
Estratto dall’Ottavo Annuale di Narrativa di VICE.
Foto di Delaney Allen.
Le storie d’amore più devastanti sono quelle con versioni idealizzate di se stessi (un tweet di Bret Easton Ellis, settembre 2013). Lui è alto, biondo, occhi azzurri, belle spalle (nuoto da piccolo), un naso piccolo e scolpito che è il suo forte, una pelle molto morbida, chiarissima. Capelli molti, folti, forse con mèches. Gambe e culo così così, grossi, da cavallo da tiro. Lui è perfettamente consapevole di ogni dettaglio di sé: dunque mostra capelli, mostra occhi, nasconde gambe e culo su Facebook con uso sapiente di luci e ombre; ha occhiali Oliver People’s di tartaruga, che poi riveleranno solo uno 0,5 percento di miopia, dunque quasi finti.
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Ha ventisei anni, è mezzo tedesco mezzo italiano, mette subito in chiaro. Disapprova molto GayRomeo, il sitino di incontri dove ci stiamo invece conoscendo, e dove non tiene foto, ma addirittura le manda per email con molte ingenuità. “Non so bene come fare;” “preferisco mandartele per posta;” “solo perché mi sembri una persona per bene” e “veramente non so come si caricano sul sito,” e poi “mi sono iscritto ieri, wow, c’è gente fantastica. Molte Hogan. Anche tante Hollister. Ma poi perché i gay romani si fanno tutti le foto al centre Pompidou o al Louvre di Dubai o al Moca di Los Angeles?”
Io all’epoca usavo il mio profilo moonrise_kingdom; poi però avevo optato per questo the_canyons, ero appena stato a vedere la mostra del cinema di Venezia, e mi piaceva il film a basso costo di uno dei miei scrittori degli anni Ottanta, mi piaceva anche la piega che aveva preso lui: alcol, xanax, sbrocchi su twitter. Elogi a rapper italiani molto secondari—”La mia nuova ossessione è il rapper Moreno, visto su Mtv Italia;” e poi c’era “il ventiseienne”, cioè il suo fidanzato, così chiamato nelle interviste: “Sto bene col ventiseienne,” e il ventiseienne è poi un molto mediocre cantante neanche particolarmente sexy. Però figlio del produttore dei Simpson. Il mio, invece, di ventiseienne, manda queste foto pazzesche studiatissime: luce giusta, culo fuori campo, occhio azzurro languido, capello che brilla nella luce di: Los Angeles (con scritta HOLLYWOOD alle spalle, aria imbronciata, t-shirt bianca, pettorali gonfi , shorts, infradito); Venezia (Biennale Arte, lui con sguardo triste, sotto installazione cinese, che rimanda la sua faccia in milioni di piccoli specchietti). Outfit: jeans azzurro Dondup, risvoltino, maglione Cos girocollo color panna, Superga bianche (senza calze, sempre, anche negli inverni gelidi). Lui di profilo, un muretto a strapiombo sul mare, pelle e capello dorato, naso perfettissimo, che brilla con la luce del flash, occhio socchiuso e sognante a guardare l’orizzonte. Dev’essere Mykonos.
Lindsay Lohan, bravissima nella parte dell’impasticcata-alcolista, dice in The Canyons: “Sono stata varie volte con degli attori; e la sentenza è di due parole: MAI-PIÙ.” All’assistente del fidanzato, che insiste per fare questo film: “Ma ti piacciono davvero i film? Intendo ti piacciono sul serio? Quand’è che sei andata al cinema l’ultima volta?” Quella risponde: “Siamo stati a una prima la settimana scorsa…” “No, una prima non conta.” Come ha detto Ellis in una recente intervista, lui non si droga più e non beve più neanche vodka—solo “vino californiano e sonniferi,” anche se in un tweet di dicembre scorso diceva a non si sa chi: “portami la coca, ora.”
