I nuovi vicini

I libri mi hanno aiutata a fuggire agli orrori della guerra

Come la lettura è diventata il mio modo per scappare dalla realtà e capire il caos che si è insediato nelle nostre vite.

di Mia Z.
29 maggio 2017, 7:00am

Illustrazione di Ana Jaks.

Questo articolo è parte della nostra serie I nuovi vicini, in cui giovani rifugiati stabilitisi in vari paesi d'Europa contribuiscono alla produzione editoriale di VICE attraverso le loro storie. Per saperne di più, leggi la lettera dell'editore.

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Mia Z.* ha 18 anni e viene dalla Siria. Al momento vive a Barcellona con la madre e le due sorelle.

Era un lunedì mattina del 2011 quando la mia vita è cambiata per sempre. Avevo 12 anni, e stavo andando a scuola con un'amica. È allora che sono iniziati i bombardamenti. Siamo scappate via, e le nostre strade si sono divise. Io sono tornata a casa, dove ero sola—mia madre era al lavoro, le mie sorelle all'università—e completamente sotto shock, incapace di ignorare il frastuono e tutto quello che stava succedendo intorno a me. Così, nel tentativo di isolarmi, ho pensato di leggere un libro.

All'epoca non leggevo tanto, ma pagina dopo pagina ho iniziato a sentirmi un po' più tranquilla. Le voci, le urla e le sirene sembravano passate in secondo piano. Da allora, la lettura è diventata il mio modo per scappare dalla realtà e capire il caos che si era insediato nelle nostre vite.

Uno dei libri che mi hanno aiutato in questo senso si chiama Sono ancora un uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio. Racconta la storia di un soldato americano della seconda guerra mondiale, Louis Zamperini, tra i pochi sopravvissuti alla caduta di un bombardiere nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico. Zamperini rimane per settimane in mare, nutrendosi di uccelli crudi e pesce. Quei passaggi mi hanno fatto pensare all'assedio della mia città, Homs, e a tutte le persone affamate. A quelle come cugina, che viveva in una delle zone più pericolose della città, che hanno dovuto mangiare foglie e insetti.

Quando Zamperini ha finalmente raggiunto la terra ferma, dopo 47 giorni, è stato catturato e rinchiuso in una prigione giapponese. Lì è stato picchiato e torturato per due anni. Leggere di queste cose non può non riportarmi alla mente le migliaia e migliaia di prigionieri nelle carceri siriane. Anche alcuni membri della mia famiglia sono finiti in prigione—qualcuno è riuscito a uscire, ma di altri non abbiamo più avuto notizie. La prigionia di Louis però ha un lieto fine: la sua fazione vince la guerra, e lui viene liberato. Quando leggo un libro spero sempre che ci sia il lieto fine.

Un libro altrettanto duro è L'amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez. È la storia di due giovani innamorati, Florentino e Fermina, separati l'uno dall'altra quando il padre di Fermina interrompe la relazione e la manda a stare lontano. Fermina è come un albero sradicato dal suo terreno e trasformato in legname. Anche io mi sono sentita così quando ho dovuto lasciare la Siria. Il libro mi ha anche ricordato di quando, in Siria, ho smesso di parlare con la mia migliore amica. Lei e la sua famiglia stavano dalla parte del presidente. Noi no. Questa cosa ci ha fatto litigare tante volte, e alla fine abbiamo smesso di parlarci.

Se devo essere sincera, però, non ho mai finito di leggere L'amore ai tempi del colera. Non potevo sopportare l'idea di due persone che si amano e che non possono stare insieme.

Col tempo ho iniziato a leggere anche cose che non erano libri. Un giorno, quando vivevo già a Barcellona, mi sono imbattuta nella sceneggiatura di Colonia, il film con Emma Watson e Daniel Brühl. Non ho mai visto il film, ma lo script, quello l'ho divorato. Parla di Lena e Daniel, due innamorati che finiscono segregati nella Colonia Dignidad, nel sud del Cile. In una scena, la polizia attacca una manifestazione e inizia a picchiare e sparare contro i manifestanti. Anche in Siria manifestare significava rischiare di essere uccisi. La polizia arresta Daniel davanti a tutti i suoi amici, che però non possono fare niente. Non possono perché non hanno potere, proprio come in Siria.

Quando la gente veniva portata via dalla polizia, a casa, tutti sapevano che cosa li aspettava. Sono cresciuta nella paura, con la paura di esprimermi. Con la paura di tutto.

Girl at War di Sara Nović è il primo dei libri che ho letto che parlava nello specifico della guerra. È la storia di una ragazza croata, Ana Jurić. Ana ha solo dieci anni quando in Iugoslavia scoppia la guerra civile, e mi ritrovo un po' in lei quando racconta delle cose che vede e di ciò che fa per sopravvivere a quegli orrori. Soprattutto nella parte che dice: "In Croazia, la vita in tempo di guerra ha significato una perdita totale di controllo, con una guerra che dominava ogni pensiero e azione, anche durante il sonno."

Anche in Siria la gente ha perso il controllo. Ana aveva dieci anni quando è cominciata la guerra, io 12. Lei è scappata negli Stati Uniti e ha dovuto cominciare una nuova vita, cercando di sembrare il più normale possibile nonostante tutto quello che aveva passato. Anche per me è stato lo stesso, ed è una delle cose più difficili che abbia mai fatto. A volte mi sembra di recitare, quando dico che "va tutto bene." Faccio finta che sia tutto normale anche quando sento un aereo volare sopra la mia testa quando sono a scuola. Ho paura degli aerei. Mi ricordano quelli sopra Homs.

Ho paura anche della polizia, anche qui a Barcellona. Mi ricordo le voci, i rumori, a scuola, a casa, per strada, ovunque. Sapere che sono come Ana non fa sì che tutto quel dolore sparisca, ma almeno mi ricorda che non sono l'unica a viverlo.

*Il nome dell'autrice è stato cambiato per proteggerla.

Firma la petizione dell'UNHCR per chiedere ai governi di garantire un futuro solido a tutti i rifugiati.

E vai qui perfare una donazione a Casa Nostra Casa Vostra, un'associazione catalana che aiuta i rifugiati.

Per vedere altre illustrazioni di Ana Jaks, vai sul suo sito.

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