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Ecco cosa possiamo aspettarci dal governo Lega e M5S, in sei punti

Giustizia, immigrazione, lavoro, diritti civili: cosa dicono il contratto di governo e le dichiarazioni dei ministri del governo Conte?

di Leonardo Bianchi
05 giugno 2018, 5:30am

Foto via Facebook.

La settimana appena passata è stata una delle più folli e convulse della politica italiana: prima le accuse a Sergio Mattarella, poi la trattativa finale tra Lega e M5S, e infine Luigi Di Maio che in piazza Bocca della Verità—la stessa piazza convocata per chiedere la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica—ha lanciato slogan come “lo Stato siamo noi.”

Il cosiddetto “governo del cambiamento,” dunque, è ora realtà. In questi giorni l’esecutivo chiederà la fiducia in Parlamento, e un po’ tutti—compresi gli osservatori stranieri—si domandano a cosa stiamo andando incontro.

Nessuno, ovviamente, ha la palla di cristallo; tuttavia si possono già adesso tracciare le linee generali, attingendo dalle principali dichiarazioni dei leader (di cui siamo letteralmente sommersi da tre mesi a questa parte) e soprattutto dai punti più qualificanti del “contratto di governo.”

SARÀ IL GOVERNO PIÙ A DESTRA DELLA STORIA REPUBBLICANA?

Per Matteo Orfini, presidente del PD, quello appena nato è un “governo di estrema destra” applaudito dai “neofascisti di mezza Europa.” Ettore Rosato, sempre del PD, l’ha definito “il più a destra che ricordi la storia della Repubblica.” Anche il sociologo Domenico De Masi, che pure è stato vicino al M5S, ritiene che sia “il governo più di destra dal 1948 in poi.”

Guardando il profilo di certi ministri, si tratta di un giudizio che in astratto ci può pure stare. Altri, tuttavia, non la vedono in maniera così drastica. L’Istituto Cattaneo, ad esempio, ha analizzato a fondo il programma di governo e concluso che non è quello “più a destra della storia.” Per il ricercatore Marco Valbruzzi, il “contratto” è chiaramente frutto di una sintesi in cui ciascun partito ha dovuto rinunciare a pezzi rilevanti dei propri programmi, giungendo a una convergenza che si colloca “quasi al centro dello spazio politico, più vicino alle posizioni del partito di Di Maio che non a quelle, più estreme, della Lega.”

A ogni modo, quello che emerge dalle 58 pagine del contratto è un programma “socio-securitario” che concentra la propria azione “soprattutto sulle tematiche socio-economiche più rilevanti per i rispettivi elettorati (reddito di cittadinanza, riforma pensionistica, flat tax) e sui temi della sicurezza, dell’ordine pubblico e del controllo dei flussi migratori.” È qui che si rilevano le affermazioni più concrete (in generale, il programma è molto vago e astratto), e dove emerge con più chiarezza l’influenza della Lega.

UNA GIUSTIZIA ALL’INSEGNA DEL POPULISMO PENALE

La parte dedicata alla giustizia contempla una serie di misure che si muovono all’insegna del cosiddetto “pan-penalismo”—ossia a un ampliamento onnicomprensivo della sfera penale. A tal proposito, sono previste più intercettazioni, più leggi anticorruzione, più carceri, più carcere duro per i mafiosi; e norme che puntano a introdurre sempre e comunque la legittima difesa, a inasprire il voto di scambio, a creare la figura dell’“agente provocatore,” e a togliere “ogni eventuale margine di impunità” per i colpevoli di “reati particolarmente odiosi come il furto in abitazione.”

L’Unione delle Camere Penali ha criticato con forza questo approccio, che a suo avviso si colloca in “una logica puramente demagogica e di risposta alle spinte giustizialiste che sono state in questi ultimi anni oggetto di propaganda da parte delle forze populiste, le quali […] hanno formulato parole d’ordine e semplificazioni che si adattavano alle pulsioni più viscerali ed emotive indotte nella collettività.”

L’intera valutazione, insomma, si fonda più sulla “percezione” della realtà che su una seria lettura dei dati. In questo senso, si legge nella nota delle Camere Penali, emerge una “cultura contraria alla visione liberal-democratica che ispira i moderni orientamenti,” dove si cercano “l’equilibrio e la differenziazione dell’azione di contrasto ai fenomeni criminali.”

SULL’IMMIGRAZIONE “È FINITA LA PACCHIA”

Matteo Salvini ci ha abituati a dichiarazioni sempre più estreme su immigrazione e migranti; i primi giorni da ministro dell’Interno, non sorprendentemente, confermano questa tendenza. Nell’arco di appena 48 ore, il segretario leghista ha detto che va data “una bella sforbiciata” ai 5 miliardi di euro che si spendono per l’accoglienza, che per i “clandestini” è finita “la pacchia” e che la Tunisia ci “spedisce” solo “galeotti” (quest'ultima affermazione ha causato anche una crisi diplomatica).

