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Politică

Perché proprio l'Italia è uno dei paesi europei con più giovani NEET

Un italiano su quattro tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora: in UE fa peggio di noi soltanto la Grecia. Come ci siamo arrivati? E perché proprio noi? Abbiamo cercato di capirlo.
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Foto di Erich Ferdinand/Flickr

Un italiano su quattro, tra i 15 e i 29 anni, non studia e non lavora. In Europa fa peggio di noi soltanto la Grecia. Sono i famigerati NEET, i giovani Not in Education, Employment, or Training, e in Italia ammontano al 26 per cento, contro una media europea del 17.

"In valore assoluto sono circa 2,4 milioni, l'equivalente di una regione di media grandezza," commenta il professor Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale all'Università Cattolica di Milano e autore del libro Neet. Giovani che non studiano e non lavorano. "Il dato, già elevato prima della crisi - era attorno al 19 per cento - è cresciuto soprattutto tra il 2009 e il 2013."

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Rosina individua tre cause principali del fenomeno, tutte legate alla mancanza di opportunità. "Molti giovani si trovano, all'uscita dal sistema formativo, carenti di adeguate competenze e sprovvisti di esperienze richieste dalle aziende," spiega. "Molti altri, pur avendo elevata formazione e alte potenzialità, non trovano nel sistema produttivo italiano posizioni all'altezza delle loro capacità e aspettative. E, infine, mancano strumenti efficaci per orientare e supportare i giovani nella ricerca di lavoro."

Ma il triste primato dell'Italia presenta anche specificità senza le quali non si spiegherebbe come tale condizione non sia ancora esplosa come dramma sociale, fa notare l'esperto.

"La prima è un modello culturale che rende accettabile una lunga dipendenza dei figli adulti dai genitori, la seconda è l'ampia quota di economia sommersa all'interno della quale prolifera il lavoro in nero."

Per chiarire, circa un milione di NEET è attivamente alla ricerca di lavoro. Il resto, la maggioranza, si divide in persone che si dicono non interessate a trovare un impiego e altre che si dicono potenzialmente interessate ma così scoraggiate da non cercarlo più.

"Tra chi dice di non essere interessato, una parte sta aspettando di aprire un'attività o sta valutando possibili opzioni o svolge attività di aiuto in famiglia," spiega Rosina. "Ma tra questi c'è chi ha un lavoro irregolare continuativo."

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Anche nel gruppo degli "scoraggiati" è presente una parte di giovani che si arrangia facendo saltuariamente lavoro in nero. "Nel complesso si può stimare che siano varie centinaia di migliaia gli under 30 che ufficialmente risultano NEET ma che svolgono un lavoro remunerato nell'economia sommersa. Non è però motivo di consolazione perché il lavoro nero non aiuta comunque a costruire un futuro solido," ribadisce Rosina.

In Italia mancano politiche attive del lavoro che aiutino i giovani a rendersi autonomi. Perciò la grande differenza rispetto ad altri paesi europei sta non solo nel più alto numero di NEET, ma nel fatto che molti dipendano ancora passivamente dai genitori o lavorino in maniera irregolare — senza contare quella piccola parte che finisce con il cadere nella microcriminalità.

"Va aggiunto che, mentre negli altri paesi i NEET sono in larga parte giovani effettivamente in condizione di deprivazione sociale per carenza di formazione adeguata e per disagio familiare ed emotivo, nel caso dell'Italia una parte non trascurabile è composta anche da neodiplomati e neolaureati con buone potenzialità ma con tempi lunghi di collocazione nel mercato del lavoro per difficoltà di valorizzazione del capitale umano nel sistema produttivo italiano," precisa Rosina.

Cristina Pasqualini, docente di sociologia all'Università Cattolica di Milano e collaboratrice, insieme a Rosina, del "Rapporto Giovani" - l'autorevole indagine annuale sulla condizione giovanile in Italia - riporta un dato ISTAT secondo il quale la condizione di NEET avrebbe una durata media di due anni.

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"Sopra i due anni diventano 'scoraggiati.' Queste persone che superano questo periodo, spesso sono le persone che più presentano comportamenti di disagio, depressione, mancanza di autostima, perché diventi scoraggiato e rimani NEET, immobile, immobilizzato."

Leggi anche: Perché i giovani italiani si sentono ai margini della società

I dati raccolti dal Rapporto Giovani confermano che tra tutti i gruppi, i NEET sono quelli che si ritengono meno soddisfatti della propria vita.

"Quella dei millennial è una generazione pragmatica che ha voglia di buttarsi nelle cose, nel mondo. L'immobilismo, che è l'equivalente della condizione dei NEET, è sinonimo di malessere personale e sociale. Se diamo a questi giovani concrete possibilità di lavoro, benessere e crescita, allora si abbassa anche il numero dei NEET," sostiene Pasqualini.

Come Rosina, anche la sociologa concorda che in Italia sia necessario creare nuove opportunità per questo gruppo, sia attraverso politiche di dialogo con il mondo del lavoro, sia stimolando e rafforzando la capacità di intraprendenza e imprenditorialità dei giovani.

"Bisogna puntare molto sulla formazione, a partire dalla scuola dell'obbligo," afferma, spiegando come l'istruzione pubblica non debba diventare un'agenzia di collocamento, ma creare un ponte scuola-lavoro che permetta ai giovani di avere accesso alla sfera professionale.

Al momento, in Italia, uno dei progetti più importanti in corso è quello di Garanzia Giovani, il piano europeo che prevede l'utilizzo di fondi speciali per la lotta alla disoccupazione giovanile.

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"Solo il 6 per cento dei NEET totali hanno avuto risposta positiva da questa politica, ma è una linea su cui investire," insiste Pasqualini, sottolineando però quanto sia necessario un cambio di mentalità, anche da parte dei giovani stessi. "Il lavoro è cambiato, non è più quello che hanno conosciuto i loro genitori. Ci sono tanti modi nuovi per approcciarsi al lavoro e all'indipendenza economica."

Anche Rosina conviene sull'importanza di offrire ai giovani le risorse necessarie affinché possano crearsi e assicurarsi un futuro. "Oltre a migliorare la qualità della presenza delle nuove generazioni nelle imprese, e la capacità delle imprese di trasformare tale qualità in vantaggio competitivo sul mercato, è necessario consentire ai giovani di creare nuovo lavoro e fornire finanziamenti e strumenti adeguati per farlo con successo. La creatività artigianale e la capacità di innovazione tecnica delle nuove generazioni italiane sono oggi fortemente sottoutilizzate."

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Foto di Erich Ferdinand via Flickr, rilasciata su licenza Creative Commons