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Come l'Italia ha “tradito” e deportato un gruppo di vittime di tratta nigeriane

Recluse nel CIE di Ponte Galeria e respinte in fretta e furia dalle autorità, la vicenda delle vittime di tratta africane potrebbe presto diventare la normalità in Italia.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
15.10.15
Foto via AMISOM

Lo scorso 9 ottobre, in presenza di svariate telecamere, è partito dall'aeroporto di Ciampino il volo che ha portato in Svezia diciannove richiedenti asilo eritrei. Trattandosi dei primi migranti a essere ricollocati in base agli accordi europei, l'enfasi sull'evento è stata notevole—sulla pista c'era anche il ministro dell'interno Angelino Alfano, che ha salutato calorosamente i migranti e definito l'evento una "vittoria per l'Italia e l'UE."

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Il piano di ricollocamento europeo è iniziato! Oggi le prime partenze da — Angelino Alfano (@angealfa)9 Ottobre 2015

Ma c'è un altro volo, questa volta coordinato da Frontex e partito da Fiumicino, di cui si è parlato molto meno: è quello che, il 17 settembre 2015, ha rimpatriato in Nigeria una ventina di donne nigeriane, in un'operazione descritta da Gabriella Guido - portavoce della campagna LasciateCIE Entrare - come potenzialmente "contraria ai dettami costituzionali."

Le migranti in questione facevano parte di un gruppo di circa settanta nigeriane arrivate sulle coste siciliane alla fine di luglio, che erano state immediatamente tradotte nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria (Roma) senza che nessuno le avesse informate di poter fare richiesta d'asilo.

Stando a quanto riportato da più parti, le donne erano quasi sicuramente vittime di tratta; alcune di loro, infatti, mostravano "cicatrici da taglio" e "ustioni estese su gambe, addome e braccia," oltre a soffrire d'insonnia. Una donna, mentre si trovava dentro il CIE, ha dichiarato all'agenzia Redattore Sociale che "se fossimo rimandate in Nigeria rischieremmo di subire ancora quello che già abbiamo vissuto, cioè stupri e violenze sessuali continue, rituali vudù in cui puoi anche morire, rapimenti."

Come spiega a VICE News Francesca De Masi della cooperativa sociale BeFree, che ha seguito il caso fin dall'inizio, "tutte erano colpite da un provvedimento di respingimento delle prefetture di Siracusa e Agrigento, e fin da subito lo scopo di deportarle è stato palese. Queste donne sono state giorni interi con l'angoscia di essere rimpatriate prima di aver avuto il tempo di fare la richiesta d'asilo."

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Tale richiesta, dice a VICE News l'avvocato Jacopo Di Giovanni, è stata effettuata solo una volta dentro il CIE e ha momentamente bloccato la procedura di rimpatrio. "Tra il 19 e il 26 di agosto si è riunita la Commissione territoriale, e una decina ha ricevuto una forma di protezione che andava dall'asilo politico alla protezione umanitaria," continua Di Giovanni. "Le altre, invece, hanno ricevuto dinieghi che sono stati notificati in massa tra la fine di agosto e l'inizio di settembre. Abbiamo dunque presentato i ricorsi chiedendo la sospensione cautelare del provvedimento."

Guarda anche: Europa o morte, nella fossa comune del Mediterraneo

Nel frattempo, il caso era arrivato anche in Parlamento. La vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, del Partito Democratico, in un'interrogazione urgente si era detta "sconvolta dalla notizia dell'imminente rimpatrio" e aveva fatto un appello al ministro dell'interno "affinché intervenga urgentemente per scongiurare questa azione su donne che, è bene ricordarlo, sono vittime di tratta."

Tuttavia, le azioni legali e politiche non sono state sufficienti a bloccare la deportazione. "Il giorno stesso in cui le ragazze ci hanno chiamato dal CIE dicendo che le stavano portando sull'aereo sono usciti i primi provvedimenti di sospensione," racconta l'avvocato Di Giovanni. Ma ormai era troppo tardi: le ragazze erano ormai state imbarcate sul volo diretto verso Lagos; e riportarle indietro, a questo punto, è estremamente improbabile.

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A ogni modo, è veramente difficile spiegare fino in fondo la celerità delle autorità nel respingere questo gruppo di donne. Per Francesca De Masi, siamo di fronte a "un caso un po' diverso dagli altri per il grande numero di ragazze," nonché ad una sorta di "hotspot ante litteram, lo specchio di quello che succederà in futuro."

Anche Gabriella Guido di LasciateCIE Entrare ha espresso a VICE News una preoccupazione simile: "La sensazione è che ci fosse una volontà politica di procedere con tutta questa fretta. La cosa che ci preoccupa è che si è trattato di una prova generale di quello che saranno i prossimi rimpatri, che forse avverranno - come è successo in questo caso - senza nessuna tutela dei diritti umani e dei trattati internazionali."

