Rien Kuntari ha fatto incazzare mezza Indonesia


Dili, Timor Est, 1999. Foto di Eddy Hasby.

Per l’intervista ha deciso di farsi chiamare “Rien”, ma c’è chi la conosce come “Maria”, e altri semplicemente con le iniziali del suo nome, con cui per anni ha firmato i suoi articoli: “CMRK”. Cordula Maria Rien Kuntari è la più importante reporter indonesiana, eppure la sua storia la conoscono in pochi. Minacciata di morte dai militari del suo Paese per aver scritto un libro in cui ha raccontato con vivido dettaglio i massacri compiuti a Timor Est dalle milizie filo-governative, dal 2009 vive a New York, in un anonimato quasi totale.

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Rispetto a tanti altri scrittori che fanno del proprio martirio un furbo selling point, la storia di Rien possiede ancora il fascino discreto della sobrietà. La incontro in un afoso pomeriggio di luglio nel West Village. “Ti aspettavi una tipa più robusta, lo so. Non sei il primo a rimanere deluso. Me lo disse anche Saddam, ‘Come fa una donna così piccola a fare quello che ha fatto tu?’”

Rien—dal fisico minutissimo, alta poco più di un metro e 60—è nata a Yogyakarta, 300 chilometri a est della capitale, nel 1963 circa: sapere la sua età si rivelerà impresa ardua. Parla lentamente e scandendo bene le parole, quasi sottovoce.

VICE: Quale fu il tuo primo lavoro come corrispondente?
Rien: Era il 1991. Il quotidiano dove lavoravo, Kompas [il più diffuso in Indonesia], mi mandò Iraq subito dopo la prima Guerra del Golfo. Mai stata all’estero prima di allora, prima volta a bordo di un aereo. Che si sappia, ero ancora in prova! Andare in Iraq era parte del mio stage, e così divenni la prima corrispondente donna ammessa da Saddam. L’Indonesia era visto come un Paese non allineato, e questo aiutò molto il lavoro.

Dormivi al famigerato Hotel Rashid, dove Saddam aveva fatto costruire un mosaico di George Bush Sr sul pavimento.
Sì, era all’ingresso della hall, così che tutti gli ospiti internazionali dovevano camminarci sopra [quel mosaico è stato distrutto dalle truppe americane durante l’invasione del 2003]. Ricordo una delle interviste con un membro importante del governo iracheno. Mi domandò se ero sposata. Non lo ero. Quando chiesi spiegazioni al mio interprete, mi disse questo: “Attenta al cucchiaino nella tazza…” Insomma, mentre bevevo il mio tè, dopo aver girato lo zucchero, avevo lasciato il cucchiaino nella tazza. Nella cultura irachena quel gesto è un messaggio implicito. Significa: “Sono single e in cerca di marito.” Da quel momento ho capito l’importanza di avere al mio fianco qualcuno che mi aiutasse a decifrare non soltanto parole. Avevo solo 27 anni… In ogni caso, credo di aver fatto un buon lavoro.

Prima mi raccontavi della tua famiglia.
Sì, un mio bisnonno era egiziano, faceva il commerciante. Si trasferì a Giava e comprò una piccola piantagione di tabacco. Mia madre era cuoca. Mio padre insegnante di matematica che nel tempo libero suonava e costruiva violini: uno dei più bravi del paese. Eravamo abbastanza poveri, e io sono cresciuta aiutando la mia famiglia con piccoli lavoretti. Leggevo la notte, quando in casa trovavo una rivista o un libro. Al liceo scrissi un tema in cui difendevo degli amici contadini, proprietari di una piccola piantagione di canna da zucchero, che stavano per essere sfrattati dal governo che voleva piantarvi del riso.

Come sei diventata giornalista?
Più in là, grazie ai risparmi dei miei genitori, riuscii a studiare in una delle migliori scuole di giornalismo del paese. Finita l’università mi ero messa a cercare lavoro, quando di redattori del quotidiano Kompas vennero a far visita alla mia famiglia. Avevano in mano un contratto e una penna. Qualcuno gli doveva aver fatto il mio nome. Erano altri tempi, comunque.