Al di là dei toni da campagna elettorale perenne, cosa dice il “contratto di governo” in merito? In realtà, non moltissimo. Anzitutto, appare evidente che il M5S—da sempre ambiguo su un tema così divisivo—abbia praticamente appaltato la questione alla Lega. Le tre pagine dedicate al tema si aprono infatti con una frase tanto vaga quanto ostile: “La questione migratoria attuale risulta insostenibile per l’Italia, visti i costi da supportare e il business connesso.”

I rimedi indicati, tuttavia, sono pochi e striminziti: rimpatri di massa per 500mila persona (L’Espresso ha calcolato che ci vorrebbero 27 anni di voli) con la contestuale costruzione di "centri per il rimpatrio" in ogni regione; "esternalizzazione" della richiesta d’asilo (dovrebbe cioè avvenire nei paesi di origine e di transito); e modifica del regolamento di Dublino. Nulla si dice sul come realizzarli concretamente.

Nonostante la rituale invocazione di “soluzioni europee” per l’immigrazione, insomma, è molto probabile che si ripiegherà su “soluzioni autarchiche” e impossibili da implementare senza violare le norme internazionali. Secondo un retroscena del Corriere della Sera, inoltre, i tecnici del Viminale avrebbero già avvertito Salvini: “Non si può fare tutto.”

LE MISURE SU ECONOMIA E LAVORO (SENZA COPERTURA)

I capisaldi attorno ai quali dovrebbe ruotare la politica economica e sociale del “governo del cambiamento” sono sostanzialmente tre: la flat tax (in realtà, una quasi flat tax che potrebbe essere rinviata al 2020); il “reddito di cittadinanza” (che non è un vero reddito di cittadinanza, ma un sussidio di disoccupazione legato alla ricerca di un lavoro); e l’abolizione (o il “superamento”) della legge Fornero sulle pensioni.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, le misure previste nel “contratto” sono estremamente generiche e—come ha scritto il giuslavorista Pietro Ichino—“sostanzialmente in linea con le enunciazioni programmatiche dei passati governi.” La “rivoluzione” promessa dal neo-ministro Luigi Di Maio, è solo sulla carta; è molto più probabile che, seppure il Jobs Act sia indicato come il Male Assoluto, si continuerà per quella strada.

Infine, nel “contratto” c’è il problema delle spese e delle coperture. Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici di Carlo Cottarelli si oscilla tra i 108 e i 125 miliardi di euro all’anno, a fronte di appena 550 milioni di entrate. Riferendosi a queste stime Di Maio ha parlato di “conti della serva,” aggiungendo poi che “ci sono i margini in Europa che dobbiamo andarci a riprendere.”

SILENZIO SUI DIRITTI CIVILI

Con un ministro come Lorenzo Fontana, che questo fine settimana ha detto che “le famiglie arcobaleno non esistono” (aggiungendo di avere molti amici gay), le strade sono due: o un balzo nel passato, con un forte restringimento dei diritti; o, nel migliore dei casi, una stasi assoluta.

Nel programma, infatti, non si spende una sola parola sul tema. E Matteo Salvini, per smussare le polemiche sul “suo” ministro per la famiglia e la disabilità, ha ribadito questa mattina che “nessuno ha intenzione di cancellare le leggi sull’aborto e sulle unioni civili. Gli italiani quando mi fermano mi chiedono altro, mi chiedono più sicurezza.”

LA CREAZIONE DEI NEMICI ESTERNI

Come rileva l’analisi dell’Istituto Cattaneo, la politica estera è il settore del programma dove si riscontra il “massimo livello di vaghezza”—cioè di “enunciazione di principi senza circostanziate proposte politiche.” Se la Lega negli ultimi anni si è messa a guardare con favore al blocco di Visegrad e alla Russia di Vladimir Putin, il M5S è sempre stato più ondivago.

Su questo versante, dunque, solo i prossimi mesi ci potranno consegnare un quadro più preciso. Per ora, l’unica tendenza riscontrabile è la seguente: ogni dichiarazione sull’Italia proveniente “da fuori” è liquidata come un’inaccettabile ingerenza. Basti pensare al caso Oettinger, o al travisamento delle dichiarazioni di Jean-Claude Juncker, o all’eterno spettro dei complottoni orditi da George Soros.

Un simile meccanismo, come avevamo già scritto su VICE, assolve a due funzioni. La prima è quella di rinforzare la propaganda dei due partiti, che aderisce allo schema del “prima gli italiani”; e la seconda è quella di proiettare verso l'esterno i problemi interni che (con ogni probabilità) sorgeranno nel corso dell’azione di governo.

Per quanto possano fregiarsi di essere anti-establishment, partiti come Lega e M5S devono sottostare alla legge basilare della democrazia rappresentativa: se non mantieni ciò che hai promesso, a un certo punto la realtà ti “punirà”—anche se ti metti a creare un esercito di nemici esterni.

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