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Il documentario che racconta gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

"If Only I Were That Warrior" è un documentario che cerca di fare i conti con l'eredità coloniale italiana in Etiopia. Ho parlato con Valerio Ciriaci, il regista, di colonialismo, memoria storica e del perché l'Italia non ha ancora affrontato il suo...

Uno still dal documentario. Tutte le immagini per gentile concessione di Valerio Ciriaci

Tra pochi giorni ricorrerà il 120esimo anniversario della battaglia di Adua, momento culminante della guerra d'Abissinia, in cui l'esercito italiano venne sconfitto dalle truppe del negus d'Etiopia Menelik II. Se da una parte la sconfitta di Adua arrestò per molti anni le ambizioni coloniali del nostro paese, dall'altra proprio il suo ricordo e il desiderio di vendicarla contribuirono non poco a rinfocolare quelle stesse ambizioni in un periodo successivo, quello del colonialismo fascista in Africa Orientale.

Come già avvenuto in Libia, anche in Etiopia la dominazione italiana si distinse per la sua durezza e per le atrocità compiute nel tentativo di stroncare la guerriglia indipendentista delle popolazioni locali che resistevano all'occupazione. Del resto, a eseguire materialmente la repressione in Etiopia furono le stesse persone che già se n'erano occupate in Libia. Un esempio abbastanza eloquente di questo è il massacro di Debre Libanos, avvenuto nel 1937, in cui in risposta a un attentato vennero sterminati tutti i monaci del principale monastero copto etiope—con un bilancio che va da circa 500 a oltre 1.600 vittime.

"Nessuno ha mai osato tanto: nessuna potenza coloniale, nella storia pur tragica del colonialismo, si è mai macchiata di una simile colpa," ha detto Angelo Del Boca, il massimo storico del colonialismo italiano, parlando di quell'episodio. Eppure, il ricordo di quella strage così come quello dei crimini coloniali italiani è sempre stato sopito e rimosso, tanto che è stato persino possibile che venisse eretto un monumento alla memoria del suo principale esecutore.

Di tutti questi argomenti si occupa If Only I Were That Warrior, un documentario girato tra l'Italia e l'Etiopia che cerca di raccontare, ricostruire e approfondire l'eredità storica del colonialismo italiano in Africa. Presentato in anteprima mondiale al Festival dei Popoli di Firenze lo scorso novembre, il documentario ha riscosso un grande successo e al momento è in tour in giro per il mondo. Ho parlato con il regista Valerio Ciriaci del colonialismo italiano e del perché a distanza di un secolo l'Italia non è ancora riuscita a fare i conti con il suo passato.

Il trailer di If Only I Were That Warrior

VICE: Il tuo documentario prende le mosse da un episodio di cronaca: la costruzione del sacrario di Affile in onore di Rodolfo Graziani nel 2012. Perché hai scelto proprio questo punto di partenza?
Valerio Ciriaci: Quando nel 2012 è stato inaugurato ad Affile il monumento al gerarca fascista Rodolfo Graziani la notizia ha fatto subito il giro del mondo, visto che Graziani è tristemente famoso per i crimini di guerra che ha commesso in Libia ed Etiopia e per la sua attiva e mai rinnegata partecipazione alla Repubblica di Salò. In Italia ne avevano parlato alcuni giornali, ma a dare l'allarme erano state più che altro testate internazionali come il New York Times, El País e la BBC.

In quel periodo io vivevo a New York e sentendo parlare della questione ho deciso di andare a una conferenza sul tema organizzata dal Centro Primo Levi. In quell'occasione ho visto per la prima volta la furiosa indignazione di alcuni membri della comunità etiope presenti all'incontro, le cui testimonianze riportavano alla luce le atrocità italiane in Etiopia e mi hanno fatto capire quanto poco si sappia delle guerre coloniali italiane, le cui conseguenze si vedono ancora oggi.

Il fatto che si parta proprio da qui è interessante, perché la figura di Graziani è abbastanza emblematica della rimozione dei crimini di guerra italiani dalla nostra memoria storica. Com'è stato possibile secondo te?
La rimozione è uno dei temi principali del film. Sicuramente, in parte ciò è avvenuto perché non si sono mai tenuti processi per i crimini commessi durante l'invasione e la successiva occupazione dell'Etiopia. Per citare Del Boca, il massimo storico del colonialismo italiano, non c'è mai stata una "Norimberga d'Africa." Per questo personaggi come Graziani non solo hanno scontato pochi mesi di carcere ma spesso si sono ricostruiti una nuova immagine, arrivando spesso anche a ricoprire cariche pubbliche nel dopoguerra.

In parte poi è stato perché in Italia la transizione da regime fascista a Repubblica democratica è stata debole e ambigua. Guido Cortese, ad esempio, capo del partito fascista ad Addis Abeba e diretto responsabile di un brutale massacro ai danni della popolazione civile di quella città, è diventato poi Sottosegretario di Stato alle Finanze nel Governo Scelba. E anche lo stesso Graziani nel dopoguerra ha vissuto ad Affile dove ha lavorato come dirigente dell'MSI, un partito che si rifaceva ai vecchi valori del fascismo.

