Gabriele Del Grande racconta i combattenti dell'Isis da un altro punto di vista

In occasione dell'uscita del suo nuovo libro, Dawla, abbiamo parlato dell'Isis e di cosa motiva i suoi combattenti.

|
mag 18 2018, 4:00am

Still dal documentario di VICE sullo Stato Islamico.

Dawla, di Gabriele Del Grande, rientra in quella categoria di libri che ho apprezzato due volte. Mentre lo leggevo, per la sua capacità di farmi vedere il mondo dalla prospettiva di persone lontane anni luce da me; e dopo averlo letto, per la voglia di approfondire che mi ha lasciato.

Si tratta di un libro giornalistico, denso di dettagli geopoliticii e informazioni storiche, e che pure riesce a mantenere uno stile totalmente narrativo. I suoi protagonisti sono tre disertori dello Stato Islamico, e attraverso le loro vicende, Del Grande racconta cosa scatta nella testa di un combattente dello Stato Islamico e quali sono le dinamiche che vigono al suo interno.

A pochi giorni dalla sua uscita, lo ho intervistato per capire cosa motiva i combattenti dell'Isis e qual è il suo attuale stato di salute.

VICE: Ciao Gabriele. Per iniziare: qual è il lavoro dietro questo libro e come sei entrato in contatto con i protagonisti?
Gabriele Del Grande: Dal settembre del 2016, in seguito a un crowdfunding, ho iniziato a viaggiare alla ricerca di materiale e contatti. Il lavoro è fondamentalmente un lavoro di interviste, in cui sono poi spalmate le parti storiche che derivano dalla saggistica sul tema, per costruire un quadro di quella regione.

Sono tornato dai sei mesi di viaggio con 200 ore di interviste audio. Avevo già l’idea di scrivere un testo narrativo, per cui era fondamentale parlare molto con le persone, mi interessavo ai dettagli. Oltre ai protagonisti e ai personaggi minori, ci sono 70 personaggi che non sono finiti nel libro, ma che sono serviti a me innanzitutto per verificare l’attendibilità delle fonti, e poi per dare delle pennellate al libro, per garantirne il carattere narrativo.

Più nel dettaglio, come si entra in contatto con dei disertori dello Stato Islamico e come si convincono a parlare?
Avevo già visitato il nord della Siria nel 2012 e 2013, per cui innanzitutto ho ripreso alcuni dei contatti che avevo. Per il resto è tutto un lavoro di relazioni che ti costruisci. Sono stato sei mesi in viaggio a parlare con la gente: civili, giornalisti, ex agenti siriani, ex ingegneri petroliferi. Diciamo che la svolta è arrivata quando ho conosciuto degli ex prigionieri politici, che seppur appartenenti al mondo laico avevano passato anni in carcere insieme agli islamisti e avevano i loro contatti.

La cosa che più mi ha colpito del libro è che si raccontano i combattenti dello Stato Islamico da un punto di vista inedito, dando loro un’umanità e riportando le loro storie senza giudizi. Si può provare empatia per persone che, come i tuoi protagonisti, hanno ucciso e torturato degli innocenti?
Credo che empatia sia la parola sbagliata. L’empatia, almeno io, la provo per le vittime. Ci sono due punti. Da una parte a muovermi era l’esigenza di raccontare—raccontare quella macchina lì, con i meccanismi subdoli del potere e della violenza che si trovano in tutte le guerre e che possono raccontarli solamente le persone che l’hanno vissuta dall’interno.

Per quanto riguarda invece il punto della tua domanda, credo che il dato fondamentale sia il fatto che poi alla fine sono esseri umani anche loro. Credo che più che l’empatia sia questa la cosa scomoda, per me come narratore e immagino per il lettore: constatare che sono esseri umani come noi, che il male appartiene a tutti e che è complesso, e che ragazzi normali si possono ritrovare a fare cose atroci.

Torniamo ai protagonisti del libro. Sono molto diversi, trovi un filo comune nelle loro storie?
In realtà questo è un libro sulle differenze più che sulle uguaglianze. I tre affiliati protagonisti del libro hanno ovviamente in comune l’appartenenza all’Isis, ma il punto è che ognuno dei tre rappresenta un soldato tipico dello Stato Islamico. Il primo è quello che dalle manifestazioni per la liberazione passa all’Isis, la sua è una ricerca di giustizia e di vendetta, e lo Stato Islamico diventa un mezzo per raggiungere queste cose. Il secondo è quello che ha già una sua formazione religiosa e ideologica, che poi lo porta nello Stato Islamico. Il terzo è un avventuriero: va alla ricerca del potere, vuole fare soldi, non è mosso da ideali di giustizia né interessato alla religione—tant’è vero che oggi lavora nei servizi segreti iracheni. Ci sono tre tratti differenti: la vendetta, la religione, e il potere.