Betano, Timor Est, 1999. Rien segue il ballottaggio. Foto di Yamashita Lahay per gentile concessione di Cordula Maria Rien Kuntari.

Sei tornata in Iraq altre volte?
Tre volte ancora: nel ’93, nel ’95 e nel 2002. L’ultima volta, nella sala pranzo del mio albergo incontrai dei membri dell’Intelligence israeliana, che tra uno spuntino e l’altro chiacchieravano dell’11 Settembre. Ricordo con precisione che uno di loro iniziò ad accusare i servizi americani di sapere tutto da tempo e di non voler intervenire. Sai, sono quelle cose che non puoi scrivere nel tuo giornale, o ti prendono per pazza. O peggio, se vieni da una cultura islamica, per terrorista.

Chi è stato il tuo più grande modello nel tuo mestiere?
Una tua compatriota: Oriana Fallaci. È sempre stato lei il mio mito. Quando intervistò Khomeini, per esempio, e si tolse il velo… Sento che adesso molti la odiano. Perché tanto odio?

Forse non avrebbe dovuto concludere la sua carriera con quei pamphlet islamofobi.
Ascolta. Mia madre è musulmana e mio padre devoto cattolico, come me. Il multiculturalismo è nel mio sangue, ma ti dico una cosa: nonostante il regime fosse oppressivo, sotto Suharto per i cristiani era meglio allora che oggi. Ora l’aria si è fatta intollerante, e come cristiana non mi sento più protetta né accettata.

Tornando alla tua professione, dopo l’Iraq, il grande salto l’hai fatto in Ruanda.
Sono stata l’unica giornalista a seguire il Fronte Patriottico Ruandese (RPF). L’unica donna ammessa nel loro gruppo. Tutti gli altri erano a bordo degli aerei dell’ONU. Io volevo stare sul campo, in trincea. Passai tre settimane in casa di una famiglia tutsi, in Burundi, per capire qualcosa dei costumi di quell’area: mi svegliavo la mattina alle sette, trascorrevo la giornata con loro e tornavo in albergo alle tre del mattino. Quando tramite l’intercessione di un diplomatico riuscii ad arrivare in Ruanda, finii sotto l’ala protettiva di Bernard Makuza, che poi sarebbe diventato Primo Ministro. Makuza mi affidò a ben cinque guardie del corpo, selezionate per la loro affidabilità e serietà. Gli fece giurare solennemente di non sfiorarmi nemmeno con un dito.

E mantennero la promessa?
L’età media dei combattenti era di 18, 19 anni. Molti di loro non avevano mai visto una donna, e meno che mai una asiatica, con la carnagione e i lineamenti così… diversi. Molti non l’avrebbero mai vista una donna, purtroppo. Portavo una finta fede al dito e loro, da buoni credenti, mi chiamavano semplicemente “Maria”. E aggiungevano, di solito, questa frase: “Lo so che ami tuo marito, ma se hai bisogno di un aiuto, di un assistente, qui, ci sono io…”

Cosa ti è rimasto impresso di quell’esperienza?
Marciai per più di 400 chilometri con l’RPF. Si dormiva tutti insieme, sugli alberi, per non essere scoperti dall’esercito governativo. Non c’erano tende, e si stava nell’oscurità più completa. Questa è la guerriglia! Dieci giorni di cammino, con una scorta di due litri d’acqua a testa. Non una doccia per due settimane. Lungo la strada si incontravano cadaveri, cadaveri ovunque. Mi volevano pure insegnare a sparare. Ma io mi rifiutai: sono sempre stata una pacifista convinta. Però vinsero. E mi soprannominarono la loro “Dea della vittoria”. Una dea alta poco più d’un metro, ah!

Hai mai avuto paura?
Ho avuto sempre paura! Nel 1998, durante la guerra civile indonesiana, rimasi bloccata nell’ufficio presidenziale per due giorni senza cibo né acqua. Con me quattro giornalisti maschi che per poco non si fecero venire un infarto. La paura è importante. Ma ero anche molto entusiasta. E l’entusiasmo ha prevalso.


