L’industria dello zucchero ha nascosto per anni gli studi associati al cancro

“Il loro obiettivo era quello di sviare le discussioni su queste tematiche.”
11.12.17

Ormai quasi cinquantanni anni fa, alcuni ricercatori avevano iniziato uno studio volto a esaminare quanto una dieta ad alto apporto di zuccheri influisse o meno sul funzionamento dell’intestino dei ratti. La ricerca, finanziata dal principale gruppo di rappresentanza dell’industria saccarifera del periodo, aveva mostrato risultati preliminari molto specifici, che collegavano un dieta di questo tipo a un aumento delle malattie cardiache e dell’insorgenza del cancro alla vescica. Poco dopo, però, il gruppo di rappresentanza stesso aveva fatto interrompere lo studio, lasciandolo quindi incompiuto. Sebbene i risultati non siano mai stati formalmente pubblicati, sono stati recentemente riportati alla luce in un articolo accademico pubblicato sul PLOS Biology, una rivista ad accesso aperto. Gli autori dell’articolo, Cristin Kearns, Dorie Apollonio, e Stanton Glantz dell’università di San Francisco, hanno tratto le proprie conclusioni relative a quello che era stato soprannominato come il “Project 259,” partendo dalle documentazioni pervenute dall’International Sugar Research Foundation (ISRF). Per questo progetto, W.R.F. Pover dell’università di Birmingham aveva confrontato due gruppi di ratti, nutriti rispettivamente con una dieta ad alto contenuto di saccarosio e una ricca di amidi.

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All'epoca non tutti gli scienziati concordavano sulla correlazione tra lo zucchero e gli alti livelli di trigliceridi nel sangue (questi ultimi sono associati a un aumento del rischio d’infarti), e il Project 259 portava “una delle prime dimostrazioni delle differenze biologiche fra i ratti nutriti con saccarosio e quelli nutriti con amidi,” come annotato in un riepilogo interno al documento. Il Project 259, insomma, suggeriva che le diete ricche di zuccheri portassero a effetti tangibili e non esattamente positivi. Indicava, in particolare, che sì, una dieta ricca di zuccheri può alzare il livello dei trigliceridi nel sangue, e che a loro volta questi possono portare a un maggiore sviluppo di malattie cardiache.

Uno degli obiettivi principali dell’industria saccarifera di cinquantanni fa, era riuscire a far passare in sordina qualsiasi correlazione tra lo zucchero e le malattie cardiache. Kearns e gli altri suoi colleghi avevano già usato documenti provenienti dal Sugar Research Foundation, il predecessore dell’ISRF, per mostrare come l’organizzazione avesse appoggiato e finanziato, nel 1967, studi per scaricare le responsabilità dallo zucchero ai grassi. Il Project 259 è nato un anno dopo.

Ricevuti i primi risultati sui trigliceridi, l’ISRF aveva subito tagliato i fondi del progetto, lasciando lo studio incompiuto e senza una pubblicazione. Gli autori dell’articolo accademico, quindi, sostengono che questa mossa sia servita all’ISRF per mantenere lo zucchero intonso e privo d’associazioni alle malattie cardiovascolari. Ritengono anche sia importante cercare di capire quali possibili collegamenti ci siano tra il consumo di zucchero e il cancro alla vescica, perché la fine prematura del Project 259 ha lasciato ben più di una domanda senza risposta.

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Proprio lo scorso anno la Sugar Association, il principale gruppo di rappresentanza dell’industria saccarifera di oggi, aveva negato la possibile “correlazione tra zuccheri ingeriti e l’insorgenza di tumori.”

E sempre secondo gli autori dell’articolo, il Project 259 è solo un piccolo pezzo di un puzzle molto più grande. “Il loro obiettivo era quello di sviare le discussioni su queste tematiche, e sono stati bravi nel farlo,” ha rivelato a Tonic/Vice Stanton Glantz, coautore del paper e professore al Philip R. Lee Institute for Health Policy Studies dell’università di San Francisco (UCSF).

L'articolo rivela inoltre un altro grandissimo problema della ricerca scientifica, ossia quello degli studi finanziati. “Uno dei punti più importanti di tutta questa faccenda è che l’industria si era rifiutata di pagare studi che potessero farla uscire sotto una cattiva luce,” osserva via e-mail Marion Nestle, professoressa di nutrizione, food studies e salute pubblica della Paulette Goddard dell’Università di New York. “Di solito è una pratica tipica dell’industria farmaceutica, questa è la prima volta che la vedo applicata a quella del cibo.” (La Nestle aveva redatto un articolo di fondo per la prima analisi del team della Kearns, ma non è stata coinvolta direttamente né in quella, né per l’articolo pubblicato poi sul PLOS Biology).

Alla richiesta di spiegazioni, la Sugar Association ha risposto con una dichiarazione che, in parte, sostiene lo studio sia stato interrotto “per tre motivazioni, nessuna delle quali causata da potenziali scoperte scientifiche. Lo studio presentava un ritardo notevole e superava il budget finanziato. Le sue tempistiche prorogate sono inoltre coincise con una riorganizzazione interna dell’associazione, che da Sugar Research Foundation stava diventando l’International Sugar Research Foundation. Avevamo previsto di proseguire lo studio con fondi provenienti dalla British Nutrition Foundation ma, per ragioni a noi ignote, quest’occorrenza non si è verificata.”

Anche Courtney Gaine, CEO e presidente della Sugar Association, ha cercato di fugare ogni dubbio via e-mail, annotando che non ci sia alcuna “correlazione credibile, né rapporto diretto tra zuccheri e cancro. La ricerca in questione è stata condotta quasi mezzo secolo fa e non è mai stata portata a termine, quindi qualsiasi scoperta può solo essere definita al massimo come preliminare e esplicativa.”

Glantz non nega lo studio abbia portato a budget sforati e a deadline non rispettate, ma risponde ribadendo che le sue scoperte siano ad oggi da considerare come preliminari proprio per via della loro brusca interruzione, che ha impedito ai ricercatori di concludere i propri studi. Lui e Kearns tengono inoltre a enfatizzare il nocciolo della questione, che riguarda più la necessità di completare gli studi che di correlare lo zucchero all’insorgenza di tumori.

E dopo quasi cinque decadi, sarebbe proprio il caso di rimettere mano alla questione.

Questo articolo è tratto da Tonic