“La coca no;” “la prende mio padre, me l’ha data una volta, da piccolo, tipo a otto anni. Lo odio,” dice il mio ventiseienne; vuole che ci vediamo subito, oggi stesso, non passano quei giorni-settimane di chattate inutili; vado a trovarlo nella sua casa al Flaminio, dietro il Maxxi; arredata come l’appartamento altoborghese di un bambino-adulto; i mug di Ferm Living a losanghe bianche e nere; e di Strand e di Starbucks; una macchina per caffè non Nespresso ma Illy; posate d’argento un po’ ossidate (“Ma me ne sono rimaste pochissime, quelle che mancano le hanno rubate; son già due volte che vengono a rubare, dev’essere il portiere, non scassano mai la serratura, mi han portato via un Patek Philippe, di mio padre, e duemila euro, dal portafogli, erano per pagare l’affitto. Però non son sicuro se i soldi ce li avevo o avevo dimenticato di fare il bancomat.”)
Fa scattare il cancello che si apre, mi dà indicazioni e salgo su al quarto piano di questo palazzone orgogliosamente fascista, con la facciata arancio e le finestre incorniciate da profili di pietra arenaria; ci sono notai e avvocati sui citofoni d’ottone ossidato, ma non famosi; un ascensore di legno, consunto, da ricchi, lento. Arrivo al quarto, la porta è aperta, ci sono gli xx in sottofondo, la casa è grande, saranno duecento metri, il pavimento è di parquet dipinto di grigio, ci sono delle lampade da terra di Castiglioni, è la casa di una famiglia borghese, ci abita solo lui, i suoi stanno ad Amburgo, dice. “Siediti sul divano,” mi dice da qualche luogo, scoprirò poi essere il bagno, suonano gli xx da un iPad appoggiato su una consolle, sul parquet grigio un tavolo fratino con sopra una bottiglia di barbaresco Angelo Gaja aperta, e un bicchiere da vino grande—sono le tre di pomeriggio; e uno schermo piatto gigante che trasmette immagini di un X Factor americano. Arriva; è in boxer, e delle calze American Apparel bianche a strisce rosse e blu.
“Vuoi un po’ di vino?” fa, “Mi piace bere vino di giorno,” e mi porta un altro calice dalla cucina, versa il vino, troppo, quasi fino all’orlo, me lo mette in mano, mi mette la lingua in bocca, mi porta sul divano, mi dice “Dai, conosciamoci,” ride, poi mi spoglia, sfodera l’Xxl, tenta di mettermelo in bocca, mi ribello, lo scopo, non ci riesco, mi mettono troppa ansia la sua argenteria e le sue lampade di design italiano. Nato ad Amburgo, studiato a Berlino poi architettura a Londra: adesso sta facendo un dottorato in urbanistica a Roma 3, e collabora col Comune su un progetto di Smart City, o qualcosa del genere. Il padre, dice, diplomatico, la madre sta soprattutto a Boston con un secondo marito che fa il designer di giardini; poi arriva una telefonata, sull’iPhone 3Gs vecchio nero parte una suoneria tipo musica da film dell’orrore, lui si stranisce, dice, “Va bene, vengo;” e poi, “Ho capito, ora.” Poi, a me, “Devo andare da mio padre,” “adesso.” “Mi accompagni, che ho il motorino rotto?” (Ha un Sh vecchio di dieci anni, senza targa, legato con una catena inverosimile, ricoperto di foglie).
Prendo la Vespa, andiamo verso i Parioli, facciamo via Veneto, ci sono delle camionette di militari davanti all’ambasciata americana e sotto la scritta “Martini”; lui dice, “Ricordami poi che devo fare il check-in online, domani vado a LA, da una mia amica che si sposa con uno che lavora a Community, fa tipo il producer.”
Si fa portare fino a una via stretta, di fronte al giardino zoologico, presidiata da jeep dell’esercito, con due militari giovani, una ragazza con gli occhi azzurri e un ragazzo scuro, tutti e due col mitra in mano; “Entra,” dice, lo porto fino a un cancello alto, nero, di una costruzione brutalista che sembra un fortino da 007 tra ville liberty coi delfini di ferro battuto e filippine che portano in giro piccoli labrador e barboncini bianchi e Mercedes vecchie parcheggiate targate CD, alcune sembrano abbandonate, poi Smart targate invece Roma, con adesivo del Due Ponti. Passano dei gatti.
