ha catturati. Hanno trascorso cinque giorni in due prigioni diverse, prima di venire rilasciati e riuscire ad arrivare finalmente a Budapest, dove si sono uniti a centinaia di altri rifugiati che dormivano nella principale stazione ferroviaria della capitale ungherese.

Tarek e i fratelli non mangiano da un giorno; non sanno che, fuori dalla stazione, circa 200 cittadini ungheresi stanno distribuendo cibo, vestiti e giocattoli ai bisognosi.

Appena usciti vengono sopraffatti dalla generosa accoglienza di ungheresi di tutte le età, giovani, anziani, genitori con bambini. Si distribuiscono tavolette di cioccolato, brioche, mele, banane, succhi di frutta e una quantità interminabile di bottiglie d'acqua. Gli occhioni di Aamer e Bayan si spalancano ancora di più alla vista degli animali di peluche, delle Barbie, delle macchinine giocattolo rosse fiammanti.

"Nessuno poteva entrare nel campo. Mangiavamo le foglie degli alberi, perfino i gatti."

Negli ultimi quattro anni, ovvero dalla nascita dei due gemelli, la situazione a Yarmouk si è trasformata in un inferno in Terra. Il campo profughi era stato progettato originariamente per i palestinesi—come i nonni di Tarek, costretti a lasciare le proprie case quando Israele fu creata, nel 1948. Dal 2011, con l'inizio del conflitto in Siria, quel posto è stato catapultato nella peggiore area di una delle peggiori guerre del pianeta.

Il campo oggi è circondato da posti di blocco sia del regime sia dell'opposizione, il che rende difficile l'ingresso e l'uscita di merci e persone. "Yarmouk era sotto assedio," spiega Tarek. "Il peggior assedio mai visto in Siria."

"Non c'era cibo, non c'era elettricità, nulla di nulla. Nessuno poteva entrare nel campo. Mangiavamo le foglie degli alberi, perfino i gatti," racconta.

Come se non bastasse, all'inizio di quest'anno, i militanti dell'autoproclamato Stato Islamico hanno preso controllo di larghe porzioni del campo, espellendo molti dei residenti rimasti.

Le sorelle di Tarek, Raneem e Rana, sul treno in partenza dall'Ungheria.

Tarek non ricorda la data precisa, e spesso deve ricorrere all'aiuto della sorella per ricostruire l'esatta successione degli avvenimenti, tra cui l'uccisione del padre, avvenuta 14 mesi prima.

Il padre di Tarek è stato ammazzato da un colpo di mortaio mentre guidava la sua automobile attraverso il campo. L'uomo, di professione pescivendolo, doveva rifornirsi di pesce di contrabbando appena arrivato dalle coste della Siria. In questi giorni una sacca di riso viene venduta per 16,000 lire siriane (circa 75 euro), un prezzo che pochissimi si possono permettere. Il pesce è diventato ancora più caro, ma il commercio è una tradizione della famiglia di Tarek sin dalla Palestina, e suo padre non voleva saperne di arrendersi.

La casa di famiglia è stata rasa al suolo all'inizio dell'anno, durante i combattimenti. A loro non è rimasta altra scelta che scappare ancora una volta. Ma viaggiare verso l'Europa, e farlo in sicurezza, non è semplice per i palestinesi. Il Libano dista meno di due ore da Damasco, ma lo stato vieta l'ingresso ai rifugiati. L'unica opzione, dunque, è camminare fino alla Turchia.

Tarek e i suoi familiari hanno dovuto pagare i trafficanti circa 200.000 lire siriane (880 euro) per farsi portare fuori dal campo, verso la Turchia. Un tempo era un tragitto semplice, ma ora bisogna attraversare checkpoint sia del governo, sia dei ribelli. In uno di questi checkpoint Tarek è stato fermato dall'esercito siriano e recluso per diversi mesi, prima che fosse in grado di pagare nuovamente un trafficante che lo portasse fino alla Turchia, dove la sua famiglia lo attendeva.

Dopo, il gruppo ha intrapreso la strada che altri 200.000 hanno percorso attraverso Siria, Iraq, Afghanistan, dirigendosi verso la Grecia in barca prima di attraversare i Balcani e raggiungere finalmente l'Ungheria.

Nour e Bayan sul treno per l'Austria dopo avere lasciato la stazione Keleti, a Budapest.

Al ritorno nella stazione di Keleti, un'attivista tunisino-ceca di nome Mona aiuta Tarek a dirigersi nel luogo esatto dove lui e i suoi fratelli devono prendere il treno. Altri volontari realizzano una colletta per aiutarli ad acquistare i biglietti, che costano 3,300 fiorini ungheresi (10,60 euro).

Una volta saliti sul treno, Tarek può finalmente rilassarsi per un po'. Ha realizzato di essere lontano da casa. "Qui non capisco nulla di quello che dice la gente," racconta. "Se entro in un negozio e provo a comprare un pacchetto di biscotti, nessuno capisce ciò che dico. Nel tuo paese, sei in grado di comunicare con gli altri."

Mentre il treno si avvicina rapidamente all'Austria, una delle sorelle di Tarek, Nour, scoppia a piangere ascoltando dal telefono una canzone del cantante siriano Hossam Jneid. "Le ricorda nostra nonna," spiega Raneem. "In Siria, vivevano sotto lo stesso tetto."

Quando il gruppo raggiunge finalmente il confine con l'Austria, un treno gratuito li attende per portarli fino a Vienna e poi a Monaco, dove potranno ricongiungersi con la madre e il fratello, nell'attesa di cominciare il processo di asilo.

"Abbiamo due nazioni che possiamo chiamare casa, la Siria e la Palestina," mi dice Tarek. "Un giorno torneremo in una o nell'altra."


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Tutte le fotografie sono di Matthew Cassel. Seguilo su Twitter: @matthewcassel