Rendering del progetto Green Float di Shimizu
Rendering del progetto Green Float di Shimizu. Tutte le immagini per gentile concession di Shimizu Corporation

Cosa succede quando il tuo paese sprofonda nell'oceano?

Molte isole del Pacifico scompariranno entro 10 anni, ma un colosso dell'ingegneria giapponese sta progettando città subacquee e galleggianti per accogliere migliaia di abitanti sfollati.
11 ottobre 2019, 9:02am

Anote Tong ha puntato la telecamera del telefono verso la spiaggia erosa e illuminata dal tramonto. "Guarda come è bello qui," ha detto, prima di voltare il telefono verso il suo viso pieno di lentiggini. "Bello, ma destinato a scomparire presto."

A partire dal 2003, quando è stato eletto presidente della nazione insulare di Kiribati, una pila di report allarmanti provenienti dall'IPCC si è depositata sulla sua scrivania. Già nel 2007, erano stati delineati una serie di problemi—dall'erosione costiera alla scarsità di acque sotterranee, fino all'aumento dei contagi di dengue—e come avrebbero presto costretto i 117.000 residenti a unirsi ai 25 milioni di persone sfollate dall'impatto ambientale del cambiamento climatico. "Devo ammettere che provavo un senso di rifiuto. La mia reazione iniziale è stata di rabbia, frustrazione e senso di paralisi," ha detto Tong.

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Nel progetto Green Float di Shimizu, le isole galleggianti sono progettate per formare una colonia simile a quelle delle ninfee. Un grattacielo centrale su ogni piattaforma è equipaggiato con fattorie agricole verticali mentre allevamento e altre attività avrebbero luogo in posti "piani" intorno alla torre. L'azienda spera che questo produca il 100 percento del cibo necessario alle persone.

Il problema per gli abitanti delle Kiribati, ha detto, è che non saprebbero dove andare. I report spiegano in dettaglio come il cambiamento climatico minaccia di cancellare letteralmente i confini del paese. Per via dell'innalzamento del livello del mare, il Pacifico potrebbe ingoiare le 33 isole che formano la nazione entro questo secolo. Tong dovrebbe sviluppare quelle che ha definito "soluzione radicali" per proteggere la sua gente—costruendo isole galleggianti e città sottomarine, e acquistando pezzi di terra da altre nazioni. "Se dobbiamo trasferirci," ha detto Tong, "dobbiamo avere un posto dove farlo."

La scienza è insindacabile: chi vive in città costiere, come Miami, Sydney e Shanghai, è già più esposto agli effetti del cambiamento climatico. Molti dovranno spostarsi internamente nel giro dei prossimi 80 anni, con o senza l'aiuto di governi e agenzie statali. Per i cittadini degli atolli come quelli delle Kiribati, la storia è molto diversa. Presto, potrebbe non esserci proprio una nazione in cui muoversi. I paesi del Pacifico che sono sul livello del mare, comprese le Tuvalu e grossa parte delle isole Marshall, rischiano tutti di diventare inabitabili entro il 2030.

Questa situazione è una realtà per quasi 200.000 persone nel Pacifico del sud. I loro paesi potrebbero scomparire dalle mappe e nessuno so cosa fare.

In passato, erano le guerre e i conflitti politici a cambiare i confini degli stati. Mai prima d'ora nella storia del mondo uno stato ha perso il proprio territorio per sempre per colpa del cambiamento climatico. Per quanto lo scenario sia oggetto di discussione da almeno gli anni Novanta, non c'è un consenso legislativo internazionale su cosa fare. La responsabilità, dunque, di proporre soluzioni radicali per mantenere la sovranità di uno stato senza terra è ricaduta sui leader e gli innovatori come Tong.

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Rendering dal progetto Green Float di Shimizu.

E tra le soluzioni vagliate da Tong mentre era ancora in carica, c'era anche l'ipotesi di trasferire il paese intero sott'acqua preventivamente. Davvero.

Nel 2014, il colosso dell'ingegneria giapponese Shimizu ha pubblicato i progetti di una città subacquea fatta di vetro e chiamata Ocean Spiral, che avrebbe potuto ospitare fino a 5.000 persone. La metropoli concettuale era composta da una città sferica, con all'interno una torre con case e spazi di lavoro. Inoltre, una struttura a spirale avrebbe connesso questa sfera con una stazione base sul fondale marino, a quattro chilometri di profondità—che rifornirebbe la città delle risorse essenziali come energia, acqua potabile e cibo. Stando al portavoce di Shimizu, Hideo Imamura, però, la tecnologia di Ocean Spiral è ancora in via di sviluppo.

