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L'italiano che ha vissuto nella comune di Osho in Oregon

Rajneeshpuram, la comune di cui parla la docuserie Wild Wild Country, raccontata da un italiano che ci ha vissuto.

di Flavia Guidi
14 aprile 2018, 4:00pm

Ma Anand Sheela e Osho. Foto via Netflix.

Per molti giovani italiani, l'uscita su Netflix di Wild Wild Country ha significato "conoscere" Osho. A differenza della pagina Facebook sulle sue frasi a cui tutti lo associamo, infatti, la docuserie racconta il mistico indiano attraverso la breve e controversa vita, negli anni Ottanta, della sua comune in Oregon. Lo fa soffermandosi sulle vicende giudiziarie e organizzative che l'hanno caratterizzata: lo scontro con i locali, le mire espansionistiche della comune e i crimini commessi dalle figure al vertice (tra cui soprattutto la vice Ma Anand Sheela).

In quella comune c’erano anche degli italiani. Sono entrata in contatto con uno di loro, Madhuro—nome che ha ricevuto quando ha deciso di diventare sannyasin, discepolo di Osho. Madhuro ha passato gran parte della sua vita in comuni di Osho in Italia e all’estero, compresa quella in Oregon. Abbiamo parlato della figura di Sheela, dello scontro con il governo americano e di come era Rajneeshpuram.

VICE: Per iniziare: mi racconti come ti sei avvicinato a Osho?
Madhuro: È avvenuto negli anni Settanta, quando avevo circa 20 anni. All’epoca ero nel movimento alternativo, e in particolare nella rivista Re Nudo, che organizzava anche molte attività controculturali. Tuttavia, la politica mi lasciava con un po’ di amaro in bocca. Ne vedevo sempre di più i limiti e nasceva in me la sensazione che prima di cambiare la società dovevamo cambiare noi stessi.

Proprio mentre questa sensazione maturava, in uno dei festival che organizzavamo (quello del Parco Lambro) ho conosciuto dei sannyasin che avevano fatto una dimostrazione di meditazione e massaggi. Mi sono avvicinato al loro mondo e ne sono rimasto immediatamente toccato. Ho cominciato a informarmi, a dedicarmi alla meditazione, e da lì a poco poi sono andato in India e diventato sannyasin anche io.

Dopo l’India, a fine anni Settanta hai vissuto anche nella comune di Osho di Milano. Che ricordo conservi di quel periodo?
Innanzitutto in Italia le comuni erano due: quella in città, a Milano, e quella in campagna, a Miasto—quest’utlima ancora attiva. Tra noi in quegli anni c’erano molti ex hippie, alcune persone benestanti, che scoprivano Osho e decidevano di diventare sannyasin, e una fortissima componente politica. Gente che veniva dalla rivoluzione culturale ma anche dai gruppi extraparlamentari.

La comune di Milano si autofinanziava e aveva diverse attività dedicate all’esterno. C’erano un parrucchiere, tuttofare che si occupavano di lavori di ristrutturazione, uno studio medico. Di fatto lavoravamo e ci dedicavamo a meditazione, musica, danza. La cosa è andata avanti per circa cinque anni, e intanto era nato il progetto in Oregon, dove ho fatto domanda e dove sono tornato tre volte, ognuna per diversi mesi.

Madhuro nella comune di Osho di Milano, a fine anni Settanta. Foto per gentile concessione dell'intervistato.

Prima di arrivare all’Oregon, una domanda: da dove nasce l’esigenza di vivere in comuni, nella filosofia di Osho, e perché così tanti sannyasin scelgono di farlo?
Il pensiero di Osho si basa sulla ricerca individuale, e le cose fondamentali per qualsiasi sannyasin sono il rapporto con la meditazione e con Osho. La comune non è l’aspetto principale. Detto questo, nelle comuni questa ricerca è facilitata perché vengono creati spazi in un certo senso protetti, in cui concentrarti su te stesso.

Parlando del Ranch in Oregon, ti ricordi l’impressione la prima volta che sei arrivato, agli inizi degli anni Ottanta?
C’era la sensazione di essere sul tetto del mondo, a livello di energia e di consapevolezza. Era una sensazione fisica. Sentivamo di fare qualcosa di importante per noi e per il mondo—e questo dipendeva in parte dal fatto che le persone che si recavano là erano quelle più pronte a questo tipo di esperienza, ma soprattutto dalla presenza di Osho, un centro energetico ultrapotente.

Per quanto riguarda la vita là dentro invece, specialmente la prima volta che sono andato, nell’82, quando la comune era appena partita e le cose da fare erano molte, si lavorava moltissimo. Per il mio carattere, quel posto mi ha portato a fare cose che andavano al di là dei limiti del mio corpo.

Mi fai qualche esempio?
Per quanto riguarda il lavoro posso dirti che lavoravo fuori con la neve senza sentire il freddo, o dormivo nelle tende con sacchi a pelo, seppur da montagna, fino a novembre senza soffrire l’inverno. Una cosa che da me stesso non mi sarei immaginato.

Per quanto riguarda invece ciò che ha a che fare con le energie, per un periodo il mio lavoro consisteva nel preparare le colazioni. Ero arrivato a un livello di sensibilità così alto che ho cominciato a immaginarmi una persona, e dopo due minuti quella persona si presentava. Tra migliaia.