Parlando invece della narrazione mainstream che veniva e viene fatta sullo Stato Islamico, quali credi che siano i suoi limiti maggiori?
Credo che il primo problema riguardi il non aver messo l’accento sulla cornice in cui la storia si svolgeva, e quindi sulla Siria. A un certo punto è diventata una guerra tra buoni e cattivi, ancora oggi c’è la storia che Assad è il meno peggio, ma la realtà è molto più complessa.

La seconda cosa che è mancata è il racconto dell’ideologia: ovvero quanto è forte, che poi è proprio quella roba lì che riesce ad attecchire su teste e cuori. Anche se l’Isis venisse sconfitto, i pensieri politici e religiosi che questa ha seminato rimangono, ed è un aspetto importante. In ultimo, manca il racconto dettagliato di chi comanda davvero là dentro, del ruolo dei servizi segreti, degli ex ufficiali dello stato iracheno, della capacità organizzativa, oltre che economica, con cui per anni ha gestito un territorio che era grande come la Francia.

Oggi come è messo l’Isis?
Semplificando molto, lo stato attuale è questo: si sono ritirati da praticamente tutte le roccaforti che avevano, e in questo momento è un’organizzazione molto indebolita. Ha perso migliaia e migliaia di soldati nei bombardamenti e i pozzi di petrolio. Detto ciò, in questo momento ci sono migliaia di combattenti che si sono ritirati nel deserto tra Iraq e Siria e vivono di contrabbando. Nessuno sa esattamente quanto siano forti e in grado di colpire, ma hanno contatti e mezzi militari, e finché in Iraq non scoppia la pace non possiamo essere certi della loro sconfitta.


Dagli archivi, il documentario di VICE che cattura l'ascesa dello Stato Islamico a Raqqa:


Tornando al libro, c’è molto Corano, come è ovvio che sia. In un dibattito pubblico che spesso collega direttamente islam e terrorismo, che dici a riguardo?

Credo sia fondamentale dividere i due piani: un conto è l’Islam, un conto è l’islamismo. Quando la religione diventa un pensiero politico e viene usata come propaganda, per scomunicare non solo gli infedeli ma anche gli avversari politici, e giustificare l’uccisione di altri musulmani, allora la religione non c’entra più niente, sei entrato in un altro campo. Basta pensare che quando è stato annunciato il Califfato la maggior parte delle istituzioni del mondo sunnita non lo riconobbe. Poi si trovano testi religiosi a giustificare alcuni atti, ma quegli possono essere trovati in qualsiasi religione.

Per restare sui temi delicati, nel libro in alcune occasioni i protagonisti parlano del nostro sistema di accoglienza, e della relativa facilità con la quale si può arrivare in Italia.
Senza voler entrare nelle salvinate, questo è un dato di fatto. Nel periodo degli attentati in Europa, alcuni agenti della sicurezza esterna dello Stato Islamico viaggiavano sotto copertura in Europa per pianificare gli attacchi che abbiamo visto. È successo che delle persone, nel numero di alcune decine, abbiano viaggiato sulle rotte del contrabbando—sia dalla Libia verso l’Italia che dalla Turchia verso la Grecia.

È un dato oggettivo e va detto, ma questo non toglie che hanno viaggiato accanto a famiglie che veramente venivano via dalla guerra in cerca di asilo. Decine di persone non ne cancellano migliaia. Purtroppo succede in tutte le guerre. Credo che sia importante capire che il controllo totale è impossibile. L’unico metodo che avrebbero i servizi europei è quello di infiltrare questo tipo di organizzazione —un lavoro di intelligence, che magari stanno già facendo, per vedere chi fa cosa e dove. Non ci sono altri modi.

Per ultimo, non posso che chiederti della tua reclusione in Turchia. È passato un anno. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
Diciamo che questo libro lo avrei scritto molto volentieri anche senza, ma visto che è successo ho cercato di trovarci qualcosa di positivo e ha avuto una sua utilità per il fine del libro. Riascoltando tutte quelle interviste sulla detenzione e sul carcere le ho capite un po’ meglio dopo esserci passato, seppure la mia era una condizione a cinque stelle rispetto a loro. Ho continuato a fare il mio lavoro anche in carcere, e sicuramente alcuni compagni di cella mi hanno aiutato ad aggiungere dei dettagli alla storia.

Segui Flavia su Twitter

Altro da VICE
Vice Channels