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Libia

"Sirte cadrà domani": la guerra contro lo Stato Islamico in Libia

L'offensiva militare contro la roccaforte dello Stato Islamico in Libia sta per giungere al termine: una guerra tra una forza militare inesperta e un nemico che cerca di morire uccidendo più persone che può.

di KARLOS ZURUTUZA
09 settembre 2016, 1:35pm

Le autobombe sono l'arma più sanguinosa dello Stato Islamico. [Foto di Ricardo Garcia Vilanova]

Nei quartieri liberati di Sirte le istruzioni sono chiare: guardare sempre dove si poggiano i piedi, non aprire le porte o gli armadi nelle case vuote. Ma soprattutto, non cadere nella tentazione di prendere le bandiere nere dello Stato Islamico (IS) appese alle pareti: si dice che il trofeo di guerra sia esploso in faccia a più di una persona.

"Hanno delle trappole esplosive che si attivano con un filo da pesca. È quasi impossibile individuarli," dice Ayub, un militante di Misurata troppo giovane per combattere nella guerra del 2011. In realtà lo è anche per questa, ma non è voluto mancare. È qui da maggio scorso, quando è stata attivata "Struttura Solida," l'operazione militare volta a cacciare lo Stato Islamico dalla sua roccaforte in Libia.

Gli estremisti islamici hanno issato la bandiera nera su Sirte a mese di febbraio 2015. Ora sono completamente circondati dalle forze libiche che spingono verso il mare, e controllano un'area di appena due chilometri quadrati nel centro della città, proprio dove nascono le colonne di fumo nero che si alzano verso il cielo.

L'operazione "Struttura Solida" è l'ultimo tentativo delle forze libiche di espellere lo Stato Islamico dalla sua roccaforte in Libia. (Foto di Karlos Zurutuza)

A soli 500 metri di distanza, Ayub si muove attraverso lo spettrale secondo distretto di Sirte con l'emozione di un bambino in un luna park. Conosce tutte le celle in cui i jihadisti rinchiudevano gli infedeli e gli eretici; le aste delle bandiere su cui ne hanno crocifissi cinquanta e, naturalmente, il bordello. Un abito da sposa - che sembra più un vestito per la cresima date le sue dimensioni - documenta lo svolgimento del rito del matrimonio prima dello stupro.

"Grazie a Fadila per la sessione di sesso estremo," ha scritto qualcuno su un muro. Proprio accanto c'è una lista con i nomi di cinque donne sudanesi. Impossibile sapere la loro età, o se sono arrivate qui volontariamente o costrette. Da qui all'edificio che ospita la Hisbah, la "polizia morale," dove ci sono ancora le liste di coloro che hanno sfidato la legge di Dio fumando, ascoltando musica o, nel caso delle donne, mostrando una parte del corpo.

"Per favore, non toccate nulla," insiste Ayub, prima di continuare a tradurre i graffiti lasciati dai jihadisti prima di perdere questo quartiere: "Per il paradiso sulla via del martirio;" "Mi scopo le vostre madri e sorelle davanti ai vostri occhi"... Non c'è né il bisogno né il tempo di leggerli tutti, perché sono quasi le 6, è ora di lasciare Sirte. Le autorità locali non permettono ai pochi giornalisti sul campo di passare la notte in città, costringendo le persone ad andare e venire tutti i giorni da Misurata: quasi 500 chilometri all'andata e al ritorno.

Combattenti libici cercano di capire la provenienza dei jihadisti uccisi a Sirte. (Foto di Ricardo Garcia Vilanova)

I "figli di Baghdadí"

Otto del mattino e un altro giorno al posto di blocco all'ingresso di Sirte. La conversazione tra il conducente e il miliziano è quasi una fotocopia di quella di ieri e di domani.

"Sta diminuendo, è una questione di giorni. Due o tre al massimo," esclama un ventenne in canottiera. È una litania che risuona nelle orecchie, come il rumore di fondo dei mortai o il rombo occasionale delle autobombe. Sono loro la causa della maggior parte dei cinquanta morti tra le forze libiche dall'inizio dell'operazione.

Tra gli scheletri di cemento di un quartiere che non è mai terminato, i due carri armati russi della brigata dei Martiri di Al Zwabi inghiottono una tanica di benzina dopo l'altra, prima di tornare al fronte. Sono la prima linea contro le autobombe e lo stuolo di cecchini dello Stato islamico.

Segue il furgone Toyota Hilux pieno di miliziani e, naturalmente, le ambulanze. Medici e infermieri si muovono in modo coordinato per evacuare i feriti, ma tra i combattenti regna l'improvvisazione: uno corre per evitare i cecchini mentre altri chiacchierano con nonchalance nel mezzo di una delle strade principali di Sirte, come se niente fosse.