Sul fortino la bandiera della Germania, con l’aquila imperiale, e la scritta “Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede”. “Ci sentiamo, ok?” dice, dandomi un bacio, mentre il cancello non si apre e un funzionario con un’uniforme verde non alza lo sguardo dalla sua postazione dietro un vetro spesso, suppongo antiproiettile. Io giro la Vespa e vado, lui sembra a disagio.
In The Canyons, il protagonista Christian va dallo psicanalista come condizione necessaria per continuare a usufruire del fondo fiduciario del padre, che ha fatto i soldi con l’immobiliare, come nella biografia reale di Ellis. Il padre di Ellis è morto a 49 anni, l’età attuale dello scrittore. Nello spaventosissimo Lunar Park, Ellis-Narratore eredita tutti gli abiti del genitore, che presentano sangue incrostato sul cavallo, perché poco prima di morire lui si è fatto fare l’operazione di allungamento del pene. Passo da Feltrinelli a via Vittorio Emanuele Orlando, fuori ci sono i soliti neri che tentano di vendere libri africani puntando sul senso di colpa occidentale.
Sfoglio un Tonio Kroger in edizione bilingue Einaudi: “Era straordinariamente bello e ben fatto, largo di spalle e stretto di fianchi; i suoi occhi, azzurri come l’acciaio, avevano uno sguardo franco e acuto.” Mi arriva un messaggio su WhatsApp: “Pomeriggio molto piacevole. Ci rivediamo quando torno?” Passo la sera a cercare su Google il nome di suo padre, o il suo, ma non trovo niente (Sebastiano+Füller+diplomazia; niente; Sebastiano+Füller+German+Embassy+Holy See; ancora niente)—poi controllo il sito dell’Ambasciata tedesca presso la Santa Sede, e non c’è nessun Füller.
A mezzanotte mi manda un altro messaggio: “Io stasera vado al Popslut con alcuni amici, se vuoi venire.” Non è partito, gli chiedo, lui dice che no, non parte più; ma il biglietto? Non lo sa, dice che dopo mi spiega. La sera allora lo raggiungo a questo locale dalle parti della stazione Termini; si scende per un pertugio, ci sono dei ventenni con jeans stretti e iper-profumati, con profumi commerciali, che parlano con un vecchio, alla cassa. Una ragazza bionda e molto magra con una Canon Eos 1200 fa delle foto a soggetti secondo lei interessanti; i ragazzi si mettono in posa, con aria scazzata o triste, fanno le facce. Mi chiede se voglio una foto, dico di no, vado giù, il locale è lungo e stretto, popolato di ragazzini—ce n’è uno con una t-shirt bianca “Youth for Kennedy” e un altro con una t-shirt sempre bianca di Sarah Palin; tanti hanno barbe nere e sono magrissimi, hanno camicie strette fino all’ultimo bottone, di jeans, o a quadri, c’è un bancone dove una bartender fa cocktail veloce, in bicchiere di plastica arancione.
Adesso hanno messo “Scream and shout” di Will.I.Am e tutti si mettono a ballare, come a un richiamo preciso, file indiane di persone cercano invece di arrivare fino a una saletta da dove proviene la musica, ha i soffitti bassi ed è strapiena di persone, fa caldo, le magliette si appiccicano, qualche post adolescente limona, il deejay rasato ha una canottiera di Britney e i baffi, la fotografa continua a scattare, dove lei rivolge l’obiettivo gli adolescenti sudati si fermano, si mettono in posa, rimangono immobili, l’immagine si cristallizza, diventano il centro della scena.