Dal 2008, Shimizu sta lavorando anche a un altro progetto, che ha attirato a sua volta l'attenzione di Tong, noto come il Green Float. Questo nuovo progetto di città galleggiante ospiterebbe 10 volte il numero di persone contenute in Ocean Spiral e sarebbe progettato per resistere ai disastri naturali come i tifoni e gli tsunami. Green Float sarebbe un agglomerato di isole galleggianti—ognuna con un diametro di massimo tre chilometri, assemblate per formare una colonia simile a delle ninfee—e ognuna avrebbe una "città-nel-cielo," cioè essenzialmente una torre alta 300 piani. Una sezione sul bordo dell'isola principale ospiterebbe un resort da spiaggia e una riserva ricca di vita marina. Shimizu spera di finalizzare la prima unità entro il 2030, stando a Le Monde. L'innovazione siderurgica, inoltre, potrebbe presto permettere di produrre leghe estremamente leggere direttamente in loco, usando il magnesio estratto dall'acqua del mare.

Ma Shimizu non è l'unica entità a parlare di case galleggianti: è un'idea spinta anche dal Seasteading Institute con i suoi "seastead"—insediamenti umani politicamente neutri che occupano acque internazionali. Stando all'avvocato ambientalista Duncan Currie, territorialmente parlando, "poiché le acque alte non rientrano in nessuna giurisdizione nazionale, appartengono a chiunque possa sfruttarle."

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Ocean Spiral, la città subacquea fatta di vetro proposta da Shimizu, è progettata per incanalare energia e risorse dalle profondità del mare.

Finora, il seasteading—cioè occupare il mare come si farebbe con un edificio—è stato un argomento per lo più legato al movimento libertariano e da chi vorrebbe vivere al largo, lontano dalle pressioni di un governo. Ma Currie ha spiegato che oltre il 50 percento dell'oceano fuori da giurisdizioni nazionali potrebbe essere sempre più preso in considerazioni per le popolazioni sfollate. "L'idea non è conquistare territori, ma stabilire insediamenti umani," ha detto. Ad ogni modo, senza un trattato oceanico, gli aspetti legali restano fumosi.

Ammettiamolo, case galleggianti e città subacquee non sono ancora in grado di fornire soluzioni a lungo termine per ciò che Alex Randall chiama la "crisi umanitaria" del Pacifico. Stando a Randall, che gestisce la Climate and Migration Coalition, una rete di rifugiati e ONG, il fatto che nessuno sappia cosa succederà alle persone di questi paesi nei pochi decenni che li separano dallo scomparire da ogni mappa è frustrante: "perché ci saranno potenzialmente milioni di persone in quella posizione."

Come ha suggerito Randall, non è una crisi che colpisce solo qualche atollo nella vastità dell'oceano—è il futuro che aspetta 800 milioni di persone che vivono nelle centinaia di città costiere che sono sul livello del mare in tutto il mondo. In molti dei paesi che affacciano sul Pacifico, i villaggi hanno già cominciato a scomparire. Tong si ricorda il villaggio dove andava a scuola e che ora non esiste più: "la comunità è stata spostata in massa. E non è l'unica." Anche le condizioni a cui la sua gente è costretta a trasferirsi, però, preoccupano Tong. "Ho sempre rifiutato l'idea che il mio popolo diventi un popolo di rifugiati," ha detto. "Ecco perché ho iniziato a battermi per una politica di dignità della migrazione."

Per questo, nel 2014 il governo ha comprato circa 6.000 acri di terra nelle Fiji—a 2000 km di distanza—per trasferire i residenti di Kiribati lì. Tong voleva sviluppare un programma di ricollocamento ben pianificato, di modo che se e quando le persone avessero deciso di emigrare, lo avrebbero fatto come persone con abilità e qualifiche, non come "cittadini di seconda classe." Tuttora, la terra è per lo più disabitata, e non sembra esserci molta spinta per il trasferimento, né nelle Fiji, né a Kiribati. Nel 2016, Tong è stato sostituito da Tanet Mamau, che è noto per sottovalutare la crisi climatica e per aver sospeso il progetto di migrazione dignitosa.