E questa rimozione ha portato anche a vedere la colonizzazione italiana come "buona" o diversa da quella delle altre potenze europee, nonostante i fatti provino il contrario. Vedi ad esempio il mito degli "italiani brava gente."
In realtà questo mito risale già al primo dopoguerra, ma si è diffuso ed è diventato plausibile per via della debolezza e dell'ambiguità con cui l'Italia ha fatto i conti con il fascismo. Nell'assenza di un processo che rendesse pubblici i fatti realmente accaduti, è venuta a mancare un'indagine seria su quelle atrocità e di conseguenza anche una reale ammissione di colpevolezza da parte dello stato italiano.

Molti dei documenti che attestavano i crimini di guerra italiani, ad esempio, sono stati desecretati solo di recente e per decenni molte di quelle stragi sono state volutamente occultate. In questo modo le forze revisioniste hanno potuto creare questo mito, appunto, un'interpretazione di comodo ma assolutamente falsa, che ha attecchito profondamente nella coscienza collettiva degli italiani. Tant'è che ancora oggi vicende come quelle di Affile non sono un caso isolato.

Il sacrario di Affile. Still dal documentario per gentile concessione di Valerio Ciriaci

Tornando al documentario, è stato difficile mettere insieme il materiale e le testimonianze?
È stato un percorso lungo, che ha richiesto molto lavoro di ricerca. Il documentario contiene molto materiale d'archivio, che proviene principalmente dall'Archivio Centrale dello Stato—dove ho avuto accesso al Fondo Graziani, una raccolta di documenti e fotografie che segue la carriera di Rodolfo Graziani dalla prima guerra mondiale fino alla Repubblica Sociale. Molte di queste immagini non erano mai state pubblicate né utilizzate in un documentario: io le ho usate per ricostruire il contesto storico dell'occupazione dell'Etiopia.

Per raccontare invece le stragi di Addis Abeba e Debre Libanos, avvenute nel 1937, ho deciso di intervistare lo scrittore Ian Campbell, che è considerato il maggior esperto sull'argomento. Sono anche stato di persona a Debre Libanos, dove ho filmato la testimonianza di uno dei pochi testimoni oculari di quel massacro ancora in vita.

In totale, quando è cominciato il montaggio mi sono ritrovato ad avere circa 100 ore di girato. Molte interviste, molti personaggi e molte immagini d'archivio sono quindi state escluse. In futuro mi piacerebbe estendere questo progetto e utilizzare tutto quel materiale che per motivi di tempo è rimasto fuori dal documentario finito.

Quanto a lungo hai lavorato a questo progetto e dove ti ha portato?
La realizzazione del film è durata circa tre anni e mi ha portato a viaggiare in tre diversi contenti. Le riprese in Etiopia sono state realizzate ad Addis Abeba, a Debre Libanos e nella regione del Tigray, teatro di diverse battaglie tra cui quelle dell'Amba Aradam e dell'Amba Alagi. In Italia ho girato a Roma, a Predappio e ovviamente ad Affile.

È stata una vera e propria impresa, abbiamo viaggiato con una telecamera a mano attraverso un sacco di luoghi e tempi e questo mi ha insegnato un sacco di cose anche dal punto di vista tecnico e logistico—non è facile pianificare un progetto di questo tipo, che si muove tra diversi continenti e diverse generazioni seguendo flussi migratori e storie familiari. Senza contare poi l'esperienza umana data dal confrontarsi con persone che non avrei potuto incontrare al di fuori di questo contesto.

Che reazioni sta ottenendo il documentario?
L'accoglienza è stata molto buona. Dopo l'anteprima mondiale al Festival dei Popoli di Firenze, ho ricevuto tante richieste per organizzare proiezioni sia in Italia che negli Stati Uniti. C'è tanto interesse, soprattutto nel mondo accademico, e spesso ricevo richieste da parte di professori che vogliono portare il film nelle proprie aule per utilizzarlo a fini educativi.

Quali sono gli interrogativi di fondo a cui volevi rispondere con questo progetto?
Penso che l'interrogativo principale sia stato, "Com'è possibile che in uno stato che per Costituzione condanna il fascismo si possa costruire, usando fondi pubblici, un monumento a un gerarca fascista come il sacrario di Affile?" So che può sembrare una domanda scontata, ma durante la produzione del film ho capito che non lo era affatto.

In qualche modo, penso di aver trovato una risposta a questa domanda. Anche se l'obiettivo principale del film non è offrire una risposta definitiva e unica, ma dare adito a nuove domande. Si tratta di un tentativo di aprire una discussione finalmente aperta e trasparente sul tema del colonialismo italiano, discussione che fino ad oggi è mancata.

Secondo te, perché a distanza di così tanti anni l'Italia non è ancora riuscita ad accettare i suoi trascorsi coloniali?
È una domanda complessa, a cui è davvero difficile trovare una risposta univoca. Posso solo dirti che l'insieme di questi interrogativi è il flusso concettuale che connette tutte le parti del film. Probabilmente prima di passare attraverso l'accettazione di questi fatti storici è necessario un processo di analisi e interpretazione che ancora non è arrivato, e un processo di maturazione che ancora non c'è stato. È proprio per contribuire a questo che ho deciso di realizzare il documentario.

If Only I Were That Warrior è attualmente in proiezione al Big Sky Documentary Film Festival del Montana. Per saperne di più sul film o sulle future proiezioni, visita il sito.

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