Un ospedale da campo durante l'assalto finale al distretto 2. (Foto di Ricardo Garcia Vilanova)

Le case in rovina sono luoghi in cui si riempiono i caricatori, ma anche dove si fuma il narghilè, o dove si riposa anche con una canzone popolare che risuona dagli altoparlanti dell'Hilux: "Sappiate, figli di Baghdadi, che Misurata non è Ramadi." Questo è il ritornello.

"Molti indossano giubbotti esplosivi, per cui non abbiamo il coraggio di avvicinarsi anche se sono disarmati," spiega Abu Sufian, un altro comandante di una milizia di Misurata. Una scusa più o meno plausibile per giustificare la totale assenza di prigionieri di IS. I loro corpi senza vita, molti dei quali completamente smembrati, sono sparpagliati tra le macerie.

"Vedi? Anche questo è stato ucciso prima di essere catturato," dice Sufian, in piedi accanto a un mucchio di resti umani che un tempo appartenevano a una persona.

Nell'ospedale di Zafaran, a ovest di Sirte, il dottor Ali Nuh ammette di non aver mai curato un jihadista ferito e di non conoscere nessuno che lo abbia fatto a Sirte. Originario della città di Zlitan, a ovest di Misurata, Ali parla di una casistica ricorrente.

"Da una parte ci sono le persone ustionate, o coloro che sono stati colpiti dalle schegge di un'autobomba; dall'altra c'è chi arriva con una pallottola nel collo. I cecchini non sparano più alla testa, sai?" dice il volontario.

L'alto numero di vittime di questa settimana ha portato a sospendere le operazioni per due giorni. L'unico elicottero per le evacuazioni non era sufficiente, e l'ospedale di Misurata non aveva più posto per curare i feriti.

Le bandiere dello Stato Islamico, preziosi trofei di guerra, sono spesso usate come esche per attivare trappole esplosive. (Foto di Ricardo Garcia Vilanova)

La pausa

Il salvacondotto per lavorare a Sirte deve essere rinnovato ogni cinque giorni perché è obbligatorio fare una pausa, soprattutto durante il fine settimana. Bisogna rinnovare la licenza del centro stampa di Misurata, poi quella del municipio, dei servizi di intelligence e, infine, del Centro di Operazioni Speciali, centro nevralgico dell'offensiva militare. La firma finale la appone il generale Mohamed al Ghasri, che è il portavoce di Struttura Solida.

"L'offensiva è già quasi conclusa, è una questione di giorni e avremo il controllo totale della città," ha assicurato al Ghasri a VICE News dopo la convalida di un nuovo permesso per Sirte. Alla domanda circa le voci sulla presenza di truppe straniere sul terreno, l'alto comando militare ha insistito che stanno combattendo solo libici, "mentre il nemico usa combattenti arrivati da molti paesi come la Tunisia, l'Egitto o il Sudan."

L'arrivo dello Stato Islamico nella zona costituisce un nuovo elemento destabilizzante in un paese in cui tre governi si contendono il potere: uno a est, uno a ovest, e un terzo - il Governo di Unità Nazionale (GNA) - che ha il sostegno dell'ONU e attualmente dirige l'operazione militare in coordinamento con Misurata. La legittimità - discutibile - che detiene la GNA è ciò che gli ha permesso di formalizzare l'intervento internazionale in corso. Un'eventuale vittoria sullo Stato Islamico sarebbe una bella spinta per un esecutivo che continua ad esistere pur senza destare entusiasmo tra i libici.

Mentre le vittime tra le forze libiche superano il centinaio, il numero dei caduti di IS - come in questa foto - non è noto. (Foto di Karlos Zurutuza)

Otto del mattino e un altro giorno al posto di blocco all'ingresso di Sirte. "Cadrà domani o dopo, se Dio vuole," dice un miliziano con un berretto alla Che Guevara e pantaloni a sigaretta, che dà le spalle alle colonne di fumo sopra il distretto 3. È l'ultimo ancora nelle mani di IS.

Forse è per questo che l'atmosfera sembra più rilassata. Anche un convoglio di cinque veicoli si è fermato temerariamente vicino a una trappola esplosiva nascosta in uno pneumatico lasciato in mezzo alla strada. Mezza dozzina di telefoni fanno ombra sull'esplosivo artigianale: l'ennesima foto per la galleria dell'orrore che tutti condividono sui social network.

Dopo troppi giorni affrontati con pochissime ore di sonno, Mohamed Abdu, un medico dell'ospedale principale approfitta della calma apparente per andare in spiaggia.

"C'è un bel posto qui vicino, accanto a un edificio in rovina dei tempi degli italiani. Lo avrete visto mentre venite qui ogni giorno," spiega il tripolitano 32 anni in bermuda. Con un po' di fortuna, aggiunge, presto non dovrete mai più tornare a Sirte.


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