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Donald Trump

I repubblicani hanno un'arma segreta 'estrema' per fermare la corsa di Trump

Fermare Trump, ormai, sembra molto difficile. Al punto che l'ala 'established' del partito starebbe pensando a un'arma segreta: la possibilità di orchestrare una brokered - o contested - convention.

di Sarah Mimms
09 marzo 2016, 2:31pm

Foto di Tannen Maury / EPA

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In Michigan, martedì notte, Donald Trump ha vinto un altro round delle primarie repubblicane. 

Entro la metà della prossima settimana, visti i suoi successi in Florida, Illinois, Mississippi, North Carolina e forse in Ohio, Trump potrebbe già disporre di metà dei delegati necessari per assicurarsi la nomination presidenziale.

Fermarlo, ormai, sembra molto difficile. Al punto che l'ala conservatrice del partito - conservatrice, in questo caso, a livello di establishment - starebbe pensando a un'arma segreta: la possibilità di orchestrare quella che in gergo si chiama brokered convention, ovvero una convention negoziata, grazie alla quale il favorito Trump possa essere estromesso forzatamente dai giochi, impedendogli di diventare il candidato repubblicano per novembre. 

Che diavolo è una 'brokered convention'?

Prima di tutto, "brokered convention" è un termine piuttosto vetusto. Oggi, preferiamo definirla "contested convention," una convention aperta in cui si procede verso una nuova votazione. Tale tipologia di situazione si verifica quando un partito arriva alla sua convention - l'assemblea generale in cui ogni partito ratifica il vincitore delle primarie - senza avere ottenuto il numero di delegati necessario per vincere, dando il la a una gigantesca discussione interna per scegliere un candidato a tavolino.

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Per ottenere la nomination, quest'anno i candidati repubblicani devono ottenere 1.237 delegati. Se a luglio, quando ci sarà la convention, nessuno dei papabili avrà raggiunto tale soglia - è una possibilità, benché remota - allora il partito potrebbe indire la sua prima contested convention dal 1952.

Durante una contested convention, tutto comincia normalmente — ogni stato annuncia il nome del candidato supportato. Un teatrino politico senza significato, visto che chiunque, compresi i telespettatori a casa, conosce già il nome del vincitore di primarie e caucus in ogni stato. È un po' come la parata iniziale dei giochi olimpici, un esercizio di recitazione in cui non succede nulla di sorprendente.

In una contested convention, l'annuncio dei candidati è solo il primo passo. Dopo la prima votazione, in cui si andrà forzatamente a un nulla di fatto, alcuni delegati del partito vengono "liberati" dall'obbligo di votare il candidato eletto dal proprio stato, e potranno invece esprimere una preferenza verso qualsiasi dei partecipanti alle primarie. 

Tra un voto e l'altro, i candidati e i responsabili delle rispettive campagne elettorali lavorano sotto traccia, con colloqui privati e telefonate segrete, promettendo ricompense a chiunque abbandoni il candidato sostenuto inizialmente, per dare il proprio appoggio a un altro. In questa fase, un candidato può anche ritirarsi, oppure chiedere ai propri delegati di sostenere un oppositore. Tale ping pong continua round dopo round, con un numero maggiore di delegati a "liberarsi" dopo ogni fumata nera, finché un delegato non riceve il numero legale di delegati per ottenere la nomination. 

Durante una contested convention, la nomination è aperta a chiunque sia in grado di riunire un numero sufficiente di delegati — tutti i candidati, ma anche quelli che si sono ritirati prima, oppure un nome nuovo che alle primarie non ha partecipato. Almeno in teoria. Queste ultime opzioni infatti sono altamente improbabili, ancora meno probabili che giungere a una contested convention.

Al momento tutti i candidati, tranne Trump e Ted Cruz, hanno un grosso problema: le regole del partito. Ogni candidato alla nomination infatti, secondo le normative vigenti, deve avere 'vinto' almeno otto stati durante le primarie. A oggi, solo Trump c'è riuscito. Cruz è in seconda posizione, ed è probabile che ci riesca. Queste regole - è comunque bene precisarlo - possono essere cambiate dal partito, nel caso si riveli necessario.

Perché se ne sta parlando?

Come nel caso di molte domande relative all'elezione 2016, la risposta è la stessa: Donald Trump.

A parte Cruz, Trump ha già sbaragliato gli altri candidati: senza menzionare chi si è già ritirato, anche Marco Rubio e John Kasich sembrano fuori dai giochi. Anche se uno dei due compisse un exploit al momento impensabile, non riuscirebbe a ottenere la nomination conclusiva senza l'intervento 'dall'alto' di una contested convention

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I leader repubblicani non amano Trump, e sono terrorizzati dall'idea di quello che una sua eventuale nomination potrebbe causare nel partito, danneggiandone i membri e mettendo a rischio il loro posto nel Congresso. Secondo il Washington Post, la possibilità di una contested convention è già sul tavolo dei più alti rappresentanti repubblicani da diverso tempo, almeno da dicembre.

Mitt Romney, sconfitto da Obama nel 2012, ha già chiesto pubblicamente che venga istituita una contested convention: settimana scorsa, quando ha pubblicamente chiesto ai repubblicani di non sostenere Trump: "Voterei per Rubio in Florida, Kasich in Ohio, e per Cruz o qualsiasi altro candidato abbia maggiori chance di sconfiggere Trump in tutti gli altri stati."

Quale sarebbe il problema?

Be', dipende a chi lo chiedi. Per Trump, la risposta è ovvia. Ma l'ipotesi di una contested convention non alletta nemmeno molti altri elettori repubblicani.

Una simile opzione equivarrebbe a rinnegare i voti della maggioranza dei repubblicani. In più, le contested convention sono generalmente un boomerang per il partito: tanti elettori potrebbero voltare le spalle al GOP, sentire tradita la propria fiducia. Anche chi odia Trump non vedrebbe di buon occhio l'ipotesi di vedere il cosiddetto "establishment" ribaltare arbitrariamente il volere dei votanti.

Dunque, ci sarà una contested convention?

Probabilmente no. Certo, è più probabile oggi di quanto lo sia stata negli ultimi cinquant'anni. Tuttavia, storicamente, le chance che si verifichi sono assai esigue. I partiti ci sono andati vicini diverse volte tra il '52 e oggi: ad esempio nel '76, con la sfida tra Ronald Reagan e il presidente Ford. Eppure, nessuna di queste 'gare' si è mai spinta oltre il primo ballottaggio. 

Alla fine, nonostante tante chiacchiere e discussioni, votanti e delegati arrivano a una decisione finale prima dell'inizio della convention — la quale ritorna a essere, come sempre, soltanto lo scarno teatrino politico in cui viene incoronato il vincitore designato.

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