Passiamo agli aspetti un po’ più controversi. Come molti, la figura che più mi ha colpito guardando il documentario di Netflix è quella di Sheela. Avevate a che farci? Che mi dici di lei?
La maggior parte delle persone non aveva a che fare direttamente con lei, ma coi coordinatori dei vari reparti.

Detto ciò, Sheela era quella che aveva più potere organizzativo. È sempre stata vista come una figura molto tosta. Da una parte, al di là delle simpatie personali, quello era il suo ruolo, e per molto tempo lo ha portato avanti in modo decisamente efficiente. Ma era pur sempre uno strumento per veicolare il messaggio di Osho: se non ci fosse stata lei, ci sarebbe stata un’altra persona.

A un certo punto però quel ruolo è andato oltre il mero aspetto organizzativo, sfociando nel criminale.
Certo. La verità però è che o uno era esattamente dentro al suo circolo di potere, oppure quello che veramente è accaduto non lo sapremo mai. Io posso parlare per intuizione personale. La mia sensazione è che a un certo punto il governo statunitense, molto condizionato dal fondamentalismo cristiano che c’è America, ha ritenuto la comune una cosa scomoda e ha cercato di metterle i bastoni tra le ruote. Per come la vedo io, Sheela si è messa in un rapporto di scontro aperto con i media e con il governo americano. Fino a un certo punto ha retto, poi ha perso di lucidità. I suoi reati alla fine li ha commessi, però si tratta di cose di cui il 99 percento delle persone che stavano là non era al corrente.

Osho alla guida di una Rolls-Royce nel 1982. Foto via Wikimedia Commons/Samvado Gunnar Kossatz.

Credi neanche Osho ne fosse al corrente?
Ovviamente non ho le prove e non te lo posso giurare, ma mi sento di dirti di no. Del resto non sarebbe così strano. Osho per molto tempo è stato in silenzio, e non era coinvolto nella vita della comune a livello organizzativo.

E voi non vi rendevate conto che le cose stavano prendendo una brutta piega?
Per la maggior parte del tempo sinceramente no. O almeno, non ne comprendevamo i motivi o l’estensione. Parliamo per esempio del fatto che là dentro ci fosse un servizio d’ordine armato. Questo aspetto, criticato da fuori, a quanto ne sapevamo serviva per avere lo status legale di città al quale miravamo. Sembra anche che il governo avesse un piano per entrare con le armi nella comune.

E comunque, la sensazione che ci fosse qualcosa di strano è arrivata solo verso la fine, e l’ho percepita solo quando sono tornato l’ultima volta. Ho sentito un sacco di paranoia, parlando con la gente che stava lì a tempo pieno. Tuttavia, non potevamo sapere se quel qualcosa di strano fosse l’intensificarsi dello scontro con il governo o qualcosa che stava succedendo a livello interno. Bisogna capire anche come la comune era strutturata e il clima in cui tutto questo avveniva.

Si trattava di una struttura molto gerarchica?
Sì, possiamo chiamarla gerarchica se vuoi. Nessuna comune di Osho è mai stata caotica, e penso fosse per volere di Osho stesso. Lui è sempre stato per l’incontro tra l’Oriente e l’Occidente: sosteneva che oltre all’aspetto spirituale dell’Oriente serve anche la scienza occidentale e che le cose vanno organizzate, sennò non stanno insieme.

La comune aveva una struttura che non potevamo mettere in discussione, ed è una cosa che ammetto e accetto. Del resto, non è una struttura governativa democratica: è il riflesso di quello che arriva da Osho e il mezzo tramite cui il suo pensiero si potenzia ed espande. La aveva voluta lui e, come qualsiasi struttura del genere, non ha senso starci dentro remando contro. Se volevi criticare, non ci stavi.

Come vedi la fine della comune?
Ovviamente mi dispiace che le cose siano andate così, e magari se al posto di Sheela ci fosse stata una persona più saggia il finale avrebbe potuto essere diverso—anche se contro il governo americano c’è poco da fare. La comune è stata una bellissima esperienza, ma la cosa fondamentale per me è il rapporto con Osho e con la meditazione.

Al di là del luogo in cui i suoi insegnamenti vengono trasmessi e di tutte le dicerie della stampa sul guru del sesso e delle Rolls Roys, il focus fondamentale di Osho è infatti sempre stata la meditazione: ci ha speso 40 anni della sua vita a parlarne e a insegnarla, ha creato molte tecniche di meditazione molto efficaci e specialmente disegnate per noi occidentali. Questo è il grande fascino di Osho e il motivo per cui sono diventato suo discepolo.

Ultima domanda: facevate davvero un sacco di sesso nelle comuni?
Sono contento che me lo chiedi: credo sia un aspetto che viene esagerato, e sul quale Osho è sempre stato denigrato. Eravamo negli anni della rivoluzione sessuale, e questo influenzava le nostre vite—cercavamo di fare molto sesso e di farlo in modo più aperto, con meno condizionamenti e con un’attitudine diversa da parte degli uomini verso le donne.

Chiarito questo, Osho non ha mai dato obblighi: ha semplicemente detto di non essere contrari al sesso, come invece hanno sempre fatto quasi tutte le religioni, che poteva essere anche una cosa positiva. Il fatto che poi i media si siano focalizzati su quest’aspetto guardandosi bene dall’approfondire è un’altra storia: il sesso vende, e se avessero parlato di meditazione, che poi era il focus centrale di Osho, i giornali non avrebbero fatto molta audience.

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