(Dentro il CIE di Ponte Galeria. Foto di LasciateCIE Entrare)

Se si allarga un attimo lo sguardo, infatti, l'intera vicenda della donne nigeriane è il contraltare del piano di ricollocamento europeo di 120mila migranti così tanto sbandierato da autorità e media. L'Agenda europea per le migrazioni, presentata qualche mese fa da Jean Claude Juncker, si fonda proprio su due pilastri: da un lato l'accoglienza dei rifugiati politici; dall'altro procedure sempre più dure e stringenti per i rimpatri, per cui sono stati stanziati 800 milioni di euro.

A quest'ultimo proposito, il piano europeo contempla anche la creazione dei cosiddetti hotspot nei paesi d'arrivo—strutture dove le forze dell'ordine nazionali, coadiuvate da funzionari delle agenzie europee Easo, Frontex ed Europol, dovrebbero separare i migranti "meritevoli" di essere accolti da quelli "economici," che in quanto tali vanno rimpatriati.

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In Italia ne sono previsti almeno cinque, tutti collocati in Sicilia - più precisamente a Lampedusa (dove il centro è già attivo), Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani e Augusta - e che dovrebbero entrare a pieno regime verso la fine di novembre. Tuttavia, come hanno denunciato subito le associazioni che si occupano di tutela dei migranti, il rischio concreto è quello di trovarsi con dei nuovi CIE al cui interno si opererebbe una "selezione tra profughi di serie A e serie B."

"È facile immagine che negli hotspot i profughi resteranno per mesi," ha detto Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale di Arci. "Ma è illegittimo trattenere le persone oltre un certo limite senza uno specifico provvedimento del magistrato, come dice anche una recente sentenza della Corte Europea che ha condannato il nostro paese."

"Si è trattato di una prova di quello che saranno i prossimi rimpatri, che forse avverranno senza nessuna tutela dei diritti umani e dei trattati internazionali."

Il giudizio del professore Fulvio Vassallo Paleologo, esperto di diritto d'asilo e immigrazione, è ancora più duro. "Gli hotspot sono una scelta fallimentare che genera un sistema otturato in uscita, in cui si violano i diritti fondamentali degli immigrati. Con il pretesto di smistare, identificare e selezionare i migranti economici da quelli che non lo sono, gli hotspot rischiano di diventare un vero e proprio tritacarne intasato dal numero di migranti, potenzialmente ingestibile."

In vista dell'apertura di questi centri, il rinnovato focus sui rimpatri sta sortendo i suoi effetti soprattutto in Sicilia. Da alcune settimane, infatti, le associazioni stanno segnalando un aumento esponenziale dei provvedimenti di respingimento "differito" notificati dalle Questure ai migranti appena sbarcati. Più che "differito," tuttavia, sarebbe più corretto usare il termine "collettivo," visto che - a differenza di quanto prevede la legge - in questi provvedimenti sono del tutto assenti le motivazioni individuali.

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L'intimazione contenuta nel foglio, comunque, è quella di lasciare entro sette giorni il territorio dello Stato "attraverso la frontiera di Roma-Fiumicino." Ma ovviamente, per chi non ha né mezzi né documenti, è un obbligo semplicemente impossibile da assolvere. Ed è per questo motivo che, ad esempio, lo scorso 1 ottobre a Catania 32 migranti sono stati cacciati da un centro di prima accoglienza e letteralmente lasciati per la strada in maglietta e infradito, sotto una pioggia battente.

Cacciati 32 migranti dal PalaspediniIn infradito e maglietta sotto la pioggia — MeridioNews (@MeridioNews)October 1, 2015

Il punto è che, come sostiene il professore Vassallo, ciò che emerge con forza è il "crescente potere discrezionale affidato agli esecutivi e agli apparati amministrativi e di polizia, anche nel campo cruciale delle limitazioni della libertà personale."

Secondo Elvira Iovino del Centro Astalli, questa prassi non solo compromette il diritto a chiedere asilo, ma è una "bomba a orologeria sociale a cui per ora solo il volontariato cerca di dare una risposta, pur avendo poche armi rispetto a tutti quei malviventi, trafficanti e caporali, che vedono in queste persone una preda ideale."

Il timore principale, dunque, è che una vicenda eclatante come quella della deportazione delle donne nigeriane potrebbe non rimanere isolata—al contrario, anzi, rischia di diventare la normalità. A riprova di questo proprio stamattina, riporta il blog Hurriya, circa 50 persone tra uomini e donne sarebbero state prelevate dal CIE di Ponte Galeria e trasportate verso Fiumicino, per essere infine rimpatriate in Nigeria.

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Foto di pubblico dominio via AVISOM