Secondo Alan Toth, un giornalista che ha visitato i territori acquistati nel 2017, il governo delle Kiribati ha dato permesso ai contadini delle Fiji di usarli per coltivare taro e cocco—per ora. Claire Anterea, ex suora e fondatrice del Kiribati Climate Action Network, ha detto che non si è trasferito praticamente nessuno e l'acquisto è considerato più un'opportunità per tutelare le scorte di cibo della nazione, che un'opzione concreta di una nuova casa.

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Rendering dal progetto Ocean Spiral di Shimizu.

Secondo le attuali leggi internazionali sui diritti umani dei rifugiati, il cambiamento climatico non è riconosciuto globalmente come un fattore scatenante dei fenomeni migratori. Non c'è una definizione comunemente accettata di "rifugiato climatico" e non ci sono trattati che garantiscono l'incolumità di chi fugge dalla crisi climatica.

Kira Vinke, del Postsdam Institute for Climate Impact Research sta sviluppando una proposta per un documento di viaggio—o passaporto climatico—che possa permettere alle popolazioni sfollate dal clima di vivere e lavorare nei paesi più responsabili delle emissioni globali. L'obiettivo, dice Vinke, è far sì che le persone pretendano il trasferimento come un diritto, anziché essere in balia dei governi.

"Sono anni che cerchiamo di ridurre le emissioni del resto del mondo, ma ora siamo a un punto in cui non possiamo puntare solo sulla mitigazione," ha detto Kathy Jetñil-Kijner, poetessa e inviata dell'ONU alle isole Marshall. Ma, ha aggiunto, "dubito che qualcuno aprirà le proprie porte per darci il benvenuto tanto presto."

Al momento, ci sono accordi limitati tra le isole più colpite e i paesi responsabili dei danni. Gli Stati Uniti e le Isole Marshall hanno negoziato un trattato negli anni Ottanta che obbliga agli USA ad aiuti economici, e ha esteso il diritto di vivere e lavorare negli Stati Uniti agli abitanti delle Marshall, in parte come ammenda per aver condotto 67 esperimenti nucleari nell'arcipelago. Nel frattempo, l'Australia e la Nuova Zelanda hanno fatto diversi accordi per accogliere alcune migliaia di migranti dalle isole vicine ogni anno. Ma accordi del genere non basteranno ad accomodare il numero crescente di rifugiati.

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Rendering dal progetto Ocean Spiral di Shimizu.

"I leader del mondo sanno perfettamente cosa sta succedendo alla gente delle Kiribati," ha detto Anterea. "La nostra vicina, l'Australia, non ha compiuto alcun sacrificio per aiutarci."

Per Tong, la prima scelta sarebbe comunque trovare il modo di restare. Fa riferimento alla possibilità di innalzare le isole esistenti, o di costruirne di artificiali nella loro laguna dragando sabbia e ghiaia—un'opzione al momento considerata anche per le isole Marshall, per esempio.

Ma per Tong sarebbe comunque una possibilità sul breve periodo. "Ci darebbe altri 100 anni, ma prima o poi, le isole scompariranno."

Chip Fletcher, un climatologo dell'Università delle Hawaii, ha spiegato che le Maldive hanno già cominciato ad accumulare materiali con questo scopo—raggiungendo anche i due metri extra di elevazione in certe parti—e che questa è l'unica soluzione che permetterebbe a qualsiasi atollo di "restare in vita."

Ma gli abitanti delle Marshall e di altre nazioni vicine si stanno assumendo le responsabilità della situazione, nonostante non sia stata causata da loro. E l'ultima cosa che vogliono fare è andarsene. "Restare nel nostro paese è l'opzione migliore ora come ora, considerato il discorso dominante oggi nel mondo sull'immigrazione," ha detto Jetñil-Kijner. "Costruire e pianificare per un'isola che sta scomparendo, immaginare un paesaggio completamente nuovo per la nostra gente. Questo sì che è pensare in modo visionario."

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Rendering dal progetto Ocean Spiral di Shimizu.

Questo articolo è apparso sul numero del cartaceo di VICE Borders Issue.