Dili, Timor Est, 2008. Rien in compagnia di Xanana Gusmao, primo Presidente della Repubblica di Timor Est. Foto di Nono Bareto per gentile concessione di Cordula Maria Rien Kuntari.

Dopo anni passati in Africa, Yemen, Palestina, Iran, la tua storia incrociò in modo drammatico con quella del tuo Paese. Nel 1999, dopo il collasso del regime di Suharto, dopo decenni di sanguinosa occupazione, i cittadini di Timor Est si ritrovarono di fronte un foglio bianco con una domanda: “Volete diventare o no una regione autonoma dell’Indonesia?” L’80 percento dei votanti scelse il “No”, aprendo la strada verso l’indipendenza.
Mi ritrovai per diverse settimane a Dili a seguire gli sviluppi del referendum. Nei giorni precedenti e in quelli immediatamente successivi i gruppi paramilitari (pro-integrazione) si scatenarono contro i civili, con estrema brutalità. Le informazioni che avevamo erano confuse perché la maggior parte dei massacri avvenne in località remote nella foresta, inaccessibili ai grandi media. Il governo, ovviamente, faceva finta di nulla. Un giorno, era settembre, sembrava essere tornata la calma, e il capo della task force indonesiana Tarmidzi aveva assicurato che i giornalisti sarebbero stati protetti. Poco dopo venni a sapere che le milizie avevano attaccato la struttura delle forze d’interposizione ONU. Come ci dirigemmo verso la sede dell’UNAMET, la macchina dove io e altri corrispondenti viaggiavano fu crivellata di colpi. Ci nascondemmo dietro un muro e ci salvammo per miracolo. Successivamente, tramite una telefonata anonima, le milizie mi fecero sapere che sarei stata stuprata, sgozzata e mutilata prima di fare ritorno a Giacarta.

Come nacque l’idea di scrivere un libro su Timor?
Il libro [Timor Timur, Satu Menit Terakhir, tradotto in inglese con The Final Hour] mi fu commissionato dal direttore di Kompas dopo l’indipendenza, ma rifiutai perché già allora mi sembrava un’impresa troppo pericolosa. Fu solo anni dopo che mi convinsi. Uscì nel 2008, e in poche settimane fu ristampato due volte. Ma nel frattempo era cambiato il direttore del mio giornale, e il supporto che avevo prima non c’era più. Un giorno rientrai a casa e sentii un odore fortissimo di cherosene: qualcuno aveva gettato liquido infiammabile su tutto il pavimento. Fu il segnale che cambiò la mia vita.

Cosa fece tanto infuriare del tuo libro?  
I militari si arrabbiarono non solo perché avevo descritto, in dettaglio, i massacri che con tanto zelo avevano cercato di nascondere, ma soprattutto perché li avevo accusati, nemmeno troppo implicitamente, di aver finanziato le milizie pro-integrazione. L’esercito indonesiano aveva voluto dare una lezione agli indipendentisti per dimostrare a se stesso d’essere ancora forte e influente.

Comprendesti che questa volta facevano sul serio…
Lasciai Giacarta e passai un mese ospite di parenti, in piccoli paesi dell’entroterra. Nel frattempo l’esercito aveva rigettato le conclusioni dell’inchiesta internazionale. Ero decisa a rimanere ancora in Indonesia, ma nel 2009 il mio giornale, per paura di subire ritorsioni contro la redazione, decise di licenziarmi in tronco. Fui lasciata sola, dopo che per oltre vent’anni avevo deciso di sacrificare tutto per il mio lavoro. Non mi sono mai sposata: Kompas era come un marito per me…

Ti mancano i tuoi lettori?
Mi manca la possibilità di viaggiare, di descrivere una situazione. Di essere dove c’è la vera azione, dove la Storia si sviluppa. Sento di essere ancora troppo giovane per andare in pensione. O per fare la fine della Politkovskaja. Ho ancora qualcosa da dire.

Segui Paolo su Twitter: @kaosreport

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