Poi in un angolo vedo Sebastiano che parla con degli altri, ha una camicia Prada chiusa fino all’ultimo bottone, cerco di farmi strada tra i mucchi di corpi magri e appiccicosi, lui mi vede, ma fa finta di niente, continua a posare finto-imbronciato per la fotografa, che scatta ancora. Adesso ha lo sguardo basso, poi guarda nell’obiettivo incazzato, poi finalmente la fotografa se ne va e allora lui mi saluta, e mi presenta ai suoi amici, tutti con la barba, tutti con camicie strette. Viene lì, mi bacia, mi porta in bagno, è ubriaco o strafatto, mi fa un pompino in questo bagno buissimo, poi dice, “Adesso devo tornare dai miei amici,” però, “domani ci vediamo assolutamente, ok?”
Su Facebook il giorno dopo controllo il suo profilo ed è stato taggato in due foto, ha la camicia con le piccole pistole di Prada su fondo bianco, lo sguardo basso, in un’altra guarda in camera scazzato, la prima ha sessantuno like, la seconda settanta. Gli mando un messaggio, non risponde. È l’una, non si sarà ancora alzato, poi alle tre mi scrive: è al Pigneto, ha pranzato con suo padre, adesso sta accompagnando un suo amico che sta comprando una Brompton in un negozio giù ai Villini, dice, “Pure col finanziamento;” ci sentiamo dopo, magari aperitivo.
Alle otto ancora niente, gli mando un messaggio, “Allora, aperitivo? Monti?”, non risponde, non lo chiamo, la sera vado a bere da Caronte a via Machiavelli, ci sono dei divani di velluto sfondati, e fuori poltroncine da bar anni Cinquanta con tavolini rotondi. Dentro, diverse mamme con bambini con cappottini di loden e giochi di costruzione di legno.
Le mamme bevono molto, soprattutto margarita, i bambini fanno rumore sul fondo di un disco di Lucio Dalla. La mia amica si innervosisce, “Li odio, i bambini,” dice, e beviamo il nostro pinot nero, mangiamo dei piccoli cous cous e delle caponatine in formine da dolci, di alluminio. Poi torno a casa, ricontrollo Facebook, vedo lo status “Sebastiano Füller è felice—faccina sorridente—presso Aeroporto Internazionale Leonardo da Vinci, Fiumicino.”
La mattina dopo sono in redazione, leggo come sempre il Messaggero per primo, per l’oroscopo di Branko e i necrologi, quelli delle contesse e delle principesse; però in prima sulle pagine di Roma c’è un titolo che mi colpisce: Scontro a fuoco coi Carabinieri. San Basilio, ancora una notte di violenza. Il sommario poi spiega: Il boss della ‘ndrangheta Berneschi riesce a fuggire. Continuo a leggere. Berneschi, 59 anni, era considerato dagli inquirenti come il boss di spicco della nuova generazione delle cosche calabresi. Affiliato alla ‘ndrangheta di Reggio, Berneschi è emigrato negli anni Settanta ad Amburgo, in Germania, dove ha vissuto fino al 2007. È considerato uno degli esecutori della strage di Duisburg, in cui hanno perso la vita sei persone al ristorante italiano Da Bruno. I Carabinieri, grazie alle intercettazioni ambientali e telefoniche, erano riusciti a localizzarlo nel quartiere nordorientale della città ad alta infiltrazione criminale. Il boss è però riuscito a scappare: ma i militari del comando provinciale di Roma hanno arrestato due complici, e rinvenuto nell’appartamento di Berneschi, posto sotto sequestro, un vero e proprio arsenale tra cui armi militari modificate, un mitragliatore Uzi, un passaporto diplomatico tedesco. Secondo alcune indiscrezioni trapelate dalla Procura, Berneschi potrebbe essere riuscito a imbarcarsi su un volo per Los Angeles, dove risiede il resto della famiglia e dove risiederebbe anche il figlio, rappresentante dell’ultima generazione della cosca, Sebastiano Berneschi, ventisei anni, ricercato dall’Interpol. I controlli sugli aeroporti sono stati comunque intensificati ai massimi livelli.